Articolo Pubblicato il 9 ottobre, 2020 alle 10:00.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (con la sentenza n. 15350 del 22 luglio 2015), hanno stabilito che il danno tanatologico è indiscutibilmente un’entità di per sé non risarcibile: essendo il bene vita fruibile solo dal suo titolare, esso è insuscettibile di essere liquidato per equivalente.

Perciò, qualora il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempio dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis del danno tanatologico.

 

Il danno biologico terminale

Per supplire alla non risarcibilità del cosiddetto danno tanatologico, la giurisprudenza ha elaborato la categoria del danno biologico terminale. Esso consiste nel pregiudizio non patrimoniale patito dalla vittima primaria nell’intervallo di tempo intercorso tra la lesione del bene salute e il sopraggiungere della morte. Tale voce di risarcimento si produce, quindi, nella sfera giuridica della vittima che ancora non è deceduta e pertanto è trasmissibile agli eredi (a differenza del danno tanatologico).

Il danno biologico terminale rientra nel danno da inabilità temporanea considerato nel massimo della sua entità e intensità. Infatti, il giudice di merito, ai fini della liquidazione del danno biologico terminale quale danno da inabilità temporanea, dovrà considerare che, sebbene temporanea, la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte. Condizione necessaria per la risarcibilità del c.d. danno biologico terminale è che tra l’evento lesivo e la morte intercorra un apprezzabile lasso di tempo.

Una sentenza indicativa della Cassazione

Tutti questi principi sono stati ben riaffermati e chiariti dalla Corte di Cassazione nella ordinanza 21508/20 depositata il 6 ottobre 2020 con la quale gli Ermellini hanno definitivamente deliberato su un tragico caso relativo ad un incidente stradale mortale avvenuto nel lontano 3 dicembre 2004, alle 19.30, ad Agrigento. Un giovane che procedeva in sella a un ciclomotore era stato travolto da un’auto che, provenendo dalla direzione opposta, avrebbe svoltato a sinistra tagliandogli la strada: in seguito ai gravi traumi riportati, il centauro era spirato in ospedale due giorni dopo, il 5 dicembre.

 

I familiari di un giovane deceduto in un incidente citano in causa investitore e assicurazione

I suoi familiari avevano citato a giudizio il conducente della vettura investitrice e la sua compagnia di assicurazioni, chiedendo il risarcimento di tutti i danni patiti, che però il Tribunale di Milano aveva quantificato solo in 75mila euro a favore dei genitori e 21mila euro per i fratelli, avendo ravviato in capo all’automobilista un concorso di colpa minoritario, del 30%, nella cassazione dell’incidente.

I congiunti della vittima avevano quindi impugnato la decisone dinanzi alla Corte d’Appello di Milano, la quale però aveva accolto solo parzialmente l’appello riconoscendo al padre e alla madre del giovane le ulteriori somme di 18.837,08 e 6.706,88 euro: a pesare sulla responsabilità prevalente nell’incidente attribuita al ragazzo la circostanza, contestata dalla sua famiglia, che circolasse a fari spenti.

Il ricorso in Cassazione, che accoglie il motivo relativo al danno biologico terminale

I suoi familiari hanno quindi proposto ricorso anche per Cassazione con una serie di motivi incentrati prevalentemente, appunto, sulla dinamica e sulle mancate responsabilità che a loro dire dovevano gravare sul conducente dell’auto investitrice: tutte censure che tuttavia la Suprema Corte ha rigettato.

Gli Ermellini, ed è l’elemento che qui preme, hanno invece accolto il sesto e ultimo motivo con il quale i ricorrenti lamentavamo la violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1126, 2043, 2056 e 2059 cod. civ., dell’art. 132 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 4 cod. proc. civ., per non avere la Corte d’Appello accolto la domanda di risarcimento del danno biologico iure hereditatis, pur non essendo la vittima deceduta nell’immediatezza del fatto lesivo: i giudici territoriali avevano motivato la decisione sostenendo che sarebbe mancato, per il consolidamento di questo diritto risarcitorio, il passaggio di un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni e la morte e lo stato di coscienza della vittima durante questo periodo.

 

Il bene vita non è risarcibile iure haereditatis

I giudici del Palazzaccio ricordano, come già sopra riferito, che, “in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure haereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Vanno risarciti invece il danno biologico terminale e il danno morale terminale

Altro discorso, invece, nel caso in cui tra la lesione e la morte si interponga un apprezzabile lasso di tempo: “tale periodo – prosegue la Suprema Corte – giustifica il riconoscimento, in favore del danneggiato, del c.d. danno biologico terminale, cioè il danno biologico stricto sensu (ovvero danno al bene salute)”.

Un danno al quale, puntualizza la Cassazione, “nell’unitarietà del genus del danno non patrimoniale”, può aggiungersi anche un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), “ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica, in quanto in grado di percepire la sua situazione e in particolare l’imminenza della morte: nel caso in cui la persona sia rimasta “manifestamente lucida”, e finanche irrilevante il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale e il decesso.

 

Per parlare di danno biologico terminale basta una sopravvivenza di almeno 24 ore

Ebbene, secondo la Cassazione, nel caso specifico la Corte d’Appello è partita da un assunto errato, che cioè la vittima non fosse sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile dopo l’evento lesivo, perché l’incidente era avvenuto il 3 dicembre 2004 e la morte era intervenuta la mattina del 5 dicembre 2004. “La decisione – conclude la Suprema Corte – non è conforme alla giurisprudenza di legittimità, che si intende richiamare e ribadire, la quale ritiene che la persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due pregiudizi”: il danno biologico temporaneo, appunto, che, chiariscono i giudici del Palazzaccio, “di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore”, essendo tale la durata minima per convenzione medico legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea”, e che “andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente, ed il danno non patrimoniale consistito nella “formido mortis”, che andrà invece accertato caso per caso, e che “potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente“.

Limitatamente a questo motivo di ricorso, dunque, la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello meneghina che dovrà quindi determinare la liquidazione dovuta per il danno biologico temporaneo.