Quante volte chi provoca un incidente, in particolare investendo pedoni o ciclisti, adduce a sua discolpa il fatto di essere abbagliato dal sole?

E’ indubbio che l’abbagliamento è un fenomeno insidioso, soprattutto in determinate fasce orarie, ma ciò non basta per sgravare di responsabilità il conducente di un veicolo, anche quando questi rispetti il limite di velocità vigente, perché è chiaro che, di fronte alle difficoltà di visuale, peraltro ampiamente prevedibili, egli avrebbe dovuto ridurre ulteriormente l’andatura e raddoppiare l’attenzione.

Sulla questione si è recentemente espressa anche la Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la sentenza n. 21551/21 depositata il 3 giugno 2021, condannando definitivamente un motociclista per il reato di lesioni personali stradali gravi ai danni di un pedone.

 

Motociclista condannato per aver investito un pedone ricorre in Cassazione

L’imputato era già stato ritenuto colpevole sia in primo grado sia dalla Corte d’Appello di Messina per avere appunto investito, il 10 agosto 2016, con la sua motocicletta, omettendo di ridurre la velocità, un uomo che stava attraversando la strada a piedi, procurandogli lesioni gravi.

Il centauro tuttavia ha proposto ricordo anche per Cassazione lamentando il fatto che la Corte territoriale avrebbe confutato l’esistenza di una esimente di forza maggiore, ossia l’abbagliamento dal sole invocato dal ricorrente solo al fine di dimostrare che l’incidente si era verificato nonostante egli avesse posto in essere tutti gli accorgimenti prudenziali, ivi compreso l’adeguamento della velocità alle condizioni della strada, necessari a evitarlo.

 

L’imputato contesta la mancata considerazione dell’abbagliamento del sole

Il motociclista, inoltre, aveva espresso riserve anche sulla “insoddisfacente” ricostruzione della dinamica del sinistro operata dal tribunale, punto sul quale la motivazione della Corte di merito sarebbe risultata confusa, non dando conto degli elementi di prova a sostegno dell’affermazione che il pedone non aveva attraversato la strada con repentinità o senza guardarsi attorno.

Infine, il ricorrente, oltre ad asserire che i giudici di merito non avrebbero ricostruito con certezza la dinamica dell’incidente, ed in particolare la traiettoria del pedone, sosteneva che non era stata individuata con precisione la regola cautelare violata, vale a dire la velocità che andava tenuta nel contesto stradale interessato dal sinistro.

 

L’abbagliamento non è una causa di forza maggiore

Ma per la Suprema Corte il ricorso prospetta censure generiche e manifestamente infondate, ed è stato quindi dichiarato inammissibile.

I motivi dedotti – spiegano gli Ermellini – reiterano, essenzialmente, le stesse doglianze già sollevate dal ricorrente in sede di appello, non accolte dalla Corte territoriale sulla base di una motivazione congrua e logica, come tale insindacabile in cassazione”.

Gli Ermellini si soffermano in modo particolare sull’aspetto della violazione della regola cautelare prevista dall’art. 141, comma 4, cod. strada, fondata dai giudici di merito non soltanto sulla irrilevanza dell’abbagliamento del sole, “per essere questo un fatto prevedibile e non una causa di forza maggiore”, puntualizza la Cassazione, ma desunta anche da una pluralità di indici, “quali la percorrenza di un tratto di strada rettilinea, in pieno giorno e l’assenza di elementi sintomatici di una manovra repentina ed improvvisa del pedone, tali da fondare il convincimento della violazione della regola cautelare”.

La valutazione in ordine all’Inadeguatezza della velocità tenuta dal conducente, in buona sostanza, “è la risultante di un apprezzamento fondato su elementi di fatto ben descritti e delineati nella sentenza impugnata (e anche in quella di primo grado), secondo una ponderata e non illogica valutazione di merito che non può essere messa in discussione nella presente sede di legittimità” concludono i giudici del Palazzaccio, rigettando dunque il ricorso e confermando la condanna del motociclista.