Articolo Pubblicato il 7 gennaio, 2019.

Il 4 gennaio 2019 si è consumata una terribile tragedia sulla neve che è costata la vita a una bambina di soli otto anni. La piccola era in Alto Adige con la famiglia – madre, padre e fratellino di Reggio Emilia – per trascorrere un periodo di vacanza. L’incidente si è verificato sul Corno del Renon nelle Alpi sarentine, un piccolo comprensorio sciistico, frequentato soprattutto da famiglie, a nord-est di Bolzano. Madre e figlia avevano noleggiato una slitta ma hanno sbagliato direzione: invece di andare sulla pista dedicata agli slittini, a norma, sono finite su una pista da sci “nera”, molto ripida e proibita a chi pratica lo slittino. Dopo il primo muro con una pendenza del 40%, hanno preso velocità, lo slittino è uscito dalla pista ed è andato a sbattere contro un albero. La bambina è morta sul colpo, mentre la mamma – che ha subito un politrauma – è stata intubata sul posto e trasportata con l’elicottero dell’Aiut Alpin Dolomites all’ospedale di Bolzano.

Ma non è l’unico dramma consumatosi sulla neve in questo tragico inizio del 2019: due giorni prima era deceduta un’altra bimba di nove anni dopo una caduta sulla pista da sci “Imbuto” di Sauze d’Oulx (Torino). Queste tragedie, con la stagione invernale e delle settimane bianche ormai avviata, ripropongono con forza il fenomeno tutt’altro che circoscritto degli incidenti sulla neve.

Da alcuni anni l’Istituto Superiore di Sanità realizza una statistica sugli incidenti sulla neve in Italia chiamata SIMON (Sorveglianza Incidenti Montagna), Ebbene, il sistema registra in media 25-30.000 incidenti all’anno causati dalla pratica di sport invernali e tra questi 1.500 richiedono il ricovero in ospedale La ripartizione dei sinistri sulla neve è del 55,4% per gli uomini e del 44,5% per le donne e gli infortuni interessano soprattutto le età più giovani: il 50% degli incidenti accade entro i 30 anni di età, mentre i due terzi degli infortuni avviene entro i 40 anni.

Gli incidenti mortali sono, per fortuna, abbastanza rari. Si osserva, infatti, un decesso ogni 1700 interventi, che, rapportato ai 30.000 incidenti stimati, indica circa 20 morti all’anno, ma in alcuni anni gli infortuni mortali sono state molti di più e comunque, al di là di queste tragedie, resta il fatto che ogni inverno lascia alle spalle centinaia di feriti in modo anche grave, e che porteranno conseguenze permanenti. Nel 32,6% dei casi l’intervento di soccorso sulle piste è effettuato in seguito a distorsioni, seguono poi le contusioni (26%), le fratture (14%), le ferite (9%) e le lussazioni (8%). I traumi riguardano nella maggior parte dei casi gli arti inferiori (53,4%), mentre quelli superiori sono interessati nel 15,3% dei casi e la zona del cranio e della faccia nel 13,4%.


Il tipo di incidenti e le lesioni mettono in luce, in primis, l’importanza di un’adeguata preparazione fisica nell’affrontare una giornata sulle piste. Lo sci è uno sport piacevole, che si svolge in ambienti altamente suggestivi, ma non deve essere preso alla leggera. Gli sforzi ai quali si sottopone il fisico, uniti a condizioni atmosferiche che l’alta montagna può rendere disagevoli, richiedono un profondo rispetto per il proprio organismo, per i segnali di stanchezza, di dolore o di freddo che lancia, nonché per i propri limiti, oltre che un grande senso di responsabilità. E poi altamente consigliabile indossare sempre il casco, per quanto sia obbligatorio solo per gli under 14, e usufruire di impianti che si conoscono o che siano sicuri perché non è infrequente che gli incidenti sulla neve siano quanto meno concausati dalle lacune delle piste quanto a presidi di sicurezza, come le barriere, o la segnaletica: nel caso del tragico incidente del 4 gennaio costato la vita alla bambina di otto anni, ad esempio, sono al vaglio anche i cartelli di divieto posti sulla pista nera, soltanto in lingua tedesca.