Articolo Pubblicato il 19 ottobre, 2017 alle 11:41.

Nove mesi di “silenzi”: la rabbia dei familiari delle 29 vittime dell’Hotel Rigopiano

Il 18 gennaio di quest’anno a Rigopiano, nel comune abruzzese di Farindola, si è consumata una tragedia che ha sconvolto l’Italia: una slavina, distaccatasi dalla cresta sovrastante, ha travolto l’albergo Rigopiano-Gran Sasso Resort, causando 29 morti tra dipendenti e ospiti della struttura. Si tratta dell’incidente da valanga più grave avvenuto nel Paese nell’ultimo secolo. Soltanto in 11 si sono salvati.

All’indomani di quella strage, la Procura di Pescara aveva assicurato che avrebbe fatto in tempi celeri la massima chiarezza per individuare le responsabilità di quanto avvenuto, ma a nove mesi esatti di distanza i familiari delle vittime lamentano un clima di assoluto silenzio intorno a loro, le scarse o nulle informazioni su come stanno procedendo le indagini: c’è anche chi ha iniziato lo sciopero della fame per sollecitare che venga fatta giustizia e per chiedere ai presunti responsabili di dimettersi. Eh già perché l’Hotel Rigopiano è diventato l’emblema di come non devono essere gestiti il territorio, lo sciluppo edilizio e anche le emergenze.

Nessuno mette in dubbio il certosino lavoro degli inquirenti, che prosegue, sta di fatto che le complesse indagini sono anche dovute passare da diverse scrivanie dopo il trasferimento del Pubblico Ministero Cristina Tedeschini e che il nuovo Procuratore Capo di Pescara, Massimiliano Serpi, insediatosi da poco, ha dovuto avere anche il tempo materiale di leggere le carte, supportato da Andrea Papalia, il Sostituto Procuratore che ha ereditato il fascicolo, inizialmente contro ignoti, e che ha spiccato i primi avvisi di garanzia iscrivendo sei persone nel registro degli indagati per le ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose: il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, il dirigente delegato alle opere pubbliche, Paolo D’Incecco, il responsabile della viabilità provinciale, Mauro Di Blasio, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, il geometra comunale Enrico Colangeli e il anche direttore del resort, Bruno Di Tommaso.

A complicare il quadro, infatti, sono anche i numerosi filoni di indagine: c’è quello riguardante le autorizzazioni relative all’ampliamento dell’Hotel, in origine semplice rifugio, quello sulla percorribilità delle strade e del mancato intervento di mezzi appropriati per consentire agli ospiti dell’Hotel di tornare a valle, nonché il fronte caldo della prevedibilità della valanga che chiamerebbe in causa anche la Regione per la mancata dotazione della carta di localizzazione dei pericoli da valanga.

Le famiglie di 29 vittime innocenti, però, aspettano risposte al loro dolore e alle loro laceranti domande. E, soprattutto, giustizia.