Articolo Pubblicato il 6 ottobre, 2016 alle 10:04.

Vivere vicino all’Ilva fa ammalare. Dal 2008 al 2014, ad ogni aumento di produzione di acciaio da parte della grande fabbrica e, di conseguenza, ad ogni crescita della quantità di polveri sottili e di anidride solforosa emessa nell’atmosfera, è corrisposto un pari aumento di malattie cardiovascolari o tumorali tra i residenti del quartiere Tamburi di Taranto. Non una semplice coincidenza, ma una drammatica «relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario nell’area di Taranto».

E’ la conclusione a cui sono arrivati gli scienziati del Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio che, in collaborazione con l’Asl di Taranto, l’Arpa Puglia e l’Ares Puglia, hanno portato a termine uno studio epidemiologico sullo stato di salute della popolazione di Taranto, Massafra e Sfatte.

La ricerca, trasmessa alla Presidenza del consiglio dei ministri a fine settembre 2016 per invitare il governo Renzi ad «adottare gli opportuni provvedimenti», è stata presentata lunedì 3 ottobre a Bari dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e dal dirigente del dipartimento della Regione Lazio, il professore Francesco Forastìere.

L’indagine ha evidenziato come persino tra i diversi quartieri di Taranto ci siano differenze: nei rioni più a ridosso del siderurgico, come il Tamburi, la mortalità per cancro è molto più elevata rispetto ad altre zone del capoluogo o di altri comuni vicini, come Statte e Massafra.

Qualche dato: tra i bambini di età compresa tra 0 e 14 anni residenti a Taranto «si sono osservati eccessi importanti per le patologie respiratorie: in particolare – si legge nella relazione – tra i bambini residenti al quartiere Tamburi si osserva un eccesso di ricoveri pari al 24%». Percentuale che sale «al 26% tra i bambini residenti al quartiere Paolo VI». E ancora: «L’esposizione alle polveri industriali sostengono i ricercatori è responsabile di un +4% di mortalità, in particolare +5% mortalità per tumore polmonare, +10% per infarto del miocardio». Mentre l’anidride solforosa «è responsabile di un +9% di mortalità, in particolare +17% mortalità per tumore polmonare, +29% per infarto del miocardio». In un quadro più generale, «entrambi gli inquinanti sono responsabili di nuovi casi di tumore del polmone tra i residenti (+29% le polveri e +42% l’anidride solforosa)».

Il campione preso in considerazione è costituito da 321.356 persone residenti tra il gennaio del 1998 ed il 31 dicembre 2010 nei comuni di Taranto, Massafra e Statte. Tutti i soggetti sono stati seguiti fino al 31 dicembre 2014, cioè fino alla data di morte o di trasferimento in un’altra città, e sono stati presi in considerazioni altri fattori come l’età, il genere, la condizione socio-economica e l’occupazione. «Alla fine del follow-up – si legge – sono risultati deceduti 36.580 soggetti (11,8%), dei quali 35.398 entro il 2013».

La ricerca ha fissato un altro punto importante: le emissioni dell’Ilva continuano anche adesso a produrre effetti negativi sulla salute dei tarantini; i decessi recenti, infatti, non sono stati provocati dall’inquinamento atmosferico di 30 anni fa come veniva sostenuto. «Tra i residenti nell’area di Taranto – è scritto nella relazione – sì è osservata un’associazione tra inquinanti e ricorso alle cure ospedaliere per molte delle patologie analizzate. In particolare, per effetto del Pm10 (polveri sottili) e di So2 (anidride solforosa), sono stati osservati eccessi per malattie neurologiche, cardiache, infezioni respiratorie, malattie dell’apparato digerente e malattie renali». Non solo: «Le gravidanze con esito abortivo sono associate all’esposizione a So2 delle donne residenti. Tra i bambini di età 0-14 si sono osservati eccessi importanti per le patologie respiratorie. Il Pm10 risulta associato anche ad un aumento di incidenza di tumore della cute e della mammella tra le donne».

Per quanto riguarda gli operai del siderurgico, «si è osservato un eccesso di mortalità per tumore dello stomaco (+41%) e della pleura (+72%)».

C’è infine un altro elemento che impressiona: «La produttività dell’Ilva – scrivono gli scienziati – ha avuto delle variazioni nel periodo 2008-2014 con un declino a seguito della crisi economica (2009), un successivo aumento negli anni 2010-2012, e un declino nel 2013-2014. All’andamento produttivo, e quindi alle variazione delle emissioni, ha corrisposto un effetto sui livelli di inquinamento in prossimità dell’impianto e nei quartieri limitrofi. L’andamento della mortalità ha seguito in modo speculare l’andamento della produttività e l’inquinamento nei quartieri Tamburi e Borgo». In sostanza, le “curve” della produzione Ilva e quella della mortalità nella popolazione tarantina si sovrappongono perfettamente.