Articolo Pubblicato il 22 aprile, 2016 alle 10:15.

Com’era prevedibile, ha innescato una serie di reazioni a catena la divulgazione dei primi, allarmanti risultati del biomonitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha confermato l’alterazione dei valori del sangue nel campione monitorato di residenti nell’area del Vicentino contaminata dall’inquinamento da Pfas nelle acque.
La più importante è l’annuncio, da parte della Procura di Vicenza, dell’apertura di un’inchiesta per danno ambientale a seguito di notizie di stampa.
Dal canto suo Miteni, la fabbrica di Trissino ritenuta responsabile dell’inquinamento trentennale della falda acquifera e dei pozzi, e ora anche dell’avvelenamento dì centinaia di persone (i Pfas si trasmettono principalmente con l’acqua), ha rotto il silenzio, sostiene di non avere responsabilità e le scarica sulle concerie. “Un’area così vasta – recita una nota dell’azienda – va riferita al sistema di scarichi consortili a cui sono collegate centinaia di aziende del territorio”. Miteni precisa dì non produrre più Pfos e Pfoa dal 2011 (ha optato per le sostanze a catena corta, meno persistenti nell’organismo e nell’ambiente) e sottolinea che “Pfos e Pfoa vengono usati tutt’oggi da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero presenti nella zona che li acquistano sul mercato estero, imprese che sono allacciate agli stessi scarichi consortili a cui è allacciata Miteni”.
Dunque, la colpa dei Pfas nelle acque e nel sangue è delle industrie conciarie? E’ per loro e non per la Miteni che adesso 250mila cittadini dei comuni interessati per anni dalla contaminazione delle falde e dei pozzi, estesa anche alle provincie di Padova e Verona, dovranno sottoporsi a esami e test tumorali?
Alessandro Benassi, capo del dipartimento Ambiente della Regione Veneto, sa bene che adesso Miteni, come il Consorzio Arica per la depurazione, rispetta i limiti: «Glieli abbiamo dati noi come Regione nel 2014, anche se la competenza è statale e abbiamo rischiato ricorsi al Tar. Ma siccome il ministero dell’Ambiente alle nostre lettere non ha mai risposto, e tuttora mancano i limiti per gli scarichi di queste sostanze, siamo intervenuti».
Però la Miteni dice di non c’entrare con la contaminazione. «I Pfas servono per produrre vestiti e materiali cartacei impermeabilizzati, teflon per le pentole, eccetera. Molte fabbriche usano queste sostanze. Ma una sola è l’azienda che le produce (Miteni appunto, ndr). La quantità in gioco è ben diversa». Conclude Benassi.
Va da sé che la vicenda iniziata negli anni 70 – all’epoca non c’era nessuna legge ambientale e si scaricava direttamente nel torrente – non si concluderà tanto presto e per buona parte sarà giocata nelle aule di tribunale, anche perché c’è da capire chi pagherà il conto: per mettere in sicurezza gli acquedotti la Regione ha scucito due milioni e il resto della spesa è ricaduto sulle bollette degli utenti.
Intanto, si è diffuso un vero e proprio allarme tra la popolazione, in particolare nei centri vicentini, tutti a sud del capoluogo berico e per buona parte appartenenti all’hinterland, inseriti nell’area contaminata dall’inquinamento da Pfas. Le maggiori preoccupazioni riguardano quei cittadini che abitano nella cosiddetta “zona rossa”, che comprende i comuni di Altavilla Vicentina, Brendola, Creazzo, Lonigo, Montecchio Maggiore, Sarego e Sovizzo, definiti, in termine tecnico, “comuni biomonitorati ritenuti esposti”.
In tutti questi comuni, dalle prime ore dalla mattinata ieri, i centralini dei rispettivi municipi, ma anche quelli dei comandi di polizia municipale e delle Usi di appartenenza, sono stati presi d’assalto per richieste di informazioni o per la necessità di capire come comportarsi.
Due dei sette sindaci, Stefano Giacomin di Creazzo e Claudio Catagini di Altavilla, hanno provveduto a emanare ordinanze di chiusura di pozzi privati: in altri comuni la stessa ordinanza era stata firmata nei giorni scorsi (a Vicenza il sindaco Achilie Variati l’ha emanata lunedì mattina), anche se in assoluto le prime ordinanze, addirittura relative allo scorso anno, erano state pubblicate a Sarego e Brendola.