Articolo Pubblicato il 25 settembre, 2017 alle 11:19.

Le chat di WhatsApp valgono come prova

In un’epoca di digitalizzazione totale, anche la Legge si adegua: ormai è un punto assodato, sui cui la giurisprudenza non nutre più dubbi, il fatto che anche le chat di WhatsApp possono fare piena prova in giudizio.

Da ultimo, ad esempio, il Tribunale di Ravenna, con la sentenza numero 231/2017, ha condannato una donna a restituire all’ex amante i soldi che questi le aveva prestato per comprare un’auto proprio basandosi sul contenuto delle conversazioni intrattenute tramite le chat di WhatsApp e depositate agli atti. Nei messaggini, la donna si era impegnata a restituire le somme all’uomo con il quale all’epoca intratteneva una relazione clandestina, versando delle rate mensili di 200 euro e offrendo servizi di pulizia domestica.

Tale circostanza, per i giudici, è stata sufficiente a escludere inequivocabilmente che le somme per l’acquisto del veicolo fossero state corrisposte come atto di liberalità. Oltretutto, se i due erano stati solo amanti per un determinato periodo, e l’uomo ha una compagna e probabilmente anche la donna ha un partner, per i giudici non si comprendeva a quali regole del costume sociale corrispondessero le elargizioni.

La circostanza che le chat di WhatsApp possano costituire un’utile fonte di prova in giudizio è un principio ormai consolidato nelle aule di giustizia, suffragato anche dall’avallo dato da alcune sentenze della Cassazione. Tra le più recenti, si pensi ad esempio alla pronuncia numero 5510 del 6 marzo 2017, con la quale i giudici hanno ritenuto i messaggini dell’amante del marito come una prova del tradimento commesso da quest’ultimo, idonea a giustificare l’addebito alla separazione a carico del coniuge fedifrago.

Non solo: i messaggi sulle chat di WhatsApp vengono acquisiti anche in delicate indagini penali per gravi fatti di cronaca. Ad esempio, accogliendo un’istanza del legale dei familiari della vittima, l’ennesima donna assassinata dall’ex marito. Nei mesi scorsi, il Pubblico Ministero della Procura di Venezia titolare del procedimento ha disposto il sequestro dell’ Iphone della figlia della coppia proprio in ragione degli scambi di messaggi con la madre e con il padre giudicati particolarmente utili per meglio chiarire il contesto nel quale il crimine è stato commesso.