Articolo Pubblicato il 24 aprile, 2016 alle 17:44.

Dopo anni di silenzio, Studio 3A ha riacceso i riflettori sull’inquinamento delle acque di falda a Decimomannu, causato dallo sversamento di carburante degli aerei della base militare.

La notizia dell’iniziativa di Studio 3A, che chiederà i danni al Ministero della Difesa per conto di numerosi tra residenti e imprenditori agricoli che si sono rivolti alla società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità civili e penali, a tutela dei diritti dei cittadini, ha subito innescato una catena di reazioni.

Il sindaco del comune sardo, Anna Paola Marongiu, si è affrettata a rassicurare la popolazione adducendo dati in suo possesso secondo i quali la falda da cui attingono i pozzi dei terreni e delle aziende agricole vicino all’aeroporto non risulterebbe inquinata. Peccato, però, che a produrre queste analisi sia lo stesso soggetto responsabile dell’inquinamento, ossia l’aeronautica militare, e che resti tuttora in vigore l’ordinanza sindacale datata 2011 che impone la chiusura di uno dei pozzi, a 200 metri dal confine con l’area militare: va da sé che anche coloro che si trovano a 6-700 metri non si sentono al sicuro.

E infatti le rassicurazioni del primo cittadino non hanno affatto convinto, né il presidente dell’Assotziu Consumadoris Sardigna, Marco Mameli, né l’opposizione in consiglio comunale, che ha richiesto di convocare una seduta ad hoc proprio per far luce sul problema e per fare il punto sulle bonifiche e sui controlli nelle aree interessate dagli sversamenti.

Nell’assemblea consiliare tenutasi martedì 19 aprile la minoranza, dopo un lungo dibattito, ha ottenuto di verifcare con ulteriori analisi (magari per opera di un soggetto terzo) e di monitorare lo stato delle falde acquifere, per dare risposte certe alla famiglie che vivono e lavorano in quelle zone e che temono sempre di più per la loro salute.