Articolo Pubblicato il 15 luglio, 2016 alle 12:20.

TESTATA: Belluno Notizie – 15/07/2016

VAL DI ZOLDO – Nessuna fatalità, ma una catena di lacune, leggerezze e imperizie hanno determinato, il 5 novembre del 2015, a Forno di Zoldo, l’assurdatragedia costata la vita a un pensionato settantenne del posto, Renato Fontanella, colpito in pieno da un abete durante dei lavori di taglio e asportazione di legname lungo la viabilità comunale tra le località Calchera e Astragal. E’ questa la conclusione a cui sono giunte le accurateindagini della Procura di Belluno, coadiuvata in primis dalla stazione dei carabinieri di Forno di Zoldo, nel procedimento che ha visto indagati per omicidio colposo i due boscaioli “fai da te” che hanno abbattuto la pianta in questione, il sessantaseienne Silvestro Sartori e il figlio Marco, di 41 anni. Indagati che ora sono diventati anche imputati perché il Pubblico Ministero titolare dell’inchiesta, il dott. Simone Marcon, ne ha formalmente chiesto il rinvio a giudizio e il Giudice per le Indagini Preliminari, dott. Federico Montalto, ha fissato al 15 novembre 2016, alle 9, presso il Tribunale di Belluno, l’udienza preliminare con le parti per discutere della richiesta del Pm: un procedimento seguito per la famiglia della vittima dal servizio legale di Studio 3A, la società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità civili e penali, a tutela dei diritti dei cittadini, a cui i Fontanella si sono rivolti per ottenere giustizia, attraverso il consulente personale Diego Tiso.

I fatti. La mattina del 5 novembre Fontanella, che abita nei pressi, scende a piedi lungo la strada esi avvicina al luogo dove i Sartori stanno tagliando alcune piante, in un terreno a pendio a fianco di un ponte. All’improvviso, un abete rossoalto oltre 30 metri, che i due operai stanno abbattendo, anziché cadere e adagiarsi a monte come nelle previsioni, crolla lateralmente sul ponte rompendo la ringhiera di protezione per un tratto di tre metri, e un pezzo di albero, lungo più di dieci metri per 80 centimetri di circonferenza, e dal peso di 6-7 quintali, dopo una caduta di circa 25 metri colpisce il pensionato, che rimane schiacciato: un impatto tremendo che gli procura svariate e gravissime lesioni (trauma toracico e della colonna cervicale, fratture multiple costali e al femore) e che non gli lascia scampo. Ma com’è potuto succedere? Le indagini hanno evidenziato pesanti responsabilità e a più livelli.

L’incarico. La sequela di superficialità inizia a monte. Il proprietario del terreno, che abita da tempo a Belluno, viene a sapere che nel 2013 il Comune di Forno di Zoldo ha emanato un’ordinanza che prescrive ai proprietari dei terreni confinanti con la sede stradale comunale di rimuovere le piante che possano causare pericoli per la circolazione stradale e decide di provvedere: si tratta di abbattere una quindicina tra abeti e larici. Si rivolge a un amico,poliziotto in pensione riformato per problemi alla schiena, Marco Sartori appunto, che si rende disponibile a effettuare il lavoro con il padre Silvestro, pure lui pensionato ma titolare dell’omonima ditta individuale che effettua interventi di questo genere. Il proprietario, va precisato, non è indagato, ma ammetterà al nucleo carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro di Belluno di non essersi informato se i due boscaioli avessero le capacità professionali per provvedere al taglio degli alberi: capacità che non hanno certo dimostrato. “L’affidamento del lavoro è avvenuto in relazione a un semplice rapporto di amicizia” ha spiegato agli inquirenti, e sulla base di una sorta di “baratto”: lavoro gratis e in cambio la legna recuperata.

L’ordinanza comunale e la segnaletica. Silvestro Sartori, per eseguire “senza pericolo alcuno (sic!) per la pubblica incolumità i lavori”, chiede al Comune la chiusura al traffico veicolare della strada per i giorni 5, 6, 9 e 10 novembre e l’Amministrazione comunale il 4 novembre 2015 pubblica larelativa ordinanza, che però istituisce il divieto di transito solo veicolare e che, peraltro, viene inspiegabilmente emessa dalla responsabile dell’area amministrativa del Comune e non di quella tecnica. “Appare evidente la superficialità dell’ordinanza comunale che inibisce solo il traffico veicolare e non prescrive nulla per l’inibizione del passaggio pedonale” scrivono nel loro rapporto i carabinieri di Forno di Zoldo. A questo si aggiunge lasegnaletica del tutto carente sistemata dai due boscaioli ma “figlia” di quell’ordinanza. “Nel cantiere – osservano ancora i militari, che hanno anche posto sotto sequestro il tratto stradale interessato – era evidente che non c’erano accorgimenti per la sicurezza dei pedoni: cartellonistica insufficiente, mancanza del cartello triangolare di pericolo generico, del cartello di lavori in corso e di adeguate misure di inibizione al passaggio pedonale, non essendovi alcuna delimitazione con barriere o recinzioni”. Era infatti stato posizionato solo un cartello generico di divieto di transito ai veicoli, con gli orari di chiusura al traffico, ed era stata tirata una semplice fettuccia di plastica da un punto all’altro della strada, assolutamente insufficiente ad impedire l’accesso al cantiere. Decisamente troppo poco, come ha convenuto lo stesso funzionario dell’area tecnica del Comune. Il quale, sentito per sommarie informazioni dai carabinieri, alla specifica domanda dei carabinieri (“il cartello di divieto di transito non appare creare confusione agli utenti, non è troppo semplicistico, il transito con quel cartello è interdetto ai veicoli e non ai pedoni, non sarebbe stato meglio mettere cartelli di lavori in corso, attenzione pericolo generico, e una recinzione?”), non ha potuto esimersi dal rispondere: “probabilmente dovevano essere messi più cartelli che descrivevano un pericolo generico lavori in corso”. Aggiungendo anche che nell’ordinanza “io avrei interdetto il traffico sia veicolare che pedonale, per dissipare ogni dubbio sul divieto posto”. Il Pm, però, almeno per ora, non ha ritenuto di prendere alcun provvedimento nei confronti degli organi comunali preposti.

Le modalità del taglio. Il fattore finale decisivo, certo, è stata l’imperizia dei due operai. Marco Sartori sulla pianta incriminata aveva praticato un cuneo direzionale per il suo abbattimento verso monte e invece la caduta è stata laterale. “La tacca di direzione praticata sull’abete prima del taglio evidenzia l’intenzione di dirigere la caduta verso monte. Purtroppo, però, a seguito di alcuni errori commessi dall’operatore, la caduta non è stata nella direzione prevista ma in altra direzione” scrive nella sua relazione tecnica il comando di Feltre del Corpo Forestale dello Stato, chiarendo anche quali sono stati gli errori. Il primo è stato commesso “nell’effettuare la tacca di direzione alla pianta da abbattere, in quanto il taglio obliquo non ha combaciato con il taglio orizzontale precedentemente eseguito (…). L’esecuzione, poi, di due tagli obliqui invece di uno e l’angolo aperto più di quanto occorrente di norma, circa 45 gradi, per effettuare la tacca evidenziano la scarsa professionalità dell’operatore”. “Ma l’errore più grave – continuano gli esperti della Forestale – è stato quello di non aver realizzato e manutenuto fino alla caduta a terra della pianta una cerniera di bloccaggio idonea, per dimensioni e disposizione, al tipo di pianta da abbattere. Nella fattispecie, l’albero presentava una maggiore presenza di rami nella parte verso valle e pertanto, essendo sbilanciato verso questa direzione, la cerniera di bloccaggio doveva essere dimensionata per contrastare tale fenomeno”.

“Le cause che hanno determinato l’incidente sono essenzialmente ricollegabili a due elementi – conclude la relazione – Il primo elemento è da individuare in una carenza di sicurezza nell’attività intrapresa da parte delle persone che hanno effettuato il taglio della pianta: non sono state rispettate le più elementari norme di sicurezza in merito alla distanza da far rispettare nell’ambito dell’attività di abbattimento di alberi.Nel caso specifico, la norma generale prevede che l’area circolare attorno alla pianta da abbattere, avente un raggio pari al doppio della sua lunghezza, sia considerata zona di pericolo e che, pertanto, le persone non addette ai lavori non vi abbiamo accesso. Fontanella si trovava approssimativamente a una distanza di soli 26 metri lineari dalla base della pianta, che aveva un’altezza di 32,70 metri. Il secondo elemento è da individuare nella carenza di professionalità da parte degli operatori in quanto, nelle fasi di abbattimento consistite con l’uso della motosega per il taglio del tronco alla base della pianta, non sono stati tenuti in considerazione gli accorgimenti e le tecniche necessari per il corretto svolgimento dell’operazione”. Conclusioni che suonano già come una sentenza e che hanno portato il Pm a spiccare il suo primo provvedimento nei confronti degli autori del taglio “incriminato”.

“Alla luce di quanto emerso, i familiari di Renato Fontanella si aspettano giustizia e che vengano riconosciute tutte quante le pesanti responsabilità che hanno concorso a questa inconcepibile tragedia – commenta il dott. Ermes Trovò, Presidente di Studio 3A – Tagliare degli alberi, tanto più se di tali dimensioni, non è un’operazione da fare così alla leggera e con questa superficialità: occorrono professionalità, preparazione, scrupolo e buon senso. E questo vale sia per gli operatori sia per chi autorizza questo tipo di interventi”.