Articolo Pubblicato il 9 luglio, 2019.

La formazione continua è una priorità e un’emergenza. Un recente rapporto dell’Ocse, sullo stato dell’arte in materia nei 34 Paesi più industrializzati, riporta dati sconfortanti per l’Italia, che si trova in coda al gruppo su molti parametri, a scapito del mercato del lavoro, della competitività e della produttività del Paese.

A cominciare dal 38% degli adulti che ha scarsi livelli di competenze linguistiche e di calcolo, uno dei più bassi tra i paesi Ocse, senza contare la questione demografica: ci sono 3,5 over 65 ogni dieci adulti in età lavorativa, il più alto tasso rilevato dopo quello Giappone, con la prospettiva di un quasi raddoppio entro il 2050.

 

Ancora troppo pochi i lavoratori che fanno formazione

Le nuove tecnologie, poi, stanno cambiando le competenze necessarie nel lavoro: quasi il 51% dei posti ha un rischio significativo di automazione.

Eppure in Italia, nonostante i miglioramenti registrati negli ultimi anni, solo il 20,1% degli adulti partecipa ad attività di formazione, la metà rispetto alla media. La percentuale scende al 9,5% per gli adulti con competenze basse e al 5,4% per i disoccupati di lunga durata, cioè le fasce che avrebbero invece maggiormente bisogno di training.

E’ chiaro che la principale risposta a questo scenario è la formazione, ovvero cercare di far aumentare le competenze medie, portare a un livello più alto coloro che hanno competenze basse, ma soprattutto investire nelle competenze “giuste”, quelle che possano aiutare il sistema produttivo a diventare più competitivo e assicurare agli adulti italiani di restare nel mondo del lavoro che continua a cambiare, a poter progredire nel lavoro e a non essere vittime, ad esempio, di ristrutturazioni. E che possono migliorare i servizi offerti agli utenti.

 

L’esperienza virtuosa di Studio 3A

In questo contesto è sicuramente un esempio virtuoso quello offerto da Studio 3A-Valore S.p.A., che sulla formazione ha sempre puntato ma che nell’ultimo periodo ha raggiunto livelli e investimenti elevatissimi, con il duplice scopo di migliorare la professionalità dei propri collaboratori ma anche di qualificare sempre di più il servizio reso ai priori assistiti.

Nei soli primi sei mesi del 2019 l’azienda ha fornito ai propri dipendenti qualcosa come 718 ore di formazione, e peraltro su tematiche a 360 gradi e con docenti altamente qualificati.

Molte di queste ore hanno riguardato temi giuridici, soprattutto quelli legati alle continue novità introdotte dal diritto e dal legislatore, rivolte in particolare all’area tecnica liquidata ma anche al team dei consulenti personali che, essendo il primo contatto diretto dello studio con gli assistiti, vengono a loro volta costantemente aggiornati, anche sui nuovi servizi offerti, come quello relativo alle dichiarazioni di successione.

Ma i collaboratori di Studio 3A hanno potuto seguire anche corsi sul trattamento della privacy, elemento cruciale per una società che gestisce una tale mole di dati sensibili, sul marketing strategico e territoriale, sugli aspetti motivazionali, sulla comunicazione, sulle relazioni e il lavoro di squadra, con numerose esperienze pratiche di team building, e ovviamente sulle nuove tecnologie, sugli strumenti informatici e digitali con cui viene continuamente implementata la “macchina”.

Non solo. Il personale è parte attiva in questo processo e viene coinvolto direttamente nella programmazione con la richiesta degli argomenti da approfondire per migliorare le competenze e la qualità del lavoro.

 

Il gap italiano sulle aziende che puntano sulla formazione continua

Un modello che, se non è in controtendenza, non è certo “maggioritario”, perché in un Paese come l’Italia che, come si è visto, avrebbe urgenza di puntare sulla formazione continua, la quota delle aziende che la forniscono, pur essendo quasi raddoppiata negli ultimi anni, passando dal 32% al 60%, resta ancora bassa, anche a causa di un punto di partenza molto basso.

La media Ocse è al 75% e la Norvegia è al 100%, Spagna, Regno Unito, Germania e Francia sono all’80% o oltre.

Inoltre, solo il 30% dei lavoratori con mansioni con un rischio significativo di automazione negli ultimi dodici mesi ha partecipato a programmi di formazione.

Soltanto la Grecia ha una percentuale inferiore, mentre la Danimarca è al 75%, Norvegia e Olanda sono al 70%. In Italia lascia poi a desiderare l’allineamento della formazione continua ai fabbisogni del mercato. Sebbene un’ampia quota di imprese (l’80% con almeno dieci dipendenti) dica di valutare il proprio fabbisogno di competenze, l’Italia è uno dei paesi Ocse con la più bassa corrispondenza tra priorità identificate e attività di formazione erogate, sottolinea lo studio Ocse.

E questo senza contare le imprese più piccole, che costituiscono la gran parte del tessuto produttivo italiano e per le quali la valutazione dei fabbisogni e la formazione rimangono concetti lontani. Inoltre, più del 30% delle ore di formazione si focalizza su quella obbligatoria, come salute e sicurezza, uno dei tassi più alti tra i paesi Ocse (in Danimarca è solo il 10%).

Un altro importante nodo è quello dei finanziamenti che dovrebbero essere più adeguati e sostenibili. La spesa pubblica per la formazione nel contesto delle politiche attive del lavoro è molto bassa rispetto ad altri paesi Ocse (3,3% del Pil pro capite per disoccupato contro il 19% della Danimarca) e pochissime sono le imprese che beneficiano di sussidi pubblici e/o incentivi fiscali per fornire formazione.

Spesso le spese per il training ricadono così sulle spalle dei lavoratori: in Italia il 28% dei partecipanti alla formazione ha contribuito finanziariamente al training, il tasso più alto dopo quello della Grecia (44%). Meno dell’1% delle aziende che fanno formazione beneficiano di sussidi ed agevolazioni pubblici contro la media Ocse dell’8,7%.

 

In ritardo anche sulle competenze digitali

Non va meglio per le digital skills, le competenze digitali sempre più richieste su un mercato del lavoro che mastica quotidianamente concetti come analisi dei dati, intelligenza artificiale e blockchain.

La buona notizia è che i dipendenti italiani intravedono più benefici che danni dal fenomeno. Quella cattiva è che non si ritengono attrezzati, né seguiti a sufficienza per colmare una lacuna che potrebbe minacciarne la sopravvivenza professionale.

I numeri del gap sono registrati da un report pubblicato nei mesi scorsi dal Sole 24Ore sulla penetrazione delle tecnologie digitali e di intelligenza artificiale nella propria routine. I risultati, estratti da un campione di 14.600 lavoratori internazionali (400 gli italiani), sono contraddittori.

L’80% dei dipendenti del nostro Paese considera “positivamente il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro”, con un occhio di riguardo per le potenzialità che potrebbero essere sprigionate dall’artificial intelligence.

Peccato che una quota identica, l’80%, si senta “sotto pressione” sulle proprie competenze, delegando ai datori di lavoro il compito di “predisporre piani di formazione per consentire ai dipendenti di acquisire le competenze mancanti”.

Una speranza che rischia di essere delusa: solo il 41% delle imprese è corso ai ripari con programmi di formazione specializzate, mentre appena il 50% degli intervistati ritiene che le università forniscano un pacchetto adatto di competenze. Una media pari al 18% in meno rispetto alla media globale e al -15% rispetto agli standard europei.