Articolo Pubblicato il 9 ottobre, 2018 alle 20:16.

Il 9 ottobre del 1963 si consumò uno dei più gravi disastri della storia italiana: la tragedia della diga del Vajont. Alle 22.39 oltre 270 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal monte Toc e precipitarono nel bacino artificiale sottostante sollevando tre onde colossali: un’onda d’urto paragonabile a quella della bomba atomica di Hiroshima. Due si schiantarono sulle pareti della vallata circostante, la terza strappò via la strada che coronava la diga e si scagliò a valle, verso Longarone. Quasi duemila persone vennero travolte e persero la vita: tra loro 487 bambini e ragazzi sotto i 15 anni.

Il disastro rase al suolo le località di Erto e Casso, come la maggior parte di Longarone, nelle province di Pordenone e Belluno. Gli abitanti scomparvero nel nulla, inghiottiti dai flutti e dalle macerie. I tecnici stavano monitorando la situazione da giorni perché il pericolo che la frana si staccasse era reale ma l’appello dei geologi non venne ascoltato e la popolazione non fu avvertita dell’imminente pericolo.

All’indomani del dramma, dei fiumi d’inchiostro spesi per indagare sulle cause dell’immane tragedia, pochissimi si concentrarono sugli errori umani, che dopo dibattiti e processi vennero ricondotti a progettisti e dirigenti della Sade, che occultarono la non idoneità dei versanti del bacino. Dopo la costruzione della diga si scoprì, infatti, che essi avevano caratteristiche morfologiche tali da non renderli adatti a essere lambiti da un serbatoio idroelettrico. Inoltre, nessun piano di evacuazione di massa venne predisposto quando il pericolo era ormai sotto gli occhi di tutti.

A 55 anni dal disastro del Vajont, le 1910 vittime di quella “strage annunciata” sono ancora in attesa di ottenere piena giustizia. Inchieste, indagini e testimonianze hanno aiutato a ricostruire la dinamica del disastro, ma la verità e, soprattutto, la giustizia sono ancora lontane

Oggi, nell’anniversario del la tragedia, è intervenuto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha affermato: “A 55 anni dal disastro del Vajont l’Italia non dimentica le vite spezzate, l’immane dolore dei parenti e dei sopravvissuti, la sconvolgente devastazione del territorio, i tormenti delle comunità colpite. Neppure può dimenticare che così tante morti e distruzioni potevano e dovevano essere evitati”. 

Serve responsabilità, la sicurezza è un diritto – ha aggiunto il Capo dello Stato – Il disastro del Vajont sollecita un’assunzione di responsabilità, anzitutto delle istituzioni a tutti i livelli, della società civile, di scienziati e tecnici, del mondo degli operatori industriali affinché gli standard di sicurezza siano sempre garantiti in ogni opera pubblica al massimo livello e l’equilibrio ambientale venga ovunque assicurato, a tutela della vita dei cittadini e delle comunità. Questo anniversario risuona come ammonimento per la nostra stessa civiltà“. La tragedia del Vajont, infatti, pare non aver insegnato nulla: basta guardare le rovine del Ponte Morandi di Genova.