Dopo ventidue mesi di indagini, si è chiusa l’inchiesta della Procura di Pescara sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano dove, nella sera del 18 gennaio 2017, morirono 29 persone travolte da una valanga. Lunedì 26 novembre 2018 i Carabinieri forestali hanno notificando gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, preludio della richiesta di rinvio a giudizio, a 24 indagati più la società Gran Sasso Resort. Tra loro figurano l’allora prefetto di Pescara Francesco Provolo, il presidente della provincia Antonio di Marco, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, Paolo Del Rosso (fino al 2009 amministratore con Roberto Del Rosso, deceduto il 18 gennaio, della Gran Sasso Resort), il direttore dell’hotel Bruno Di Tommaso e diversi dirigenti regionali e provinciali. L’accusa per loro è di omicidio colposo e lesioni colpose, perché – in sostanza – non hanno fatto quanto potevano e dovevano per evitare la strage, come ad esempio sgomberare tempestivamente l’hotel o, addirittura, prevederne la chiusura invernale.

Uno dei dati che emergono dalle quarantacinque pagine dell’avviso di chiusura delle indagini, tuttavia, è lo stralcio del “livello politico più alto”. Non figurano più, infatti, i nomi dei tre ex presidenti della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco, Gianni Chiodi e soprattutto Luciano D’Alfonso, e degli assessori regionali via via succedutisi alla Protezione civile, presenti nel primo, e più corposo, elenco di indagati. Il procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e il Pubblico Ministero Andrea Papalia non hanno quindi ravvisato responsabilità dirette nella mancata predisposizione della Carta delle valanghe (prevista da una legge regionale abruzzese e mai realizzata completamente), che avrebbe potuto (e dovuto) indicare Rigopiano come zona soggetta ad alto rischio valanghe e imporre la chiusura invernale del resort.

Per converso, l’altro aspetto rilevante è l’aggravamento della posizione del prefetto Provolo, trasferitosi nel 2017 al Viminale, presso la direzione dell’Ufficio centrale ispettivo del Dipartimento dei Vigili del fuoco. A lui, infatti, e al suo ex capo di gabinetto Leonardo Bianco, la Procura contesta anche l’omissione di atti d’ufficio e il falso ideologico: ritardarono di due giorni l’apertura della Sala Operativa della Prefettura e del Centro di coordinamento dei soccorsi, mentendo sia alla Presidenza del consiglio, sia al Ministro dell’Interno.

La Procura di Pescara ha fatto un ottimo lavoro, sono soddisfatto, anche se non del tutto”. Così ha commentato a caldo gli ultimi sviluppi del procedimento Giampaolo Matrone, uno dei sopravvissuti, ma a carissimo prezzo: sotto l’hotel travolto dalla valanga ha perso la moglie Valentina, una delle 29 vittime, ed è rimasto invalido.

II trentacinquenne pasticciere di Monterotondo (in foto con l’immagine della moglie), che è assistito dall’Avv. Andrea Piccoli, del Foro di Treviso, in collaborazione con Studio 3A, ha accolto con favore, in particolare, la dure contestazioni mosse all’allora prefetto di Pescara, Francesco Provolo, “che dovrà rispondere anche di falso ideologico e omissione d’atti d’ufficio” ricorda il superstite, che si batte per ottenere giustizia per la moglie, per la figlioletta e per i genitori di Valentina, oltre che per se stesso.

Mi sorprende e mi amareggia, tuttavia – aggiunge – che tra i destinatari degli avvisi non figuri l’allora Presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso. Lui era presente alla “famosa” riunione, non poteva non sapere della situazione di Rigopiano. Credo sia doveroso valutare bene perché la Procura abbia ritenuto di proscioglierlo”: se ci saranno gli estremi, sarà proposta opposizione contro la richiesta di archiviazione per il politico, oggi parlamentare.

Meno sorpreso invece, Matrone, per la mancanza nella “lista nera” di Daniela Acquaviva, la funzionaria della Prefettura di Pescara che, non credendo alle disperate richieste di aiuto che arrivavano dal resort, se ne uscì con la frase diventata tristemente famosa “la madre degli imbecilli è sempre incinta”. Il pasticciere effettuò anche un “blitz” in Prefettura per chiederle conto di quelle parole e ne scaturì un violento scontro verbale con Provolo. “In fondo me l’aspettavo – conclude – Non doveva rispondere in quel modo al telefono, e dovrà giustificare per tutta la vita alla sua coscienza la morte di 29 persone: non vorrei essere al suo posto per i rimorsi che deve provare. Evidentemente, però, la Procura non ha ritenuto penalmente rilevante il suo comportamento, considerando che abbia agito secondo quello che gli hanno ordinato i suoi superiori. Non a caso, oltre all’ex Prefetto, è stato chiesto il processo anche per il suo capo di Gabinetto, Leonardo Bianco, e per la vice capo, dirigente della Protezione Civile, Ida De Cesaris”.