Articolo Pubblicato domenica, 19 maggio, 2019.

Sconcertanti le conclusioni della perizia sulla Solfatara prodotta dai super-esperti nominati nell’ambito del procedimento penale per la tragedia della famiglia Carrer

Nessun presidio di sicurezza per i lavoratori e i visitatori, nessuna valutazione dei rischi, nessun rimedio per prevenirli, nessun intervento su quella voragine che pure era presente da giorni. E, elemento ancora più inquietante, nessuna autorizzazione del Comune: l’attività era di fatto abusiva.

Sono sconcertanti le conclusioni, che saranno illustrate nell’udienza fissata per lunedì 20 maggio, dalle 10, presso il Tribunale di Napoli, della perizia sulla Solfatara realizzata dal collegio peritale nominato dal Presidente aggiunto dell’ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale partenopeo, dott.ssa Isabella Iaselli, nell’ambito del procedimento penale per la tragica morte di Massimiliano Carrer, della moglie Tiziana Zaramella e del figlio Lorenzo.

La famiglia veneziana di Meolo rimase vittima, il 12 settembre 2017, visitando il noto sito naturalistico, di un terribile incidente: Lorenzo precipitò in una voragine del terreno che si aprì sotto i suoi piedi e che inghiottì, stordendoli con i gas del sottosuolo, anche il papà e la mamma, precipitatisi uno dopo l’altro nel vano tentativo di salvare il ragazzo. Sopravvisse solo il figlio più piccolo dei Carrer, che oggi ha dieci anni e vive con la zia. I familiari delle vittime sono patrocinati dagli avvocati Alberto Berardi e Vincenzo Cortellessa, con la collaborazione di Studio 3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini

L’inchiesta, affidata ai Pubblici Ministeri dott.ssa Anna Frasca e dott.ssa Giuliana Giuliano, coordinate dal Procuratore aggiunto, dott. Giuseppe Lucantonio, ha evidenziato fin da subito le gravi lacune sul piano della sicurezza per i visitatori e per il personale impiegato nell’area, che da allora è sotto sequestro. Violazioni che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, per il reato di disastro colposo, di Giorgio Angarano, amministratore della Vulcano Solfatara srl, di altri cinque soci della società che gestisce l’area (Maria Angarano, Maria Di Salvo, un’altra omonima Maria Di Salvo, Annarita Letizia e Francesco Di Salvo) e della società stessa.

Ma ora queste lacune vengono confermate in tutta la loro estrema gravità anche dall’approfondimento tecnico richiesto dagli stessi Sostituti Procuratori e accordato dal Gip, che ha nominato ad hoc tramite incidente probatorio sette super-esperti: il pool è formato dal prof. Giovanni Battista Crosta, Direttore della Sezione di Scienze Geologiche e Geotecniche del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente, del Territorio e della Terra dell’Università di Milano Bicocca; il prof. Orlando Vaselli, docente in Geochimica e Vulcanologia, Direttore di Scienze della Terra all’Università di Firenze; il prof. Giuseppe Tito Aronica, docente in Ingegneria Idraulica all’Università di Messina; il prof. Claudio Giulio Di Prisco, docente in Geotecnica al Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano; il prof. Angelo Baggiani, docente in Igiene generale e applicata al Dipartimento di Ricerca Transnazionale NTMC, all’Università di Pisa; il geofisico Giuseppe Marino, esperto di Idrogeologia; l’ing. Maurizio D’Amico, con specifica competenza in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Presso l’area della Solfatara – recita testuale la perizia – non erano presenti presidi di sicurezza, né in astratto, né in concreto, a tutela della salute e della vita dei lavoratori e di conseguenza degli stessi visitatori. La società Vulcano Solfatara srl non ha valutato i rischi e non ha posto in essere alcun rimedio idoneo per prevenirli, neanche secondo la peggiore scienza ed esperienza”: conclusioni durissime nei confronti dei gestori dell’area.

Non solo. “Previo esame dei rischi che non sono stati valutati – continuano i periti -, andavano previsti presidi di sicurezza, con squadra di soccorso ed emergenza a tutela degli stessi lavoratori, che doveva per lo meno essere attrezzata di respiratori portatili (bombola di ossigeno con relativa maschera) e D. P. C. (Dispositivi di Protezione Collettiva, ndr) tipo funi, atteso che i visitatori andavano equipaggiati precauzionalmente con mascherine monouso per fronteggiare i problemi dovuti alla presenza dell’H25 (anidride solforosa, ndr)”.

Ancora più gravi, nello specifico, le censure in relazione alla voragine “maledetta”, che risultava presente da alcuni giorni, come documentato anche da un video inequivocabile del 9 settembre 2017. “La palese e grave negligenza che emerge a carico della società è quella di non avere valutato l’elevata probabilità e l’elevato rischio di morte, comunque valutabile, dovuti ad una possibile cavità posta sotto il piano campagna, di dimensione maggiore rispetto a quella che poteva percepirsi visivamente dal soprastante piano”. E di non aver quindi “posto in opera una delimitazione che fosse maggiormente estesa e distante dalla originaria dimensione della voragine, tenuto conto dell’acqua che aveva allagato la zona della fangaia e che era defluita nei giorni precedenti nel sottosuolo anche attraverso la predetta voragine, dando luogo alle condizioni di pericolo che si sono avute in occasione del tragico evento”.

Ma, a fare ancora più specie, è risultato che il sito era “sprovvisto dell’autorizzazione sindacale sin dal lontano 2008”, autorizzazione che comunque “non riguardava l‘accesso alla spianata, atteso che in tutti i casi la società Vulcano Solfatara doveva garantire la scurezza di lavoratori e visitatori a prescindere dal controllo da parte degli organi di vigilanza e della esistenza o meno di autorizzazioni”. “Emerge chiaro e inequivocabile che l’area della cosiddetta “spianata” (fangaia, stufe, fumarole, belvedere, etc.) era visitabile e fruibile, da parte dei visitatori, senza che fosse rilasciata alcuna autorizzazione che, in qualche modo, avrebbe potuto dare luogo a controlli preliminari, quali Nulla Osta da parte di Enti in genere”. Appare incredibile che un’attività che gestiva un numero così elevato di visite e di turisti fosse di fatto abusiva e che il Comune di Pozzuoli non sia mai intervenuto al riguardo.

Quanto agli organi di controllo sul rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, come l’Asl, i Vigili del Fuoco o l’ispettorato del Lavoro, invece, secondo i periti non avrebbero potuto rilevare il rischio di sprofondamento che ha dato luogo alla tragedia, “in ragione della particolarità del sito che richiede conoscenza di tutt’altra materia specifica, consulenze, studi, e monitoraggi (geologia, geofisica, etc) che solo il datore di lavoro avrebbe potuto e dovuto richiedere ai fini della valutazione dei rischio”. “Scagionato” nella perizia anche l’Osservatorio Vesuviano, che non avrebbe avuto poteri di controllo o di vigilanza in materia di salute e sicurezza dell’area della società

La perizia, che sarà oggetto di “esame” da parte di tutti i consulenti tecnici di parte, tra cui quelli nominati a loro volta dai Pubblici Ministeri (Roberto Boccia e Giovanni Balestri), oltre che ovviamente da parte dei legali delle parti offese e degli imputati, si conclude con ben 12 pagine (in tutto sono 240) in cui vengono elencate le numerose opere di messa in sicurezza, linee giuda e prescrizioni da realizzare per arrivare alla riapertura del sito invocata dagli operatori economici della città: realizzazione di un secondo accesso carrabile in corrispondenza del parcheggio, realizzazione di un’adeguata rete antincendio, individuazione di percorsi sicuri, realizzazione di passarelle con parapetti, tutta una serie di indagini, verifiche e monitoraggi, divieti vari (come quello di avvicinarsi alle fumarole o alle antiche stufe), accesso al sito vulcanico vero e proprio solo indossando gli appositi dispositivi di protezione individuale e per non oltre i 60 minuti, etc.