Articolo Pubblicato il 19 gennaio, 2018 alle 10:33.

Non solo l’ente pubblico si è dovuto accollare finora gli ingenti costi per risolvere l’inquinamento da Pfas causato da privati che ha colpito mezzo Veneto e centinaia di migliaia di persone, ma adesso viene addirittura chiamato a pagare i danni dalla Miteni, l’azienda sotto inchiesta perché (fortemente) sospettata di aver scatenato la più grave contaminazione d’acqua in Veneto. Un “paradosso” da 98 milioni di euro: tanti ne ha chiesti la società a titolo risarcitorio alla Regione, ma anche ad Arpav, Provincia di Vicenza, Consorzio di Bonifica Alta Pianura Veneta, Alto Vicentino Servizi e Comune di Trissino, attraverso un ricorso al Tar presentato lo scorso dicembre 2017.

Possibile?”. L’azienda in buona sostanza contesta i carotaggi “a maglia stretta” che la Regione Veneto ha deciso di avviare nel sito inquinato: scavi ogni 30 metri, spinti in profondità fino a 10, per valutare l’inquinamento, l’entità e l’estensione della contaminazione. Operazioni che Miteni (in foto, una manifestazione dei comitati davanti allo stabilimento) ritiene però altamente invasive per la sua attività, tali da compromettere la funzionalità e l’integrità dei macchinari e da mettere a rischio la stessa produzione aziendale. Nel ricorso la società berica evidenzia due elementi: il fatto che i tempi di realizzazione sarebbero cosi lunghi da ritardare la bonifica dell’area vista la necessità di bloccare tutta l’attività produttiva; i pesanti costi industriali causati dal fermo degli impianti e del personale. Miteni precisa di non opporsi alla caratterizzazione del terreno sulla maglia 10×10 metri e di aver anche presentato alla Conferenza dei servizi un piano di indagine più accurato rispetto al 10×10 metri. L’azienda, tuttavia, insiste che la caratterizzazione 10×10 non può essere realizzata indiscriminatamente su tutta l’area, in quanto bisognerebbe fermare la produzione e realizzare buchi in edifici costruiti già prima dell’inizio della produzione dei Pfas. E lancia l’incredibile minaccia: “se gli enti pubblici continueranno con i carotaggi a maglia stretta, saranno chiamati a risarcire un danno quantificato in 98 milioni di euro”.

La Regione, tuttavia, ha già fatto sapere di non aver alcuna intenzione di sospendere l’attività con l’obiettivo di cercare prima tutti i rifiuti e successivamente di procedere con la loro rimozione.

Scandalizzati i commenti su quest’iniziativa da parte di cittadini, comitati e politici: tra i più frequenti quello che parla di “mondo alla rovescia” e di ulteriore attacco alla salute pubblica e a chi cerca di tutelarla. E c’è anche chi chiede un intervento del Presidente della Repubblica Mattarella.

Per la cronaca, quello con Mteni non è runico fronte giudiziario aperto per la Regione. Al Tar sono stati depositati infatti altri sette ricorsi da parte di Acque del Chiampo spa, Centro risorse srl, Depuracque servizi srl, Contarina spa, Safond-Martini srl, Consorzio Cipa, Medio Chiampo spa. Si tratta delle società che gestiscono gli impianti di smaltimento rifiuti nelle diverse province del Veneto e che sono destinatarie della circolare della Regione dello scorso 15 novembre. Il provvedimento faceva riferimento al fatto che le sostanze perfluoroalchiliche si possono trovare ovunque, anche nelle discariche dove poi viene estratto il percolato. Palazzo Balbi sollecitava i Centri in questione ad attrezzarsi in vista dello smaltimento, qualora risultassero superati determinati valori fissati per i Pfas. In particolare, nella prima fase, l’esecutivo veneziano chiedeva di essere avvisato dell’eventuale presenza di Pfas oltre i limiti consentiti dalle disposizioni regionali. L’obiettivo era quello di una bonifica ad ampio raggio. Manca però, a livello nazionale, una normativa che disciplini i valori limite di tutte queste sostanze. Con la conseguenza che, in assenza di disposizioni nazionali, quelle regionali risultano quantomeno vacillanti. E infatti i Centri di smaltimento hanno puntualmente impugnato la circolare davanti ai giudici amministrativi contestando, appunto, i limiti restrittivi individuati da Palazzo Balbi.