Articolo Pubblicato il 26 agosto, 2020 alle 5:26.

Va subito chiarito che non bisogna mai mettersi al volante se si è alzato troppo il gomito, perché il caso in questione riguarda proprio la guida in stato di ebbrezza. L’aspetto significativo della sentenza n. 24023/20 della Cassazione, depositata il 24 agosto 2020, tuttavia, è sul piano generale in quanto “rinfresca” un principio di garanzia che spesso viene scordato dai giudici, e cioè che la decisione di applicare la sanzione massima prevista dal Codice della strada per le violazioni alle sue norme va sempre motivata, viceversa chi le ha commesse può ricorrere e anche con successo, com’è accaduto qui.

Automobilista condannato per il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest

La vicenda riguarda appunto il processo ad un automobilista a carico del quale il Tribunale di Busto Arsizio aveva applicato la pena, concordata fra le parti, ex art. 444 cod. proc. pen., in relazione al reato di cui all’art. 186, comma 7 C.d.S, cioè il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest, nonché la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per anni due, detratto il periodo già scontato per effetto del provvedimento provvisorio del Prefetto.

L’imputato ricorre contro il periodo massimo di sospensione della patente comminatogli

L’imputato ha quindi proposto ricorso per Cassazione, avanzando due motivi. Con il primo, lamentava la violazione della legge processuale, con riferimento agli artt. 444 e 448 cod. proc. pen, sostenendo che il giudice gli aveva comminato la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida in modo difforme a quanto previsto dall’accordo intercorso fra l’imputato ed il Pubblico ministero, con cui si stabiliva la durata di un solo anno.

Una decisione che, a suo dire, si poneva in contrasto con la disposizione dell’art. 6 CEDU, come interpretata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, secondo cui, indipendentemente dalla denominazione attribuita dalla legislazione interna alle sanzioni conseguenti la violazione di una norma penale, esse rientrerebbero tutte nella previsione punitiva dello Stato, di modo che, laddove la norma processuale interna consenta la definizione del procedimento attraverso l’accordo delle parti sulla pena, quest’ultimo ben può comprendere la sanzione amministrativa accessoria, da considerarsi parte integrante della pena complessiva.

Con il secondo motivo, che è quello che qui interessa, egli si doleva della omessa motivazione sulla durata della sospensione della patente di guida, essendosi il giudice limitato a ritenere “equo” il periodo di sospensione per anni due, facendo riferimento agli elementi costitutivi del reato ed in particolare alla modalità di realizzazione della condotta, senza chiarire le ragioni dell’applicazione della misura massima prevista dalla legge. Il ricorrente sottolineava altresì che la giurisprudenza della Suprema Corte ha escluso l’applicabilità del raddoppio della sanzione nell’ipotesi in cui il veicolo appartenga a terzi: circostanza, dunque, erroneamente richiamata dal giudice, a sostegno della decisione.

La Cassazione rigetta il primo motivo

La Suprema Corte ha respinto il primo motivo come manifestamente infondato. “Le sanzioni della sospensione e della revoca della patente di guida sono introdotte a fini specificamente interdittivi, con finalità preventive, rivolte a tutelare la sicurezza della circolazione e, di conseguenza, l’incolumità pubblica. La loro natura amministrativa si palesa sia dalla disposizione di cui all’art. 223 C.d.S, laddove si prevede il potere della sospensione cautelare della patente in capo al Prefetto, sia dalla lettera dell’art. 224, comma 3 C.d.S., che stabilisce la competenza del Prefetto in ordine all’applicazione della sanzione amministrativa, qualora il reato da cui essa consegue sia estinto per prescrizione, previo accertamento della sussistenza della violazione, che, infine, dalla previsione, di cui all’art. 224, comma 1 C.d.S., che dispone l’adozione da parte del Prefetto della revoca o della sospensione della patente di guida per la durata determinata dal provvedimento giurisdizionale di condanna, ancorché la relativa pena sia condizionalmente sospesa

La sospensione della patente ha chiaramente natura amministrativa

E’ chiara dunque la natura amministrativa della sospensione della parente di guida, “posto che la sospensione condizionale della pena, incidente sulle sanzioni di natura penale, non si estende, per espressa volontà legislativa, alla sanzione accessoria interdittiva in esame”. I giudici del Palazzaccio, a ulteriore conferma della natura amministrativa delle sanzioni previste dal codice della strada relative ai titoli abilitativi alla guida, conseguenti la violazione di norme penali, cita anche un’altra recente sentenza della stessa Corte di Cassazione (la numero 1804 del 14/11/19 depositata il 17/01/20), dove si precisa che “la revoca della patente di guida correlata alla condanna per i delitti di cui agli artt. 589-bis e 590- bis cod. pen. ha natura di sanzione amministrativa accessoria, attesa la sua finalità precipuamente preventiva e la limitatezza dell’arco di tempo in cui al destinatario è inibito il conseguimento di un nuovo titolo abilitativo alla guida; pertanto, anche nel caso di condotte suscettibili, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 88 del 2019, di dar luogo, in sede di cognizione, alla più mite sanzione della sospensione, non rientra tra i poteri del giudice dell’esecuzione modificare la statuizione della sentenza di condanna passata in giudicato relativa alla suddetta revoca, esulando questa dall’ambito di applicazione dell’art. 30, comma 4, della legge 11 marzo 1953, n. 87”.

La sentenza giunge dunque a escludere l’operatività della disposizione di cui all’art. 30, ultimo comma I. 87/1953, relativa agli effetti favorevoli delle sentenze di illegittimità costituzionale sulle sentenze di condanna divenute irrevocabili, limitata alle sole sanzioni penali, sottolineando la funzione eminentemente preventiva delle misure.

Revoca e sospensione della patente sono misure di prevenzione più che punitive

Riferendosi alla revoca, ma enunciando un principio generale e come tale estensibile anche alla sospensione della patente, la Corte di legittimità osserva che “la revoca è concepita dal legislatore come misura inibitoria correlata all’avvenuta manifestazione di pericolosità del soggetto autore dell’illecito penale, dunque essenzialmente quale misura di prevenzione, atteso che l’inibizione alla guida assicura la collettività dalla possibile reiterazione del comportamento pericoloso, con estraneità funzionale agli aspetti meramente afflittivi della pena.

A fronte di tali premesse, la Suprema Corte risponde pertanto negativamente al quesito oggetto del primo motivo di ricorso, relativo alla natura della sanzione in esame proprio facendo riferimento ai “noti parametri Engel, tratti dalla sedimentata giurisprudenza di Strasburgo, per cui la sanzione può essere definita penale – al di là del nomen attribuito dal legislatore interno – in rapporto all’analisi concreta delle finalità perseguite e del grado di afflittività, nel senso che lì dove risulti prevalente la finalità punitiva (rispetto a quella preventiva) o lì dove risulti particolarmente elevato il grado di afflittività, la misura in questione va attratta nel cono delle garanzie penalistiche”.

Ne consegue, concludono i giudici del Palazzaccio, che conserva validità il principio secondo cui “in tema di patteggiamento, la clausola con cui le parti concordano la durata delle sanzioni amministrative accessorie deve ritenersi come non apposta, non essendo l’applicazione di dette sanzioni nella loro disponibilità.

Fondato invece il secondo motivo di ricorso

La Cassazione ritiene invece fondato il secondo motivo di doglianza. “La disposizione di cui all’art. 186, comma 7, invero – puntualizza la Suprema Corte – stabilisce che alla condanna per rifiuto di sottoporsi ad alcoltest consegua la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni”.

E qui i giudici ricordano che, secondo l’elaborazione della giurisprudenza di legittimità,, il giudice che applichi con la sentenza di patteggiamento la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida deve fornire una motivazione sul punto solo “allorché la misura si allontani dal minimo edittale e non già quando sia pari a questo o se ne discosti di poco o sia molto più vicina al minimo che al massimo edittale, casi questi ultimi in cui è sufficiente la motivazione implicita”.

In caso di sanzione al minimo o al medio edittale non occorre motivare

Anche in materia di sanzioni amministrative accessorie, infatti, prosegue la Cassazione, si deve fare riferimento al principio secondo cui “la motivazione circa la sussistenza dei parametri di valutazione al fine della commisurazione concreta della sanzione da infliggere assume rilevanza quanto più ci si discosti dal minimo. Non vi è dubbio, infatti, che nessuna motivazione sia necessaria per giustificare l’applicazione del minimo, essendo una ovvietà logica che (in assenza dì una misura inferiore) il criterio discrezionale sia espressione della scarsa importanza della violazione commessa, della ridotta entità del danno e del ridotto pericolo che l’ulteriore circolazione potrebbe cagionare. Ma anche nell’ipotesi di sanzione concreta determinata entro il medio edittale, il richiamo ai criteri previsti dall’art. 218, comma 2 C.d.S., ancorché reso esplicito con le espressioni meramente relative alla congruità della sanzione, costituisce giustificazione sufficiente dell’uso della discrezionalità del giudice, perché si colloca in una fascia valutativa – fra il minimo ed il medio edittale appunto – all’interno della quale il legislatore stesso prevede la sanzione come corrispondente alla gravità media della violazione e del pericolo futuro”.

Motivazione invece necessaria in caso di applicazione del massimo edittale

Altro discorso invece quando ci si discosta da quella “medietà”, e tanto più ci si discosta, “è necessario spiegare per quale motivo i parametri che si giudicano meritino, in concreto, l’applicazione di una sanzione superiore, perché il superamento di quella soglia implica una valutazione della gravità che supera la “media” ed il giudice deve spiegarne le ragioni, non potendo altrimenti giustificarsi l’utilizzo della discrezionalità, che in assenza di ogni argomentazione al riguardo perde la sua qualità positiva di adattamento della sanzione al caso concreto e, conseguentemente, la sua legittimità anche costituzionale”.

Nella sentenza impugnata, pur avendo applicato i giudici la misura massima prevista per la sospensione della patente di guida in caso di rifiuto di sottoporsi all’alcoltest, essi si sono limitati a ritenere “equo” un periodo di sospensione pari a due anni “senza fare riferimento ai parametri previsti dall’art. 218 C.d.S., relativi all’entità del danno, alla gravità della violazione commessa ed al pericolo che l’ulteriore circolazione potrebbe comportare”. Un deficit motivazionale a cui non può sopperire nemmeno, secondo gli Ermellini, il riferimento, fatto dal giudice, alle modalità del fatto ed all’intestazione del veicolo a terzi, “posto che le prime non vengono neppure descritte e la seconda è circostanza inconferente nell’ipotesi di cui all’art. 186, comma 7 C.d.S., avendo le Sezioni Unite chiarito che al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza non si applica la previsione di cui all’art. 186, comma secondo, lett.c) cod. strada nella parte in cui dispone che la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata qualora il veicolo condotto dall’imputato appartenga a persona estranea al reato”.

Concludendo, nel caso di specie, il giudice ha colpevolmente omesso la motivazione sulle ragioni della determinazione della sanzione amministrativa nel massimo della durata, tanto più a fronte del fatto che aveva ritenuto congrua la pena minima prevista per il reato legato al rifiuto di sottoporsi all’alcoltest (pena base di sei mesi di arresto e 1500 euro di ammenda, ridotta ex art. 444 cod. proc. pen. a quattro mesi di arresto e mille euro di ammenda) e giustificata l’applicazione della sospensione condizionale.

Di qui dunque l’annullamento della sentenza del Tribunale di Busto Arsizio limitatamente alla durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, e la sua ri-determinazione, da parte della Cassazione, nel “medio edittale”, nella misura di un anno e mezzo.