Articolo Pubblicato il 20 settembre, 2019.

Un paziente su dieci, tra quelli ospedalizzati, va incontro a un evento avverso, anche se fortunatamente solo una minima parte comporta danni permanenti o morte.

Il dato è inquietante, anche perché a fornirlo è stata una fonte ufficiale, anzi, la “fonte” per eccellenza, ossia l’Istituto Superiore della Sanità, nel corso della prima Giornata Nazionale per la scurezza delle cure e delle persone assistite, celebrata il 17 settembre 2019, in concomitanza con la Giornata Mondiale della sicurezza dei pazienti promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che, tra le varie iniziative, ha visto un grande convegno (in foto) tenutosi al Ministero della Salute dove lo stesso Ministero, Regioni, Iss, Aifa e Agenas hanno fatto il punto sulle strategie di prevenzione del rischio clinico.

 

Gli eventi avversi “costano” sei giornate di degenza su cento, ma si possono dimezzare

Non solo. L’Ocse stima che il 6 per cento delle giornate di degenza ospedaliera sia dovuto proprio a eventi avversi derivati da attività ambulatoriale e cure primarie e, secondo l’Oms, globalmente eventi avversi di questo tipo rientrano nelle prime dieci cause di morte e di disabilità nel mondo.

Insomma, la sanità italiana ha mediamente un buon livello e ha messo e sta mettendo in campo ogni sforzo per garantire la sicurezza delle cure, ma c’è ancora diverso lavoro da fare.

“Sicurezza e qualità delle cure sono due aspetti imprescindibili per chi eroga prestazioni sanitarie, si tratti del Ssn o di un qualsiasi professionista della sanità – ha detto Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss – Gli eventi avversi si possono prevenire non totalmente, ma in una percentuale stimata attorno al 40-50%: ad oggi non esistono evidenze che si possa arrivare al rischio zero.

Esistono però evidenze che, laddove c’è un impegno di tutti nell’applicare le raccomandazioni specifiche emergenti dagli studi scientifici, si possono dimezzare gli eventi avversi. La prevenzione funziona al meglio quando organizzazioni, professionisti e pazienti sono consapevoli di questo rischio, segnalano quando questo avviene e collaborano e adottano tutte le misure necessarie per prevenirlo”.

Insomma, i rischi non si possono azzerare, ma ridurre sensibilmente sì.

 

Vanno accorciate le differenze regionali

Per il presidente dell’Iss sono tre le sfide da affrontare: accorciare le differenze regionali garantendo standard organizzativi comuni tra Regioni e strutture, e far emergere la consapevolezza in tutti, cittadini e professionisti, che prevenire gli eventi avversi in modo efficace richiede un impegno comune e costante, perché “la consapevolezza dell’esistenza del rischio, la conoscenza delle procedure per prevenirlo e l’adesione alle stesse (da parte dei professionisti e dei pazienti) sono elementi decisivi per una prevenzione efficace”.

Infine la terza sfida: quella di acquisire la consapevolezza della dimensione del problema senza sottostimarlo, ma anche evitando percezioni non sostenute da evidenze.

L’Italia ha un impianto normativo avanzato e coerente con gli standard internazionali, esperienze nazionali, regionali e buone pratiche molto valide – ha concluso –  La sfida è quella di concretizzarle in modo omogeneo in tutto il Paese. La miglior sicurezza delle cure è il frutto di una attenzione e di uno sforzo continui che ci vedono tutti coinvolti, ciascuno nel proprio ruolo”.

Perché è vero, come ha sottolineato Brusaferro, che non va scordato che “eroghiamo assistenza sicura in oltre il 90% dei casi”, ma quel restante dieci per cento va assolutamente ridotto. Anche perché parliamo di migliaia di persone.