Articolo Pubblicato il 25 settembre, 2018 alle 10:58.

Molto probabilmente si conoscerà nella stessa giornata del 27 settembre 2018 la sentenza di primo grado del processo per l’efferato omicidio di Maria Archetta Mennella: la vittima aveva solo 38 anni. Giovedì alle 15, in Tribunale a Venezia, davanti al giudice dott. Massimo Vicinanza, è in programma l’udienza per la discussione del giudizio abbreviato richiesto e ottenuto dai legali dell’assassino reo confesso, l’ex coniuge della vittima, il quarantaquattrenne pizzaiolo di Torre del Greco Antonio Ascione, e il Gup potrebbe comunicare la pena già in serata.

L’ennesimo femminicidio, commesso all’alba del 23 luglio 2017, ha destato rabbia, sconcerto e una grande mobilitazione contro la violenza sulle donne, in Veneto ma anche in Campania: anche la vittima era di Torre del Greco. A colpire è stata tutta la vicenda a partire dalla generosità di “Mariarca” che, pur essendosi separata da quel marito violento e oppressivo e rifatta una vita lontano, nel Veneto Orientale, stabilendosi a Musile di Piave e trovando lavoro all’outlet di Noventa, aveva deciso di riaccoglierlo temporaneamente in casa per riavvicinarlo ai figli di 16 e 10 anni, le altre due vittime della tragedia. Un atto di amore e un’attenzione per la figura paterna che ha pagato con la vita: Ascione, non accettando la fine del rapporto e spinto dalla gelosia, l’ha barbaramente, proditoriamente e “lucidamente” trucidata, aspettando che rincasasse e accoltellandola ripetutamente a morte.

Quello che emerge dal quadro probatorio e dai capi d’imputazione formulati dal Pubblico Ministero titolare del fascicolo, il dott. Raffaele Incardona, infatti, non è un raptus, ma un crimine frutto di un’escalation di violenza e minacce covato nel tempo. L’assassino dovrà rispondere del reato di omicidio ma con parecchie aggravanti: per aver commesso il fatto per futili motivi (la gelosia); per aver agito “con premeditazione, dopo aver reiteratamente minacciato di morte la moglie”; per aver perpetrato il crimine contro il proprio coniuge e madre dei suoi figli, e quindi aggravato dal vincolo di parentela; “per aver aggredito la moglie nelle prime ore del mattino quando era ancora distesa a letto e incapace di opporre una adeguata difesa”. L’autopsia ha confermato come si sia trattato di una vile aggressione a tradimento e come i colpi siano stati inferti mentre Mariarca dormiva, elemento tutt’altro che secondario in quanto esclude il delitto d’impeto avvenuto al culmine di una lite ed è una conferma schiacciante che è stato premeditato.

Non solo. Ascione dovrà rispondere anche dell’ulteriore reato di minacce aggravate per aver appunto “minacciato di morte la moglie nei giorni precedenti con un coltello in mano” e, anche qui, con l’aggravante di aver commesso il fatto usando un coltello, strumento idoneo a offendere che poi, purtroppo, ha usato davvero.

I congiunti di Mariarca, attraverso il proprio legale, Avv. Prof. Alberto Berardi, nell’udienza preliminare del 4 giugno, si sono costituiti tutti parte civile nel processo: l’anziana mamma, i fratelli, le sorelle e, soprattutto, i due figli minorenni rappresentati dalla zia materna Assunta, su autorizzazione del giudice tutelare. Anche alla luce del certosino lavoro di ricostruzione e contestazione effettuato dalla Procura, sono fiduciosi e confidano in una pena esemplare. Anche perché il fenomeno dei femminicidi non accenna a diminuire: i primi sei mesi del 2018, infatti, hanno visto una nuova impennata di casi, 44 da gennaio a giugno 2018, con un aumento percentuale del 30% rispetto allo stesso periodo del 2017. A uccidere sono stati, nella quasi totalità dei casi, mariti, compagni o ex, incapaci di accettare la fine della relazione o la volontà della ex compagna di ricostruirsi una vita al di fuori della coppia. Una strage senza fine.