Articolo Pubblicato il 27 gennaio, 2021 alle 12:00.

Un lavoratore “civile”, dunque non un militare, e che sia rimasto vittima non di un infortunio ma di una malattia professionale dal decorso prolungato, può essere risarcito come “vittima del dovere”. La risposta della Cassazione è affermativa.

Con la rilevante sentenza n. 823/21 depositata il 19 gennaio 2021, la sezione Lavoro della Suprema Corte ha stabilito due principi chiave. In primo luogo, “se le lesioni derivano dallo svolgimento dei compiti, per il principio di eguaglianza, anche la malattia professionale deve essere tutelata come un infortunio, e a prescindere dal ruolo militare o civile.

Inoltre, “ai fini del giudizio sull’ordinarietà, o meno, del rischio corso dai soggetti considerati nello svolgimento delle loro attività istituzionali – e, nello specifico, in relazione all’esposizione all’azione di sostanze nocive come le fibre di amianto –, la valutazione giudiziale dovrà assumere, all’occorrenza, anche una prospettiva diacronica: dovrà, in altri termini, essere formulata anche ora per allora, con riferimento cioè alle maggiori conoscenze oggi disponibili ed ai più elevati standard protettivi oggi assicurati agli appartenenti alla stessa categoria di lavoratori”.

 

I familiari di un marittimo deceduto per l’esposizione all’amianto citano in causa il Ministero

La vicenda. I familiari di un lavoratore deceduto avevano rivendicato gli indennizzi di legge asserendo che il loro caro era mancato a causa a di un tumore polmonare riconducibile all’esposizione all’amianto presente nelle navi militari a bordo delle quali aveva svolto mansioni in qualità di dipendente civile del Ministero della Difesa.

Il tribunale aveva respinto le loro pretese e anche la Corte d’Appello di Genova aveva rigettato il gravame: i giudici di seconde cure avevano accertato come la malattia denunciata fosse effettivamente collegata alla causa lavorativa, ma avevano altresì ritenuto che, per potersi integrare la fattispecie relativa alle vittime del dovere, fosse necessaria la condizione della particolarità delle condizioni ambientali, od operative, in cui il soggetto prestava l’attività e che la nozione di missione non poteva assimilarsi all’espletamento delle normali mansioni per così dire “civili”.

 

La missione di qualunque natura della Legge 266/2005

I congiunti della vittima hanno quindi proposto ricorso per Cassazione contestando l’interpretazione data del concetto di “missione di qualunque natura” della Legge 266/2005, che invece a loro dire si sarebbe dovuto interpretare nel senso di “ogni scenario possibile in cui il dipendente si sia trovato ad operare ivi comprese le particolari condizioni ambientali e/o operative”.

Nello specifico, le condizioni ambientali e operative, secondo i ricorrenti, si dovevano verificare valutando l’attività di servizio con i parametri attuali e non quelli del tempo.

E, ancora, i familiari del marittimo lamentavano che la sentenza impugnata avesse erroneamente ritenuto applicabile la disciplina solo al personale militare e non a quello civile.

Argomentazioni che la Suprema Corte ha ritenuto fondate. La L. 266/2005, hanno chiarito innanzitutto i giudici del Palazzaccio, non comprende solo singoli eventi lesivi di tipo traumatico (infortuni), in quanto si riferisce ad “infermità permanentemente invalidanti o alle quali consegua il decesso”.

La formula della legge, dunque, è ampia e deve ricomprendere anche la malattia professionale: “sarebbe del tutto irrazionale, e in violazione del principio di eguaglianza – prosegue la Cassazione -, ammettere che un trattamento sfavorevole sia riservato ai lavoratori che abbiano contratto malattie professionali rispetto a quelli che abbiano subito un infortunio, in presenza delle altre condizioni valevoli a ricondurre entrambi gli eventi allo svolgimento dei compiti di istituto”.

 

Vittime del dovere anche i civili deceduti per malattia professionale

Pertanto, ed è il primo punto fermo, il concetto di “particolari condizioni ambientali od operative” può verificarsi anche nell’ipotesi, da accertarsi volta, per volta, in concreto, dell’esposizione di amianto a bordo di navi militari. E ne ne deriva che “vittime del dovere” sono anche i lavoratori civili/militari affetti da malattie professionali che sono da ricomprendersi a tutti gli effetti alle vittime di cui all’art. 1, comma 564, L.266/2005.

Relativamente al concetto di “missione di qualunque natura” indicato dalla legge gli Ermellini hanno poi aggiunto che lo stesso “deve essere considerato in relazione allo svolgimento dei compiti istituzionali”, mentre quello di “particolari condizioni ambientali od operative” “deve essere considerato alla luce del rispetto di tutte le regole dettate dall’ordinamento in relazione alla tutela della salute dei lavoratori; nella prospettiva assistenziale solidaristica che viene in rilievo, ai fini del giudizio sull’ordinarietà o meno del rischio corso dai soggetti considerati nello svolgimento delle loro attività istituzionali – e, nello specifico, in relazione all’esposizione all’azione di sostanze nocive come le fibre di amianto – la valutazione giudiziale dovrà assumere, all’occorrenza, anche una prospettiva diacronica: deve, in altri termini, essere formulata anche ora per allora, con riferimento cioè alle maggiori conoscenze oggi disponibili ed ai più elevati standard protettivi oggi assicurati agli appartenenti alla stessa categoria di lavoratori.

La valutazione ora per allora si rende necessaria, allo stesso modo, per evitare diseguaglianze: basti pensare al paradosso per il quale ai lavoratori che si siano ammalati per aver operato in condizioni di maggior rischio non venga corrisposto nessun indennizzo quando, per ipotesi, il modello di svolgimento dell’attività lavorativa allora praticato, pur in sé lecito, ma pericoloso, non fosse tale da scongiurare il rischio di insorgenza di una determinata malattia professionale.