Articolo Pubblicato il 30 maggio, 2019.

Lo stress da lavoro o da disoccupazione, il cosiddetto «burnout» è adesso ufficialmente una sindrome.

Lo ha stabilito l’Organizzazione Mondiale della Sanità. che, dopo aver vagliato decenni di studi, lo ha inserito nella lista dell’International Classification of Diseases (Icd), il manuale di riferimento che l’Oms fornisce ai medici per riconoscere e diagnosticare le malattie: l’agenzia speciale dell’Onu per la salute ha anche fornito le direttive ai medici per diagnosticarla.

 

Un fattore che influenza la salute legato al lavoro

L’esaurimento da lavoro, però, non è riconosciuto come una vera e propria malattia ma come uno dei fattori che «influenzano lo stato di salute o che portano al contatto con i servizi sanitari».

Il burnout è considerato un «problema associato con l’occupazione o la disoccupazione lavorativa», una sindrome conseguente allo «stress cronico sul posto di lavoro gestito senza successo».

Non una malattia o una condizione medica, quindi, ma un «fenomeno legato al lavoro», che riguarda specificatamente l’ambito lavorativo e si riferisce ai fenomeni nel contesto occupazionale.

Secondo l’Oms questa condizione è caratterizzata da tre sintomi, caratteristiche o segni principali: senso di esaurimento mentale e fisico e debolezza energetica; aumento dell’isolamento e della distanza mentale dal proprio lavoro con sentimenti di negativismo o cinismo e ridotta efficacia professionale.

 

Categorie a rischio per sindrome da burnout

Il burnout è la risposta ad uno stress emotivo cronico e persistente, caratterizzato da esaurimento fisico ed emotivo, tendenza a considerare le persone come oggetti, sensazione di perdita di significato del proprio operato e ridotta produttività.

In genere colpisce coloro che sono impiegati nelle professioni di aiuto, nelle emergenze, nel sociale come medici, infermieri, poliziotti, vigili del fuoco, assistenti sociali, caregiver, ma può colpire anche altre categorie di lavoratori, quella forza lavoro iperattiva, iperconnessa e schiacciata da mille impegni tra lavoro e famiglia.

Le donne sarebbero più esposte degli uomini al pericolo di esaurimento psico-fisico.

La nuova classificazione delle malattie, denominata CIP-11 e già pubblicata lo scorso anno, è stata ufficialmente adottata dagli stati membri durante l’Assemblea mondiale dell’OMS, che si è conclusa martedì, 28 maggio 2019. Entrerà in vigore il primo gennaio 2022 e contiene molte altre aggiunte, inclusa la classificazione del «comportamento sessuale compulsivo» come disturbo mentale e il videogioco come una dipendenza, elencandolo insieme al gioco d’azzardo e alle droghe come la cocaina.

 

Il risultato di anni di ricerche

Questo elenco, compilato dall’Organizzazione mondiale della sanità, si basa sui risultati ottenuti da esperti provenienti da tutto il mondo. La classificazione delle malattie dell’OMS fornisce un linguaggio comune attraverso il quale i professionisti della salute possono scambiarsi informazioni sanitarie.

Secondo uno studio pubblicato sugli “Annals of Internal Medicine”, il burnout dei medici arriva a costare al sistema sanitario americano circa 4,6 miliardi di dollari l’anno.

L’analisi è stata condotta da un gruppo di ricerca composto da studiosi della National University of Singapore, della Stanford University, della Mayo Clinic, e dell’American Medical Association. I ricercatori hanno sviluppato un modello matematico utilizzando i risultati di precedenti ricerche e hanno stimato i costi relativi al “burnout” e alla conseguente riduzione delle ore di lavoro.

Dall’analisi è emerso che vengono persi ogni anno circa 7.600 dollari per ogni medico vittima dell’esaurimento fisico. Secondo gli esperti «è necessario un cambiamento culturale all’interno dei luoghi di lavoro, con una maggiore attenzione alla salute e al benessere, e fornendo anche aiuto psicologico».

L’Oms non ha tuttavia stabilito quali siano le cure per trattare i pazienti affetti da burnout. Si tratta comunque di un passo in avanti soprattutto per quelle società, come quella americana, dove la cultura corporate spinge i propri impiegati verso i limiti per massimizzare la produttività.