Articolo Pubblicato il 7 aprile, 2018 alle 12:44.

Si sperava di aver toccato il fondo nel 2017, e invece no. Il 2018 sta andando ancora peggio, il bollettino di guerra delle morti bianche si aggrava sempre di più.

Secondo gli ultimi dati disponibili annuali rilevati dall’Open Data Inail, lo scorso anno le denunce d’infortunio sul lavoro sono state 635.433 (a fronte delle 636.812 del 2016, con variazione del -0,21%), ma sono aumentate quelle relative a casi con esito mortale: le vittime sono state ben 1.029, contro le 1.018 del 2016, con una variazione dell’1%. Inoltre, sono notevolmente aumentati anche gli infortuni non mortali nelle regioni economicamente più forti, come al Nord, dove spiccano i casi di Lombardia (+1708 denunce) ed Emilia Romagna (+1177).

Numeri, già questi, allarmanti, anche a fronte del fatto che gli infortuni mortali dal 2000 al 2016 avevano fatto registrare un trend in diminuzione costante, arrivando quasi a dimezzarsi. Ma è ancora più preoccupante il fatto che questa inversione di tendenza del 2017 si sta tragicamente confermando anche per l’anno in corso.

A tutto il primo di aprile, nel 2018 le persone decedute sui luoghi di lavoro (non considerando i casi “in itinere”, cioè durante il tragitto casa-lavoro o per trasferte per lavoro) sono state 151, contro le 113 dello stesso periodo del 2017 (632 in tutto l’anno). Ma nel frattempo si sono registrare altre tragedie, l’ultima costata la vita a due operai in un cantiere edile di Crotone. Un aumento dovuto soprattutto al terribile andamento dell’ultimo mese di marzo e anche all’altrettanto inquietante incremento degli incidenti “multipli”

Solo per dare qualche ulteriore elemento di riflessione, secondo l’ultimo report relativo al 2017, il 20% delle vittime sono agricoltori schiacciati dal trattore, ma a morire più di tutti sul lavoro sono gli edili: la maggior parte di loro sono vittime di cadute dall’alto, da tetti e impalcature. Tra le categorie più a rischio vi sono gli stranieri (il 10% del totale dei deceduti non sono italiani) e i sessantenni, tra i più esposti: il 25% delle vittime ha più di 60 anni.

Numeri che devono far pensare e che impongono interventi urgenti da parte della politica. Il 9 aprile 2018, peraltro, ricorrono i dieci dall’approvazione del Testo Unico di salute e sicurezza sul lavoro – quale risultato della combinazione delle disposizioni dei decreti legislativi n. 81/2008 e n. 106/2009 – che continua ad essere in Italia il punto di riferimento normativo in materia. Tuttavia, pur contenendo la massima parte delle disposizioni prevenzionistiche applicabili, il T. U. non può definirsi esaustivo dell’intera materia né un corpo normativo consolidato, sia perché oggetto di continue modifiche, sia perché prevede molti provvedimenti di attuazione. Ebbene, a dieci anni dall’emanazione, il suo processo di attuazione non è stato ancora completato.

Dalla Relazione sullo stato di applicazione della normativa di salute e sicurezza e sul suo possibile sviluppo, che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha trasmesso il 10 gennaio 2017, emerge infatti che sono ancora una ventina i provvedimenti da attuare e alcuni riguardano materie anche di grande rilievo.

Tra tutti, ad esempio, il sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi è rimasto lettera morta per tutti quei settori ad alto tasso infortunistico, ovvero caratterizzati da forti complessità organizzative e da gravi fenomeni di concorrenza sleale.