Articolo Pubblicato il 6 agosto, 2020 alle 16:00.

Troppo spesso viene considerato una formalità burocratica, sia dai richiedenti sia, quel che è peggio, dai medici, con conseguenze che però possono risultare fatali per i pazienti, soprattutto (ma non solo) per quelli più avanti con gli anni, e penalmente pesanti per i sanitari. Parliamo del certificato di idoneità sportiva che viene richiesto per praticare sport.

A riproporre all’attenzione la questione una recente sentenza dell’inizio agosto 2020 del Tribunale di Reggio Emilia, che ha condannato un medico sportivo alla pena di otto mesi di reclusione per omicidio colposo ritenendolo colpevole di aver appunto effettuato una visita “superficiale” su un cicloamatore, non accorgendosi di una evidente patologia che ne avrebbe poi determinato la morte mentre si stava allenando.

 

Un cicloamatore dichiarato “idoneo” viene stroncato da un infarto mentre si allena

La vittima, un 74enne di Budrio, ciclista amatoriale che da anni correva come con una società ciclistica reggiana ed era regolarmente tesserato con il team, nel 2013 aveva accusato un malore mentre rientrava a casa da un’uscita domenicale con la bicicletta da corsa e a nulla erano valsi i soccorsi. Un decesso inspiegabile per i suoi familiari, dato l’esito delle visite mediche specialistiche a cui si era sempre sottoposto regolarmente e che erano sempre terminate con la conferma dell’idoneità e il via libera per la pratica dell’attività di livello agonistico.

L’esposto della famiglia

La famiglia ha quindi presentato un esposto, ipotizzando che non gli fossero state diagnosticate patologie facilmente riscontrabili durante la visita, la Procura ha aperto un procedimento penale e ha indagato il medico che aveva rilasciato il certificato.

Parallelamente, i congiunti avevano anche avviato un’azione civile e già in quella sede il giudice aveva dato loro ragione disponendo a loro favore un risarcimento per alcune centinaia di migliaia di euro.

 

Familiari risarciti e medico sportivo condannato

Ora però è arrivato anche il pronunciamento sul fronte penale a conclusione della fase delle indagini preliminari e del processo, nel corso dei quali il Pubblico Ministero aveva disposto l’autopsia e la perizia dei due medici legali incaricati aveva effettivamente accertato come la visita “incriminata” fosse stata effettuata in maniera del tutto inadeguata, supportando sia i sospetti della famiglia sia la tesi dell’accusa, secondo la quale la morte per arresto cardiaco del 74enne si sarebbe potuta evitare con la semplice disposizione da parte del medico imputato di effettuare degli accertamenti di secondo livello.

Di qui dunque la condanna per negligenza pronunciata a suo carico del giudice Sarah Iusto.