La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4306/2019 depositata il 14 febbraio 2019, ha affermato un principio fondamentale non solo per i danneggiati ma anche per la categoria dei patrocinatori stragiudiziali che offrono un servizio essenziale ai propri assistiti per far valere i propri diritti.

In tema di risarcimento diretto dei danni derivati da circolazione stradale, sono dovute le spese di assistenza anche nella fase stragiudiziale.

L’assicurazione non riconosce le spese legali

La vicenda. Una coppia era stata risarcita da Ina Assitalia per i danni non patrimoniali per la morte di un loro congiunto avvenuta in seguito a incidente stradale nel novembre del 2006, ma non aveva ottenuto alcun ristoro per l’attività professionale svolta per loro conto nella gestione del sinistro.

Di qui la citazione in causa contro la compagnia, che non aveva dato alcuna risposta in merito, avanti al Tribunale di Roma, per vederla condannare al risarcimento di tutti i danni non patrimoniali, nonché, in ogni caso, al pagamento delle spese e competenze relative all’attività extragiudiziale svolta dal proprio patrocinatore e al pagamento delle spese del grado di giudizio: Assitalia s.p.a. si costituiva e chiedeva il rigetto del ricorso per infondatezza in fatto ed in diritto.

Il Tribunale dispone il pagamento delle sole spese di giudizio

Con sentenza del maggio del 2012, il Tribunale di Roma condannava la società al pagamento in favore degli attori di ulteriori complessivi 211.922,35 euro per danni non patrimoniali, maggiorati di interessi, nonché alla rifusione delle spese di giudizio.

La coppia però, nel dicembre dello stesso 2012, con altro atto di citazione adiva la Corte d’Appello di Roma e chiedeva la riforma della sentenza, riproponendo la domanda di pagamento delle spese legali della fase stragiudiziale dovute al difensore di parte. Assitalia s.p.a. si costituiva e contestava la fondatezza della pretesa sia con riguardo all’an, che con riguardo al quantum.

Con sentenza  del febbraio 2016 la Corte d’Appello di Roma rigettava l’appello, ma i ricorrenti hanno appunto riproposto ricorso anche per Cassazione. E la Suprema Corte ha dato loro ragione su tutta la linea, con un provvedimento cristallino.

Il ricorso per Cassazione

Con il primo motivo, i ricorrenti deducevano la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 254 del 18 luglio 2006, ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 3, cod. proc. civ., laddove la Corte d’Appello aveva stabilito che la fattispecie in oggetto veniva disciplinata dall’art. 9, comma 2, del menzionato decreto, nella parte in cui sanciva che «nel caso in cui la somma offerta dall’impresa di assicurazione sia accettata dal danneggiato, sugli importi corrisposti non sono dovuti compensi per la consulenza o assistenza professionale di cui si sia avvalso il danneggiato diversa da quella medico-legale per i danni alla persona».

I ricorrenti contestavano l’applicabilità di tale normativa ratione temporis al caso di specie, in quanto il sinistro era avvenuto il 21 novembre 2006, mentre il regolamento era entrato in vigore per i sinistri verificatisi a partire dal primo febbraio 2007. Inoltre, contestavano l’applicabilità della norma in quanto nulla per contrasto con l’art. 24 della Costituzione, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità.

Ebbene, secondo la Suprema Corte “il motivo è fondato.

La Corte d’Appello, infatti – spiega l’ordinanza -, a prescindere dalla normativa de qua, non applicabile ratione temporis, non ha tenuto conto dell’orientamento formatosi nella giurisprudenza di questa Corte in materia di spese stragiudiziali, secondo il quale «in tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, [..] sono comunque dovute le spese di assistenza legale sostenute dalla vittima perché il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando essa non abbia ricevuto la dovuta assistenza tecnica e informativa dal proprio assicuratore, dovendosi altrimenti ritenere nulla detta disposizione per contrasto con l’art. 24 Cost., e perciò da disapplicare, ove volta ad impedire del tutto la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali effettivamente necessarie» (Cass. civ., sez. III, n. 11154/2015; Cass. civ., sez. III, n. 3266/2016; cass. 6422/2017 )”.

Le prestazioni stragiudiziali spesso sono complementari all’attività processuale

Ma gli Ermellini hanno accolto anche il secondo motivo del ricorso, con cui i ricorrenti deducevano la violazione e falsa applicazione della legge n. 990/1969, del D. Lgs. n. 209/2005, della prassi giurisprudenziale e del D.M. 127/2004, ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 3, cod. proc. civ., laddove la Corte d’Appello aveva disconosciuto le competenze professionali per l’attività svolta dal legale in via stragiudiziale.

In conformità alla consolidata prassi giurisprudenziale di liquidare le competenze professionali dovute al difensore per la parte stragiudiziale in forma di spese giudiziali – aggiunge la Cassazione -, il criterio citato dalla Corte d’Appello, in linea di principio, corrisponde a quello già enunciato in Cass. civ., sez. II, n. 2034/1994 secondo cui «le prestazioni stragiudiziali che siano strettamente dipendenti dal mandato relativo alla difesa, sì da potersi considerare attività strumentale o complementare di quella propriamente processuale, hanno, anche esse, natura di prestazioni giudiziali, come la preventiva richiesta di risarcimento del danno all’assicuratore ai sensi della legge n. 990 del 1969, che integra esercizio di attività stragiudiziale puramente strumentale a quella giudiziale, essendo condizione per la proponibilità dell’azione risarcitoria» ( v. anche Cass-Sez. 11,2275/2006 e Cass. Sez. 111,6422/2017) .

Nel caso di specie, tuttavia, le spese giudiziali sono state calcolate in base al valore residuale della pretesa giudiziale contestata dalla compagnia assicuratrice e non per l’intero ammontare complessivamente riconosciuto in via stragiudiziale e giudiziale. La Corte d’Appello, pertanto, non ha correttamente applicato il principio sopra indicato”.

Per tali ragioni, dunque il ricorso è stato accolto, la sentenza cassata con rinvio alla stessa Corte d’appello di Roma, in diversa composizione collegiale, affinché decida anche per le spese di assistenza stragiudiziale.