Il 25 gennaio è stato inaugurato l’anno giudiziario, tradizionale occasione per fare il punto sullo stato di salute della giustizia italiana. Ed è uno spaccato con qualche luce ma con ancora molte ombre quello tracciato dal Primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone, nella relazione tenuta per l’inaugurazione, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato.

Tra gli aspetti positivi Mammone ha sottolineato come in dieci anni l’arretrato civile si sia dimezzato: il numero dei procedimenti pendenti è passato dai circa 6 milioni del 2009 a poco più di 3,6 milioni al 30 giugno 2018, con una percentuale di riduzione del 4,85% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Parliamo comunque di un numero ancora enorme. Tra luglio 2017 e giugno 2018 le nuove iscrizioni si sono ridotte davanti ai tribunali mentre sono rimaste sostanzialmente stabili davanti a giudici di pace e alle corti d’appello. Dalle indicazioni provenienti da alcune corti, risulta un aumento delle cause di lavoro, in particolare delle controversie di pubblico impiego nel settore della scuola. L’estensione della negoziazione assistita anche alle ipotesi di separazione consensuale, divorzio e modifica delle condizioni della separazione o del divorzio, ha invece «influito positivamente» determinando un calo, «sia pure contenuto» delle procedure.

Inoltre, il Presidente della Suprema Corte ha rilevato la costante diminuzione dei casi di prescrizione, che in genere matura nel giudizio di appello e nella fase di indagini preliminari, aggiungendo che al riguardo non hanno ancora inciso le sospensioni di 18 mesi per ciascun grado di giudizio introdotte con la riforma del codice penale applicabili per i reati commessi dopo il 3 agosto 2017. Mammone ha anche spiegato che non è ancora possibile esprimere un giudizio sulla riforma della prescrizione e che deve essere accompagnata da altri interventi.

Per contro, tuttavia, è ulteriormente aumentata la lentezza dei processi penali. Il presidente della Cassazione ha chiarito che la durata media dei procedimenti nell’anno giudiziario 2017-2018 è cresciuta in primo grado del 17,5%, passando da 369 a 396 giorni, anche se l’appello ha registrato una riduzione del 3,4% dei tempi di definizione – che però permangono “eterni” -, da 906 a 861 giorni, «pur attestandosi – ha aggiunto – su elevati valori assoluti dai quali verosimilmente deriva il notevole tasso di incidenza delle prescrizioni nel grado, pari al 25% circa (25,8% nel 2017 e 24,8% nel primo semestre del 2018) del numero dei procedimenti definiti dalle Corti di appello». Per quanto riguarda il numero dei procedimenti penali nei confronti di autori identificati pendenti al 30 giugno 2018, esso è diminuito del 4,1 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Allo stesso modo sono diminuiti anche i nuovi procedimenti iscritti (-2,6%) e quelli definiti (-4,7%).

Deludenti, quindi, i numeri forniti sui riti alternativi. Gli uffici Gip e Gup, ha spiegato ancora Mammone, definiscono con riti alternativi soltanto il 9% del contenzioso (6% per patteggiamenti e giudizi abbreviati, 3% per decreti penali irrevocabili), a riprova «della scarsa appetibilità» di tali soluzioni, e circa l’11 % con rinvio a giudizio, «a conferma della efficace funzione di filtro svolta».

Per quanto riguarda il giudizio di appello, buona parte dei quasi due anni e mezzo che esso attualmente richiede sono imputabili a «tempi di attraversamento» che nulla hanno a che vedere con la celebrazione del giudizio. Si tratta di tempi di attesa degli atti di impugnazione, predisposizione dei fascicoli da trasmettere alla Corte d’appello, e altre incombenze di carattere procedurale che «consumano» in buona parte il tempo processuale. «Lo snellimento delle procedure – sottolinea il Primo presidente della Cassazione -, l’attribuzione di maggiori risorse umane e tecnologiche e un migliore utilizzo di esse potrebbe ridurlo drasticamente».

Se Mammone, infatti, si è detto moderatamente soddisfatto di questi risultati, lo è molto meno delle condizioni in cui versa il sistema della giustizia: “La gestione della struttura giudiziaria risente nel complesso di una persistente carenza di risorse, soprattutto per quel che riguarda il personale amministrativo. La percentuale di scopertura nazionale è del 21,38% a fronte del 23,04% dell’anno precedente, ma in alcuni distretti supera il 25%” ha concluso il Presidente, che per la Suprema Corte ha lanciato anche un altro di grido di allarme per il boom di ricorsi da cui è investita nel settore dei diritti dei migranti e in quello tributario. I nuovi ricorsi civili, che negli anni precedenti si erano andati stabilizzando per numero, con una progressiva riduzione dell’arretrato, sono ora aumentati in maniera inattesa, nella misura del 21,7%, a causa, appunto, dell’incremento delle sopravvenienze in materia tributaria (+ 9,8%) e in materia di protezione internazionale, con un incremento di ben il 512,4%.