Articolo Pubblicato il 21 maggio, 2020 alle 10:30.

Il 20 maggio 1970 la Camera dei Deputati approvava in via definitiva la legge n.300/1970, passata alla storia dei rapporti civili e sociali e delle relazioni industriali con il nome di Statuto dei lavoratori.

Ma a giusto mezzo secolo di distanza molto c’è ancora da fare per tutelare la dignità del lavoro e la sua stessa sicurezza, perché le morti bianche in Italia continuano a essere una piaga indegna di un Paese civile.

 

Nel 2018 1.247 vittime sul lavoro, 92 in più dell’anno precedente

Il 18 maggio l’Inail ha pubblicato un rapporto nel quale analizza il fenomeno infortunistico nel quinquennio 2014-2018 in base alle aree geografiche e alle tipologie di attività e il primo dato che balza all’occhio è che i numeri non diminuiscono ma aumentano: nel 2018 gli infortuni mortali denunciati sono stati 1.247, quasi 3 e mezzo al giorno considerando anche prefestivi e festivi, 92 in più (+8,0%) di quelli registrati nel 2017, e la metà si sono verificati nelle regioni del Nord, che certo sono ai primi posti anche per numero di occupati, ma che dovrebbero essere quelle più sviluppate anche nel contrasto degli incidenti.

Senza contare poi che nella loro totalità gli infortuni sul lavoro censiti dall’Istituto nel 2018 sono stati oltre 645mila, anche qui sei su dieci nel nord Italia (in particolare in Lombardia, con il 18,6% del totale dei casi, Emilia Romagna, 13,4%, e Veneto, 11,9%), praticamente gli stessi del 2017 (-0,2%).

 

Bracciante deceduto dopo una caduta da una scala inadeguata durante la raccolte dei limoni

E proprio in questi giorni di maggio 2020 la Corte di Cassazione ha depositato alcune sentenze su incidenti mortali inconcepibili, come quello costato la vita a un lavoratore di origini rumene caduto da una scala “fai da te” da sette metri d’altezza mentre era intento a raccogliere limoni in un podere nel Salernitano. Sia il Tribunale sia la Corte d’appello di Salerno avevano condannato per omicidio colposo, con l’aggravante dell’inosservanza delle norme antinfortunistiche riguardanti la raccolta degli agrumi, il gestore del fondo agricolo, a cui si imputava di aver messo a disposizione del lavoratore, come degli altri addetti di cui si serviva, scale semplici, prive di ganci di trattenuta, di appoggi antisdrucciolevoli e livellamento del piano di pendenza.

L’operaio stava eseguendo la raccolta dei limoni, di cui era stato incaricato dall’imputato, senza casco protettivo e mediante l’utilizzo, come detto, di una scala comune del tutto inadeguata a operare a sette metri di altezza e per di più su piano di calpestio in pendenza, con inclinazione di circa 25%, con uno strapiombo di 5 metri e mezzo.

Con la conseguenza che, durante l’esecuzione del lavoro, ha perso l’equilibrio ed è caduto con tutta la scala, precipitando sulla piazzola sottostante e decedendo per le gravi ferite riportate.

 

Il datore di lavoro, condannato, ricorre in Cassazione

L’imputato, tuttavia, ha proposto anche ricorso per Cassazione, contestando il particolare la prova della sua qualifica di datore di lavoro, dato che il terreno era di proprietà altrui, e negando anche di aver incaricato la vittima di raccogliere i limoni: a suo dire la raccolta, quando il bracciante aveva raggiunto la sua abitazione, era già terminata. E aveva obiettato anche sulla quantificazione del danno riconosciuto alle parti civili, per il quale i giudici territoriali avevano fatto ricorso alle tabelle del Tribunale di Milano, punto di riferimento nazionale, asserendo che si sarebbe quanto meno dovuto considerare il concorso di colpa del lavoratore.

La Suprema Corte conferma la condanna

Ma la Cassazione, con la sentenza 15333/20 depositata il 19 maggio 2020, ha rigettato con forza le doglianze, sottolineando come, da tutte le fonti probatorie e dal rapporto degli ispettori del lavoro intervenuti sul posto, fosse emerso chiaramente come il ricorrente gestisse il limoneto per conto del proprietario realizzando, durante tutto l’arco dell’anno, lavori di potatura, spruzzando antiparassitari e simili, sistemando i telai di copertura e provvedendo alla raccolta finale del prodotto.

Egli operava in piena autonomia quanto alla programmazione e all’esecuzione dell’attività”, senza contare il fatto che la sua qualifica di imprenditore agricolo era desumibile anche dal certificato di iscrizione alla Camera di Commercio di Salerno.

 

Il datore è titolare di una specifica posizione di garanzia per la sicurezza dei suoi dipendenti

Dunque, egli era titolare di un vero e proprio obbligo di garanzia a tutela dell’incolumità del lavoratore, ed essendosi verificato l’infortunio sul luogo di lavoro, e quindi entro l’area di rischio, competeva a lui, in quanto gestore del fondo, l’obbligo giuridico dell’esatta osservanza delle misure antinfortunistiche, e quindi, nel caso di specie, di dotare l’occasionale collaboratore di una scala conforme alla previsioni dell’art. 133 d. Igs. 81/80, proprio in quanto titolare della specifica posizione di garanzia.

“Il datore di lavoro, in quanto titolare di una posizione di garanzia in ordine all’incolumità fisica dei lavoratori – rammenta (mai abbastanza) la Suprema Corte -, ha il dovere di accertarsi del rispetto dei presidi antinfortunistici vigilando sulla sussistenza e persistenza delle condizioni di sicurezza ed esigendo dagli stessi lavoratori il rispetto delle regole di cautela, sicché la sua responsabilità può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo in virtù di un comportamento del lavoratore avente i caratteri dell’eccezionalità, dell’abnormità e, comunque, dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle precise direttive organizzative ricevute, connotandosi come del tutto imprevedibile o inopinabile”. Caratteri che non sussistevano certo nello specifico.

Respinte quindi anche le obiezioni circa l’ammontare del risarcimento stabilito. “La motivazione della sentenza impugnata – conclude la Suprema Corte – è immune da censure atteso che, nel confermare le statuizioni civili e la provvisionale, stabilita nella misura di euro 165.960, dal primo giudice, ha affermato che detto ammontare minimo deve «ritenersi provato per la morte del lavoratore a seguito d’infortunio sul lavoro, anche alla luce dell’elevato grado di colpa dell’imputato, quasi ai limiti della colpa cosciente, non potendosi ravvisare alcun concorso di colpa in capo alla vittima”.

Dunque, ricorso rigettato e condanna e risarcimento ai familiari confermati.

 

Operaio deceduto per lo scoppio di un fusto metallico “modificato”

Ma è ancora più significativa la sentenza, la n. 8988/20 depositata il 15 maggio 2020, con cui la Suprema Corte ha definitivamente deliberato in merito alla lunga vicenda giudiziaria legata ad un’altra, assurda morte bianca, quella di un operaio lombardo che ha perso la vita nel 2002 in seguito allo scoppio di un fusto metallico nel quale stava pompando olio idraulico con un compressore, operazione pericolosissima, anziché con una pompa manuale.

Il fusto era stato in precedenza modificato artigianalmente, proprio per consentire l’impiego del compressore, e tale modifica risultò fatale nel determinare l’incidente.

Nel 2006 i familiari della vittima avevano citato in causa l’azienda per la quale il loro caro lavorava chiedendone la condanna al risarcimento del danno, ma il Tribunale di Brescia aveva accolto la domanda solo in parte, attribuendo all’operaio un concorso di colpa del 50%, che poi la Corte d’Appello bresciana avrebbe rideterminato nella misura del 30%, osservando che la vittima era un operaio esperto e che per questo aveva costituito una condotta imprudente, da parte sua, pompare olio con un compressore in un fusto artigianalmente modificato, e che anzi avrebbe dovuto rifiutarsi, ove gli fosse stato imposto, di eseguire quella lavorazione.

 

Il ricorso per Cassazione dei congiunti per ottenere il risarcimento integrale

La vicenda è quindi approdata in Cassazione per il tramite del nuovo ricorso proposto dai congiunti del lavoratore, secondo i quali il datore di lavoro non aveva fornito la prova di avere attuato una specifica procedura scritta che imponesse l’uso esclusivamente di pompe manuali per il travaso di olio idraulico e che inoltre non vi era alcun riscontro in merito al fatto che l’operaio avesse seguito corsi di addestramento per le operazioni di travaso dell’olio idraulico e, di più, che fosse stato lui a  eseguire le modifiche artigianali al fusto esploso.

Pertanto, la responsabilità per l’accaduto andava ascritta interamente all’azienda e invece la Corte d’appello, addossando alla vittima una quota di corresponsabilità, aveva violato i consolidati principi giurisprudenziali in tema di “rischio elettivo” del lavoratore, ricordando il principio citato sopra, e cioè che un concorso di colpa della vittima può ravvisarsi soltanto laddove questa abbia tenuto una condotta manifestamente abnorme, imprevedibile ed esorbitante dalle sue mansioni, ipotesi non sussistente nel caso di specie.

Motivo assolutamente fondato per la Suprema Corte, che nell’occasione rammenta e sintetizza i principi in base ai quali valutare se, ed in che misura, la vittima di un infortunio sul lavoro possa ritenersi responsabile, in tutto od in parte, del danno da essa stessa sofferto.

 

Il rischio elettivo

La vittima di un infortunio sul lavoro può ritenersi responsabile esclusiva dell’accaduto solo in un caso: “quando il lavoratore abbia tenuto un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute“.

Il datore di lavoro, infatti, risponde dei rischi professionali propri (e cioè insiti nello svolgimento dell’attività lavorativa) e di quelli impropri (e cioè derivanti da attività connesse a quella lavorativa), ma non di quelli totalmente scollegati dalla prestazione che il lavoratore rende in quanto tale.

Se il rischio a cui si espone il lavoratore è privo di connessione con l’attività professionale, e il lavoratore sia venuto a trovarsi esposto ad esso per scelta volontaria, arbitraria e diretta a soddisfare impulsi personali, quello non sarà più un “rischio lavorativo”, ma diviene un “rischio elettivo”, cioè creato dal prestatore d’opera a prescindere dalle esigenze della lavorazione, e quindi non meritevole della tutela risarcitoria od assicurativa da parte dell’assicuratore sociale.

In applicazione di tali principi, è si è affermata la massima secondo cui il rischio elettivo sussiste in presenza di tre elementi: un atto del lavoratore volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive; la direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali; la mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa. Ricorrendo tale ipotesi, la condotta del lavoratore spezza il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro e l’infortunio, e la responsabilità datoriale viene meno per mancanza dell’elemento causale.

 

Quando vi è corresponsabilità

Ma al di fuori delle ipotesi di rischio elettivo, prosegue la Suprema Corte, sorge il problema di stabilire se ed a quali condizioni possa ritenersi il lavoratore vittima dell’infortunio corresponsabile di quest’ultimo. E anche qui la Cassazione ricorda i “pochi principi chiari e semplici” rispetto a tale problema stabiliti da tempo dalla giurisprudenza di legittimità .

Il primo principio è che l’art. 1227, comma primo, c.c. (a norma del quale “se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate”) si applica anche alla materia degli infortuni sul lavoro: sia perché nessuna previsione normativa consente di derogarvi; sia perché la legge impone anche al lavoratore l’obbligo di osservare i doveri di diligenza a tutela della propria o dell’altrui incolumità.

 

Quando il concorso di colpa è escluso, anche in caso di imprudenza del lavoratore

Il secondo è che, nella materia del rapporto di lavoro subordinato, l’applicazione dell’art. 1227 c.c. va coordinata con le speciali previsioni che attribuiscono al datore di lavoro il potere di direzione e controllo, ed il dovere di salvaguardare l’incolumità dei lavoratori.

Dall’esistenza di quel potere e di quel dovere – spiegano i giudici -, questa Corte ha tratto il corollario che anche quando la condotta della vittima di un infortunio sul lavoro possa astrattamente qualificarsi come imprudente, deve nondimeno escludersi qualsiasi concorso di colpa a carico del danneggiato in tre ipotesi”.

Nessuna colpa se il dipendente ha eseguito gli ordini datoriali

La prima è quella in cui l’infortunio sia stato causato dalla puntuale esecuzione di ordini datoriali: in questo caso, il datore di lavoro non può invocare il concorso di colpa della vittima che abbia eseguito un ordine pericoloso, “perché l’eventuale imprudenza del lavoratore non è più “causa”, ma degrada ad “occasione” dell’infortunio. Se così non fosse, si finirebbe per attribuire al lavoratore l’onere di verificare la pericolosità delle direttive di servizio impartitegli dal datore di lavoro, assumendosene il rischio.

 

Se l’infortunio è legato alla cattiva organizzazione del ciclo lavorativo

La seconda ipotesi in cui il datore di lavoro non può invocare il concorso di colpa della vittima, ex art. 1227 c.c., è quella in cui l’infortunio sia avvenuto a causa della organizzazione stessa del ciclo lavorativo, impostata con modalità contrarie alle norme finalizzate alla prevenzione degli infortuni, o comunque contraria ad elementari regole di prudenza. “Il datore di lavoro infatti – proseguono gli Ermellini – ha il dovere di proteggere l’incolumità del lavoratore nonostante l’eventuale imprudenza o negligenza di quest’ultimo, con la conseguenza che la mancata adozione da parte datoriale delle prescritte misure di sicurezza costituisce in tal caso l’unico efficiente fattore causale dell’evento dannoso”.

Se il dipendente non è stato formato e informato

La terza ipotesi in cui il datore di lavoro non può invocare il concorso di colpa della vittima, ex art. 1227 c.c., è quella in cui l’infortunio sia avvenuto a causa di un deficit di formazione od informazione del lavoratore, ascrivibile al datore di lavoro. “In tal caso, infatti, se è pur vero che concausa del danno fu l’imprudenza del lavoratore, non è men vero che causa dell’imprudenza fu la violazione, da parte del datore di lavoro, dell’obbligo di istruire adeguatamente i suoi dipendenti, e varrà dunque il principio per cui causa causae est causa causati, di cui all’art. 40 c.p”.

Nel caso in questione l’azienda aveva commesso plurime violazioni

Venendo al caso di specie, gli Ermellini ripercorrono i fatti accertati dalla Corte d’Appello di Brescia: il lavoratore aveva perso la vita a causa dello scoppio di un fusto per olio idraulico che, normalmente, si sarebbe dovuto riempire di olio idraulico con una pompa a mano, ma che era stato modificato artigianalmente per consentire il riempimento per mezzo di un compressore, per velocizzare l’operazione;  quest’intervento, che aveva comportato l’esecuzione di saldature sul fusto, era stato la causa dello scoppio; il datore di lavoro non aveva dimostrato di avere consegnato al lavoratore la “procedura operativa scritta” che imponeva l’uso solo di una pompa manuale per il riempimento del fusto; mancava la prova che il datore avesse impartito ai dipendenti corsi di addestramento per l’esecuzione delle operazioni di travaso dell’olio idraulico; mancava la prova che l’esecuzione dei lavori di saldatura sul fusto fosse stata un’autonoma iniziativa del lavoratore, ignota alla società datrice di lavoro; infine, quel che più rileva, era stato accertato che l’azienda aveva “omesso i necessari, doverosi e dovuti, continuativi controlli delle attrezzature aziendali.

Escluso ogni concorso di colpa

Avendo dunque accertato in punto di fatto che il datore di lavoro non aveva eseguito i doverosi controlli sui macchinari, non aveva fornito le opportune istruzioni al lavoratore, e non gli aveva impartito alcun corso di formazione per quel tipo di lavorazione, “ricorrevano tutte e tre le ipotesi sopra elencate in cui l’eventuale imprudenza del lavoratore degrada a mera occasione dell’infortunio – conclude la Suprema Corte – La sentenza impugnata ha dunque effettivamente violato l’art. 1227 c.c., facendone applicazione in una fattispecie cui mancava il nesso di causalità tra la condotta della vittima e l’infortunio“.

Di qui la sua “cassazione” con rinvio alla Corte d’appello di Brescia, la quale nel riesaminare l’appello dovrà applicare il principio di diritto affermato dai giudici del Palazzaccio.

‘Nel caso di infortunio sul lavoro, deve escludersi la sussistenza di un concorso di colpa della vittima, ai sensi dell’art. 1227, comma primo, c. c., quando risulti che il datore di lavoro abbia mancato di adottare le prescritte misure di sicurezza; oppure abbia egli stesso impartito l’ordine, nell’esecuzione puntuale del quale si sia verificato l’infortunio; od ancora abbia trascurato di fornire al lavoratore infortunato una adeguata formazione e informazione sui rischi lavorativi; ricorrendo tali ipotesi, l’eventuale condotta imprudente della vittima degrada a mera occasione dell’infortunio, ed è perciò giuridicamente irrilevante“.