Articolo Pubblicato il 29 dicembre, 2016 alle 10:34.

Ha destato polemiche e riaperto subito il dibattito tra pro e contro l’inchiesta pubblicata sull’ultimo numero de “L’Espresso” (in foto, l’immagine di copertina) e dedicata ad un primo bilancio sulla legge sull’omicidio stradale, entrata in vigore il 25 marzo 2016.

Un bilancio deludente secondo i giornalisti del noto settimanale, che scrive: “I numeri provvisori dicono che la nuova norma ha inciso poco sulla riduzione delle vittime e non ha sortito l’effetto deterrenza di altre norme, come la patente a punti. Il provvedimento voluto dall’allora Ministro dei Trasporti Pietro Lunardi entrò in vigore il 1 luglio 2003 e nel giro di 5 mesi permise un calo degli incidenti del 17,16% rispetto allo stesso periodo del 2002, mentre la diminuzione nel numero di morti e feriti fu, rispettivamente, del 23,4 e del 20,2% (dati relativi ai rilievi della Polizia Stradale in autostrade e strade extraurbane). A confronto, i risultati ottenuti nei primi 5 mesi di applicazione dell’Omicidio Stradale (luglio-novembre 2016) rispetto alla situazione precedente (luglio-novembre 2015) sono estremamente deludenti: incidenti, morti e feriti scendono del 3,1%, 4,8% e 3,7%”.

Secondo l’Espresso, inoltre, i primi mesi di applicazione hanno fatto emergere numerosi limiti del provvedimento. Da un lato, infatti, non sono previste aggravanti per chi usa lo smartphone al volante, ormai prima causa di incidenti: secondo dati Aci, 3 incidenti su 4 sono riconducibili alla distrazione e un guidatore morto su 4 è vittima del telefono. Dall’altro, migliaia di automobilisti rischiano di non poter guidare a lungo anche in caso di banali tamponamenti. L’aspetto più delicato in tal senso, secondo gli estensori dell’inchiesta, riguardano gli incidenti con “feriti gravi”, soglia oltrepassata quando la prognosi supera i 40 giorni. “In Italia nel 2015 i feriti gravi sono stati 15.901, il 6,3% del totale. Quando si verifica un incidente di questo tipo il guidatore del veicolo che lo ha causato viene denunciato all’autorità giudiziaria, che apre un’istruttoria. Se ritenuto colpevole, qualunque sia la pena detentiva inflitta e anche se sospesa con la condizionale, scatta in automatico la pena accessoria della revoca della patente per un minimo di 5 anni. Con il risultato che anche per un colpo di frusta causato al conducente di un’auto tamponata, il rischio è non poter guidare per almeno 5 anni, al termine dei quali sarà anche necessario ripetere l’esame”.

Considerazioni su cui sono state espresse numerose perplessità e contrarietà: “L’Omicidio Stradale è una buona legge – obietta Stefano Guarnieri, presidente dell’associazione Lorenzo Guarneri, dal nome del figlio 17enne ucciso da un guidatore ubriaco – Certo può avere degli effetti collaterali indesiderati, ma non si può mandare all’aria una buona legge solo per quelli“. E anche l’Asaps (Associazione Amici e Sostenitori della Polizia Stradale) parla di conclusioni non condivisibili: “Se un calo del 6,6% delle vittime mortali nei primi cinque mesi dall’entrata in vigore dell’omicidio stradale vi sembra poco! A noi per niente. Con questa percentuale nei prossimi cinque anni raggiungeremo l’obiettivo di un calo del 50% delle vittime sulle strade entro il 2020”.

Nel dibattito che si è aperto sulla questione merita di essere riportata anche la posizione di Giuseppa Cassaniti, presidente dell’Aifvs, Associazione Italiana Familiari Vittime della Strada, che, tra le altre cose, attacca duramente le compagnie assicurative, lamentando le “eccessive concessioni alle lobby della Rc Auto”. “Siamo vittime due volte. Della tragedia della perdita di un congiunto in un incidente stradale e del Dio denaro. Come si può chiamare diversamente il profitto smodato delle compagnie assicuratrici? Quanto fanno di utili in un anno? Quattro miliardi, sei? I vari governi succedutisi negli anni che messaggio hanno fatto passare? Che per abbassare i premi dell’Rc auto bisognava abbassare gli indennizzi. Ci vuole fantasia a pensare e a dire una cosa del genere. Perdi un figlio, ucciso in un incidente stradale, ma devi avere meno soldi perché così gli altri utenti risparmieranno. Invece i premi si possono tagliare subito abbassando il profitto delle compagnie e intervenendo su altre criticità. Ma ci vuole anche altro. Per superare questi problemi che sono un’offesa alla vita occorre un cambiamento culturale, etico e organizzativo. Il punto di arrivo deve essere il riconoscimento del valore della vita“.

Cassaniti ha anche rivelato che durante i lavori di preparazione della legge, nel corso della quale le varie associazioni sono state ascoltate in audizione dalla Commissione Giustizia della Camera, “puntavamo ad allargare la casistica sulle aggravanti. Inizialmente c’erano solo quelle sullo stato psicofisico del conducente, uso di droga e alcol. Abbiamo chiesto e ottenuto che ci fossero anche quelle legate alla velocità, a comportamenti pericolosi come il sorpasso vicino alle strisce pedonali, l’inversione a U eccetera. Ma alcune richieste sono poi scomparse dal testo, inspiegabilmente, come e proprio quella sull’uso dello smartphone”.

I dati – conclude la Presidente dell’Aifvs – sono ancora pochi per tirare le somme sulla legge, ma una cosa posso dirla: il problema è l’atteggiamento della giustizia di fronte a un incidente stradale. Si tende a sottovalutare l’evento. La richiesta dei magistrati parte sempre dal minimo della pena, che poi viene decurtata di un terzo. In galera non ci finisce quasi nessuno. Ultimamente ho colto segnali di maggiore attenzione, ci sono Regioni, come il Lazio, che stanno studiando dei protocolli da seguire, si cerca di dare maggiori strumenti per le indagini. Ma il cambiamento più importante resta quello culturale,:bisogna estirpare la convinzione che in strada si possa fare quello che si vuole, perché la trasgressione qui ha conseguenze irreversibili sui diritti degli altri“.