Articolo Pubblicato il 16 febbraio, 2021 alle 10:00.

La pronuncia ha subito avuto vasta eco, soprattutto – ma non solo – nel mondo dello Sport, chiamando in causa l’Ente Pubblico che regola tutte le attività sportive del Paese, ossia il Coni, Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che è stato definitivamente condannato a risarcire un tifoso caduto dai gradoni dello stadio Olimpico a causa di una macchia d’olio e procuratosi in tal modo diverse brutte lesioni.

Ma l’ordinanza in questione della sesta sezione civile della Cassazione, la n. 3589/21 depositata l’11 febbraio, è interessante anche perché riafferma una serie di principi a tutela dei danneggiati relativamente all’art. 2051 del Codice Civile, in tema di risarcimento danni cagionati dai beni in custodia.

 

Un tifoso caduto su una macchia d’olio allo stadio chiede i danni al Coni

Il tifoso, come detto, era scivolato e rovinosamente caduto sui gradini dell’Olimpico mentre era in corso una partita di calcio a cui stava assistendo a causa di un liquido oleoso sparso per terra e aveva quindi citato in giudizio la Coni servizi spa, braccio operativo del Coni, in qualità di ente proprietario dello stadio. imputandogli una responsabilità da “omessa custodia”.

In primo grado, la sua richiesta era stata respinta, poiché il giudice capitolino, dall’istruttoria effettuata, aveva dedotto che il liquido che aveva causato la caduta fosse stato “versato da terzi”, ossia “da qualcuno dei presenti allo stadio” e quindi, che non vi fosse alcun “difetto di custodia” da parte Coni.

La Corte d’Appello di Roma, presso la quale il danneggiato aveva appellato la sentenza di prime cure, aveva invece riformato la decisione, giungendo alla conclusione che la sostanza non era stata versata da un altro spettatore ma piuttosto “prodotta” dallo stesso impianto sportivo, evidentemente a causa della perdita da qualche impianto.

I giudici territoriali, inoltre, non avevano condiviso neppure le tesi sull’onere della prova sostenute dalla difesa del Comitato Olimpico, ricordando che nei casi che rientrano nel raggio d’azione dell’articolo 2051 del Codice civile, “il danneggiato ha l’onere di provare il nesso di causa tra il danno subìto e il “dinamismo” della cosa, mentre grava sul custode la prova liberatoria del caso fortuito”.

Nell’ipotesi di caso fortuito, come sosteneva il Coni, rientra certamente l’azione imprevedibile del terzo che sparge “l’olio” che, nell’immediatezza, provoca la caduta senza possibilità di intervento per prevenirla, ma nulla di tutto questo nello specifico però sarebbe accaduto.

 

Il Coni ricorre per Cassazione, che però gli dà torto

Il Coni ha quindi proposto ricorso per Cassazione tornando a sottolineare, nei suoi motivi di ricorso, che la macchia d’olio sarebbe stata “un fattore esterno che costituisce caso fortuito” e che, dunque, il proprietario della struttura era esonerato da responsabilità.

Ma I giudici del “Palazzaccio” hanno rigettato il ricorso: “La dimostrazione che il liquido è stato versato da terzi e che non è stato possibile intervenire tempestivamente per eliminarlo grava sul custode, in quanto costituisce oggetto della prova liberatoria“, si legge nella sentenza depositata, e il fatto che “la macchia non sia opera di terzi ma fosse presente sui gradini per altre ragioni, legate alla stessa struttura, è accertamento in fatto, operato dalla Corte d’appello di Roma è motivato.

Ed è mancata una prova contraria”, conclude la Cassazione, che ha dunque confermato la condanna del Coni al risarcimento del tifoso.