Articolo Pubblicato lunedì, 13 maggio, 2019.

“CE” o non “CE”. La vicenda, balzata all’onore delle cronache nazionali l’11 maggio 2019, della donna trevigiana rimasta seriamente ustionata dallo scoppio di un cuscino elettrico scalda-mani ripropone l’annosa questione della contraffazione e, più precisamente, del marchio “CE” “taroccato”.

 

Il marchio CE vero

Com’è noto, dal 2006 la marcatura CE indica che un prodotto, importato da un Paese della Comunità Europea, è conforme alle leggi dell’UE e può quindi liberamente circolare all’interno del mercato unico.

Si tratta infatti di una certificazione di qualità, che appone lo stesso fabbricante, dichiarando così, sotto la propria responsabilità, dopo aver effettuato le opportune verifiche, che il prodotto rispetta tutte le prescrizioni relative all’apposizione del marchio, tra cui i requisiti di sicurezza.

 

La “furbata” dei cinesi

Il problema è che le aziende cinesi si sono per così dire consorziate e, per aggirare l’ostacolo di questa certificazione di qualità, hanno creato il marchio alternativo CE, che sta invece per “China Export”.

Un marchio che per di più – di qui l’aspetto ingannevole dalle faccenda – è pressoché simile a quello originale, anche se ci sono delle differenza che è bene che il consumatore conosca.

In particolare, il marchio che sta per Comunità Europea presenta una maggiore spaziatura tra le due lettere, mentre in quello che indica “China Export” la “C” e la “E” sono meno distanti, anzi quasi unite.

 

Per la Cassazione è reato di frode in commercio

Dopo anni di mancati interventi delle autorità su questa palese forma di contraffazione, i provvedimenti anche giuridici hanno iniziato ad arrivare: spicca, al riguardo, la sentenza con cui nel 2018 la Cassazione ha definitivamente condannato per frode in commercio un commerciante di Roma accusato di aver compiuto atti diretti in modo inequivoco a commercializzare due mila sveglie e tastiere per Pc con il logo China Export simile a quello comunitario CE (Comunità Europea).

“La marchiatura “CE” prevista dalla direttiva 2006/42/CE, che disciplina gli apparecchi elettromagnetici, garantendo al consumatore la conformità dei dispositivi agli standard di qualità e sicurezza europei, ha la funzione di tutelare gli interessi pubblici della salute e sicurezza degli utilizzatori e, pur non essendo un marchio di qualità o di origine, costituisce un marchio amministrativo che segnala la libera circolazione di quel prodotto nel mercato unico europeo – chiariscono gli Ermellini – Tale marchiatura, ove falsa o ingannevole, assume rilevanza come reato in quanto, pur non incidendo sulla provenienza del prodotto, incide sulla qualità e sicurezza dello stesso.

Integra pertanto il reato di frode nell’esercizio del commercio la detenzione di merce recante la marcatura CE (indicativa della locuzione “China Export”) apposta con caratteri tali da ingenerare nel consumatore la erronea convinzione che i prodotti rechino, invece, il marchio CE (Comunità Europea)”.

La Cassazione evidenzia inoltre che, ai fini della sussistenza del reato, basta la semplice messa in vendita di un bene difforme da quello dichiarato “creando una divergenza qualitativa che configura l’illecito penale.

E infatti la decettività della marcatura CE (China Export) – che si distingue da quella europea per la sola minima distanza delle due lettere – è elemento sufficiente di per sé ad ingannare il consumatore”.

 

La querela della consumatrice rimasta ustionata

Nonostante questo pronunciamento e decine di sequestri da parte delle forze dell’ordine, i commercianti anche italiani perseverano.

Il cuscino scaldamani incriminato, made in China per la maggior parte delle sue componenti, aveva addirittura due marchi: uno relativo al tessuto che lo ricopriva, conforme, e uno per la parte interna ed elettrica dell’oggetto, quello non conforme e “taroccato”: il “China Export”.

Bene ha fatto dunque la danneggiata, attraverso i propri patrocinatori, a proporre querela la ditta che ha importato, assemblato e commercializzato il prodotto, chiedendo all’autorità giudiziaria non solo di impartire all’impresa una giusta condanna per le lesioni subite, ma anche, con alto senso civico, di verificare la conformità e la eventuale pericolosità di quel modello di cuscino che l’ha ustionata onde evitare che altri consumatori possano subire ferite simili se non peggiori: una denuncia preziosa che potrebbe portare a un sequestro del prodotto se fossero confermati questi più che fondati sospetti.