Articolo Pubblicato il 24 ottobre, 2017 alle 10:42.

Bastato un vento un po’ più forte e sostenuto del solito per far ripiombare Taranto nell’incubo inquinamento da… Ilva e per confermare quanto sia fragile la situazione ambientale della città e soprattutto dei quartieri più vicini ed esposti allo stabilimento, come il Tamburi.

Il 23 ottobre una nube di minerale sospinta dal vento che soffiava su Taranto, così alta e densa da oscurare il cielo sopra l’Ilva e arrivare nel centro abitato, si è alzata dai parchi minerali del siderurgico e ha invaso il rione più vicino allo stabilimento posandosi su campi e palazzi e provocando timori e proteste tra centinaia di cittadini, che hanno postato foto e video sui social network. Scatti inequivocabili che hanno portato l’associazione Peacelink a raccogliere il materiale per portarlo in Procura. “Una vera e propria tragedia le polveri sottili scagliate nell’aria dal vento a Taranto provenienti dai parchi minerali dell’Ilva – ha commentato il governatore della Puglia Michele Emiliano – Quei parchi avrebbero dovuto essere già coperti da anni eppure si chiede da parte degli acquirenti Ilva una proroga per l’adozione di questa prescrizione indispensabile per salvare vite umane”.

Gli enormi spazi dove viene accatastato il minerale in attesa di essere usato nella produzione dell’acciaio verranno coperti solo nel 2023, stando al crono programma degli interventi previsto da Arcelor Mittal e Gruppo Marcegaglia. Un lavoro imponente che durerà due anni e per il quale i nuovi proprietari contano di spendere non meno di 265 milioni di euro di investimenti in conto capitale, come scritto nel Piano industriale. Così nel frattempo i tarantini devono (e dovranno ancora) affrontare giornate come quella di lunedì: il vento soffia dall’Ilva verso il rione Tamburi e non c’è alcun rimedio che l’azienda possa porre in atto per evitare che la nube arrivi nelle strade e nelle case del quartiere, uno dei più colpiti sotto il profilo sanitario dagli effetti della produzione dell’acciaio, stando al report prodotto un anno fa dalla Regione Puglia.

In uno dei peggiori wind day – quelli in cui il vento spira dall’Ilva verso la città – che Taranto ricordi, si è fatta sentire anche l’associazione Genitori Tarantini che proprio in mattinata aveva tenuto un sit-in davanti alla prefettura poco prima che la nube di minerale invadesse il rione Tamburi. Riferendosi alle prescrizioni imposte dalla Asl durante i giorni di forte vento proveniente da nord ovest e che riversa sulla città le polveri dei parchi minerali, i Genitori Tarantini hanno chiesto al prefetto “se il governo ha ricevuto sufficienti informazioni su cosa siano i wind day, quali problematiche comportino e cosa venga previsto a ristoro delle criticità indotte”. Per il principio secondo il quale “chi inquina paga”, il coordinamento di padri e madri tarantini chiede “di costringere l’azienda, dopo ogni wind day, a una bonifica e pulizia capillare dell’intero territorio, utilizzando le migliori tecnologie disponibili, fino a rimuovere ogni traccia di scarti di produzione”. Anche le spese per la bonifica e la pulizia “di balconi, lastrici solari e muri delle costruzioni civili – osserva l’associazione – devono essere addebitate all’Ilva” e viene chiesto al governo di farsi carico anche “della distribuzione alla popolazione di guanti in nitrile contro il rischio chimico”. Ma è vita questa?