Articolo Pubblicato il 21 gennaio, 2020 alle 17:26.

Per quanto il nostro sistema sia abbastanza sicuro, e oggi, ad esempio, il rischio di contrarre una infezione da Hiv sia quasi azzerato (da un recente studio le probabilità sarebbero comprese tra una su due milioni e una su 45 milioni), non mancano i casi di contagio, anche clamorosi e ai danni di più pazienti, per il cosiddetto sangue infetto.

Vicende dolorose che si strascinano anche da decenni, come quella che si è trovata a giudicare la Cassazione attraverso la sentenza n. 852/20 depositata il 17 gennaio 2020, con la quale la Suprema Corte ha sancito il legittimo diritto del danneggiato ad essere adeguatamente risarcito per le gravi conseguenze (l’insorgenza della epatite B) riportate a seguito di una trasfusione, ribadendo che è l’ospedale, non il paziente, a dover provare che il sangue fornito è “sano”.

 

Paziente contrae epatite b a seguito di trasfusione

Il paziente aveva contratto il virus HBV in seguito a una trasfusione di sangue infetto somministratagli nel lontano 1982 presso la Usl n. 40 della Campania. La Corte d’appello di Napoli, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva però accolto l’appello del Ministero della Salute dichiarando maturata la prescrizione del diritto del danneggiato al risarcimento del danno aquiliano, rigettando il suo appello incidentale volto a far valere la responsabilità contrattuale dell’Azienda sanitaria e dei singoli sanitari, e confermando peraltro pronuncia di primo grado circa la mancanza di prova di inadempienze o negligenze del personale medico dell’ospedale.

Secondo i giudici il danneggiato non aveva fornito la prova del sangue infetto

La Corte territoriale, con una sentenza molto discutibile, aveva ritenuto che l’omissione o l’insufficienza dei controlli del sangue avrebbe potuto condurre a una pronuncia di condanna dell’azienda ospedaliera qualora il ricorrente avesse allegato l’avvenuta utilizzazione di sacche di sangue estranee ai circuiti autorizzati dal Ministero o raccolte nell’ambito della propria gestione di un centro trasfusionale.

Il paziente danneggiato invece si era limitato ad ipotizzare la provenienza del sangue da sacche ignote: dall’esame della cartella clinica esaminata dal CTU risultava la mancata annotazione del referto di accompagnamento del Centro Emotrasfusionale, ma secondo i giudici questo non poteva equivalere a prova dell’ignota provenienza del sangue e dunque sarebbe venuta meno la prova dell’omessa diligenza dell’azienda sanitaria.

Ad avviso della Corte di merito, inoltre, non poteva incombere sulla Asl la prova di aver fornito sacche di sangue sano poiché, all’epoca dei fatti, l’uso di sangue infetto non era imputabile alla struttura ospedaliera laddove il materiale organico provenisse da centri autorizzati.

 

L’onere della prova per trasfusione di sangue infetto

Il paziente ha proposto ricorso per Cassazione affidato ad un unico motivo, nel quale ha censurato la sentenza impugnata per non essersi conformata alle norme e per aver invertito l’onere della prova, ponendo a carico del danneggiato, oltre a quella del fatto e del nesso causale, anche la prova della colpevolezza della struttura quando, in base ai principi della responsabilità contrattuale, il debitore, ai sensi dell’art. 1218 c.c., è tenuto al risarcimento del danno a meno che non provi che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

La sentenza, a suo dire, si porrebbe in contrasto con il consolidato orientamento della Cassazione secondo il quale la prova del nesso causale, nella responsabilità per inadempimento contrattuale in materia di sangue infetto, è ripartita tra danneggiato e struttura ospedaliera, nel senso che il primo deve provare che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di danno, mentre grava sulla seconda l’onere di provare di aver agito con diligenza, ad esempio dimostrando che le sacche di sangue utilizzate provenivano dai centri preposti alla fornitura, alla tracciabilità ed al controllo.

 

La responsabilità della struttura sanitaria

Ebbene, la Cassazione, dopo aver respinto l’eccezione della prescrizione, giudica il motivo di ricorso fondato. “La sentenza impugnata – spiega la Suprema Corte -, pur dando atto che nella cartella clinica mancava il referto di accompagnamento del centro trasfusionale, ha ritenuto che la prova della colpa gravasse sul danneggiato.

Questa statuizione è in patente contrasto con l’ormai granitica giurisprudenza di questa Corte secondo la quale, in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”.

La Suprema Corte sottolinea poi l’ormai assodato principio secondo il quale, “una volta provato, da parte del paziente, anche a mezzo di presunzioni, la relazione causale tra la condotta e la lesione (relazione che, nella specie, non risulta in discussione), l’onere della prova della causa non imputabile (e, a più forte ragione, contrariamente a quanto opinato dalla Corte territoriale, dell’assenza di colpa) grava sul presunto danneggiante.

In assenza di tali prove, la responsabilità della struttura non può ritenersi esclusa”.

 

La non tracciabilità del sangue configura la responsabilità contrattuale

E la Cassazione conclude con ancora più forza ricordando che che “l‘impossibilità di tracciare una sacca di sangue trasfusa comporta un’irregolarità nella tenuta della cartella clinica a cui può ricollegarsi l’affermazione di responsabilità contrattuale con riguardo alla prova presuntiva”.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame al fine di procedere alla liquidazione del danno, cioè alla sua quantificazione, posto infatti che l’an della pretesa risarcitoria (cioè se il danneggiato avesse o meno diritto al risarcimento) “deve ritenersi definitivamente accertato”. Nel senso positivo.