Articolo Pubblicato il 21 febbraio, 2020 alle 15:20.

E’ una sentenza di assoluto rilievo nell’affermazione dei diritti delle persone diversamente abili quella – la n. 3691/20 depositata il 13 febbraio 2020 – con cui la Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento del danno nei confronti di un Comune marchigiano, responsabile di non aver rimosso le barriere architettoniche che impedivano ad una consigliera comunale disabile di accedere alla sala consiliare, e di non aver messo in atto, in attesa d’installare l’ascensore per disabili, misure idonee a consentirle l’accesso agli uffici e ai luoghi di riunione.

Il Comune, pur non avendone l’intenzione, in questo modo ha messo in atto una forma di discriminazione indiretta, integrando la fattispecie prevista dal comma 3 dell’articolo 2 della legge n. 67/2006.

 

Consigliera disabile cita in causa il Comune per le barriere architettoniche

La vicenda. Una consigliera comunale riconosciuta disabile ai sensi dell’art. 3 comma 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, aveva citato in giudizio il suo Comune, San Paolo di Jesi, dolendosi del fatto di non poter accedere autonomamente agli uffici amministrativi e alla sala consiliare del municipio. In particolare, la donna lamentava che, in assenza di un ascensore per disabili o di un servoscala, doveva farsi “guidare” e “trasportare” dal personale comunale lungo due rampe di scale, per essere messa su una specie di “trattorino” o “montascale”.

E pertanto chiedeva all’autorità giudiziaria di ordinare l’immediata cessazione del “comportamento discriminatorio”, condannando il Comune sia alla pronta realizzazione di un ascensore e/o di un servoscala, o comunque delle opere ritenute più idonee, sia al risarcimento del danno, da liquidare in via equitativa.

Il Tribunale respinge la richiesta, la Corte d’appello invece la accoglie

Nel 2013 il Tribunale di Ancona, sezione distaccata di Jesi, aveva respinto la domanda, ma con sentenza del 14 novembre 2017 la Corte d’Appello di Ancona, a cui la consigliera disabile aveva proposto appello, ha invece accolto il gravame ritenendo, in riforma dell’impugnato provvedimento, che la mancata eliminazione delle barriere architettoniche, ostative all’accesso di persone disabili agli uffici e alla sala consiliare Comune, integrasse la fattispecie della cosiddetta “discriminazione indiretta”, ex art. 2, comma 3, della legge 10 marzo 2006, n. 67, considerato che la stessa legge ne aveva accolto una nozione che prescinde da ogni volontà o intenzione discriminatoria del soggetto agente.

 

Le misure adottate sono state riconosciute inadeguate

La Corte aveva altresì evidenziato come come la presenza del “trattorino” non fosse stata affatto adeguata – fino alla (tardiva) realizzazione dell’ascensore per disabili – a consentire il superamento della barriera architettonica. D’altra parte, la circostanza che alla consigliera non fosse garantito l’accesso alla sala consiliare e agli uffici comunali risultava confermata dalla decisione del Comune di spostare le riunioni del consiglio nella palestra della scuola elementare, proprio per consentire la più agevole partecipazione dell’interessata, salvo poi – una volta preso atto delle sue dimissioni da consigliere – tornare a svolgere le riunioni nella sede istituzionale.

Di qui dunque la condanna del Comune al (solo) risarcimento del danno, essendo “medio tempore” cessata la condotta discriminatoria, attraverso la realizzazione dell’ascensore per disabili: risarcimento quantificato in via equitativa in 15mila euro.

 

Il Comune ricorre per Cassazione: il monascale era regolamentare

Contro questa sentenza il Comune ha presentato ricorso per Cassazione negando, in particolare, che sussistessero, nella specie, i presupposti per ritenere integrata una discriminazione indiretta.

Il ricorrente, tra vie altre cose, ha evidenziato come il palazzo municipale risalisse agli anni Cinquanta del secolo scorso, laddove invece l’art. 1 della legge n. 13 del 1999, dettata per il superamento delle barriere architettoniche, si sarebbe dovuto applicare solo ai “progetti di nuovi edifici”, ovvero alla “ristrutturazione di interi edifici“, e che agli edifici e spazi pubblici già esistenti si sarebbero dovuti apportare solo tutti quegli accorgimenti tali da migliorarne la fruibilità da parte dei disabili, prevedendo, in attesa dell’adeguamento, che ogni edificio fosse dotato, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del regolamento di attuazione, di un sistema di chiamata per attivare un servizio di assistenza in grado da consentire alle persone con ridotta capacità motoria o sensoriale la fruibilità dei servizi espletati. Condizione che secondo il comune era stata soddisfatta tramite la predisposizione, in attesa della realizzazione dell’ascensore, di un montascale – il “trattorino” -, del tutto regolamentare, che consentiva al disabile di giungere agli spazi di relazione.

L’Amministrazione comunale ha anche chiarito di essersi tempestivamente attivata per l’installazione dell’ascensore, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza di secondo grado nella quale, come detto, si asseriva che la condotta del Comune, benché non diretta esplicitamente a discriminare o danneggiare, avrebbe comunque integrato un comportamento di omesso adeguamento alla normativa.

Infine, quanto alla contestata violazione dei commi 5 e 6 dell’art. 28 del d.lgs. n. 151 del 2006, il ricorrente ha rilevato come la condanna risarcitoria a carico di chi abbia posto in essere la discriminazione indiretta fosse puramente facoltativa e che, nella specie, fosse mancata del tutto quella condotta intenzionalmente discriminatoria che avrebbe potuto giustificare la pesante sanzione risarcitoria comminata

 

La Cassazione rigetta il ricorso: nessuna giustificazione alla discriminazione

La Suprema Corte però ha rigettato il ricorso, con motivazioni stringenti.

L’esistenza di ampia definizione legislativa e regolamentare di barriere architettoniche e di accessibilità rende la normativa sull’obbligo dell’eliminazione delle prime, e sul diritto alla seconda per le persone con disabilità, immediatamente precettiva ed idonea a far ritenere prive di qualsivoglia legittima giustificazione la discriminazione o la situazione di svantaggio in cui si vengano a trovare queste ultime, consentendo loro il ricorso alla tutela antidiscriminatoria, quando l’accessibilità sia impedita o limitata, e ciò, a prescindere, dall’esistenza di una norma regolamentare apposita che attribuisca la qualificazione di barriera architettonica ad un determinato stato dei luoghi” mette subito il chiaro la sentenza, aggiungendo anche che questa conclusione “appare del tutto in linea con la necessità di assicurare alla normativa suddetta un’interpretazione conforme a Costituzione, se è vero che – come sottolinea la stessa giurisprudenza costituzionale – l’accessibilità è divenuta una «qualitas» essenziale perfino degli edifici privati di nuova costruzione ad uso di civile abitazione, quale conseguenza dell’affermarsi, nella coscienza sociale, del dovere collettivo di rimuovere, preventivamente, ogni possibile ostacolo alla esplicazione dei diritti fondamentali delle persone affette da handicap fisici”.

 

Va salvaguardata la vita di relazione per le persone disabili

I giudici del Palazzaccio aggiungono inoltre  che il superamento delle barriere architettoniche, tra le quali rientrano tutti gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di spazi, attrezzature o componenti, è stato previsto anche per facilitare la vita di relazione delle persone disabili, evidenziando che tali principi “rispondono all’esigenza di una generale salvaguardia della personalità e dei diritti dei disabili e trovano base costituzionale nella garanzia della dignità della persona e del fondamentale diritto alla salute degli interessati, intesa quest’ultima nel significato, proprio dell’art. 32 Cost., comprensivo anche della salute psichica oltre che fisica

La cassazione quindi rigetta, in quanto inammissibili, le altre censure, come quelle riguardanti la presunta “minimizzazione” dell’installazione del “trattrorino”, che “finiscono con il risolversi nella richiesta di un apprezzamento di fatto sulla sua idoneità a garantire l’accessibilità all’edificio municipale, non consentita in questa sede”.

Legittimo anche il risarcimento

Quanto infine alla doglianza che investe la determinazione del risarcimento del danno, la cassazione evidenzia come quello previsto dalla norma in esame sia un “sistema equitativo” di liquidazione del danno e come, di conseguenza, trovino applicazione i principi secondo cui “l’esercizio, in concreto, del potere discrezionale conferito al giudice di liquidare il danno in via equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità purché la motivazione della decisione dia adeguatamente conto dell’uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito”.

Cosa che la corte marchigiana ha ben fatto secondo la Suprema Corte, dichiarando di aver “tenuto conto della destinazione d’uso del fabbricato interessato (pubblico, ndr), della qualifica rivestita all’epoca dall’istante (consigliera comunale, ndr), nonché del periodo di tempo per il quale si era protratta la situazione di inadempienza dell’ente territoriale”, così indicando i criteri seguiti nella determinazione del “quantum”.

Pertanto, ricorso respinto e condanna del Comune al risarcimento in favore dell’ex consigliera disabile confermato.