Articolo Pubblicato il 8 febbraio, 2021 alle 10:00.

Non infrequentemente chi ha subito un danno demorde dal portare avanti le proprie ragioni perché non ha testimoni in grado di confermare i fatti o può disporre solo delle testimonianze di familiari, nella convinzione che queste ultime non valgano in ragione del vincolo di parentela. Non è così.

Con la sentenza n. 2295/21, depositata il 2 febbraio 2021, relativa a una causa di lavoro ma dalla portata generale, la Corte di Cassazione ha chiarito un concetto che sfugge ai più: in tema di prova testimoniale, non esiste alcun principio di necessaria inattendibilità del testimone che abbia con una delle parti processuali un vincolo di parentela o coniugale, non potendo l’attendibilità degli stessi essere esclusa aprioristicamente, senza altri elementi da cui il giudice possa desumere la perdita di credibilità.

 

Sotto accusa l’esclusione dei familiari dalle liste testimoniali

Con sentenza del 2018, la Corte d’Appello di Milano aveva respinto il gravame proposto da un’imprenditrice confermando la decisione di primo grado con la quale la donna era stata condannata al pagamento in favore di una lavoratrice di oltre 56mila euro a titolo di differenze di retribuzione, di cui euro 11.520,22 come Tfr, oltre accessori e regolarizzazione previdenziale e contributiva.

Il nodo del contendere verteva sugli aspetti concernenti la retrodatazione del rapporto di lavoro subordinato con la dipendente e le concrete modalità del suo svolgimento. La Corte territoriale aveva condiviso integralmente l’istruttoria – e l’interpretazione delle relative risultanze – operata dal primo giudice, e a, tal riguardo, aveva ritenuto più attendibili, rispetto a quelle del teste addotto dall’imprenditrice, le deposizioni rese da due testimoni della lavoratrice, in ragione sia della loro estraneità rispetto alle parti, sia della univocità e concordanza delle loro dichiarazioni, numericamente prevalenti.

Il fatto è che il tribunale, quanto all’individuazione dei testimoni, aveva rimesso alle parti la scelta dei testi nel limite di due, per ciascuna, con l’espressa eccezione di “parenti o affini”, sulla base della “adeguata motivazione della maggiore attendibilità dei soggetti estranei alla sfera familiare delle contendenti”.

Una linea sposata dalla Corte territoriale, che aveva anche respinto la richiesta di acquisizione di documenti ulteriori in quanto “tutti di formazione antecedente al deposito della memoria difensiva di primo grado”, e in ogni caso, secondo i giudici d’appello, essi non avrebbero contenuto alcun elemento in grado di attestare il pagamento di somme ulteriori, rispetto a quelle risultanti dalle buste paga a titolo di competenze di fine rapporto e Tfr in ragione delle condizioni di formale assunzione della lavoratrice, non comprese nella quantificazione operata dal Ctu di primo grado.

 

Il ricorso per Cassazione

L’imprenditrice ha quindi proposto ricorso per Cassazione adducendo quattro motivi, ma quello che qui interessa è il primo, anche perché il suo accoglimento, come si vedrà, ha comportato l’assorbimento di tutti gli altri.

Le censure della ricorrente hanno investito la sentenza della Corte di appello nella parte in cui aveva ridotto la lista testimoniale della ricorrente, escludendo le persone a lei legate da un vincolo di parentela: in questo modo, la decisione si sarebbe posta in contrasto con l’art. 244 del Codice di procedura civile, che non vieta l’esame di persone legate da rapporti di parentela con le parti del processo, salvo le ipotesi di cui all’art. 246 dello stesso codice. La statuizione sarebbe stata viziata in ragione di una aprioristica valutazione di inattendibilità di queste persone.

Per la Cassazione, il motivo è fondato. Ripercorrendo la vicenda, la Suprema Corte rileva come, a fronte delle critiche espresse dall’appellante alla decisione del Tribunale di limitare, in via preventiva, le liste testimoniali, escludendovi i parenti e gli affini delle parti, la Corte di appello avesse sostenuto che il giudice aveva esercitato il potere ex art. 245 cod.proc.civ. ed offerto al riguardo, per citare la sentenza impugnata, “la adeguata motivazione della maggiore attendibilità dei soggetti estranei alla sfera familiare delle contendenti”.

In particolare, l’ordinanza ammissiva della prova testimoniale stabiliva di ammettere “a testimoniare due testimoni per parte tra quelli indicati in atti ed a scelta dei difensori con divieto di addurre in udienza come testimoni parenti o affini delle parti”.

Ebbene, questo provvedimento, spiegano i giudici del Palazzaccio, non è corretto. In questo modo, infatti, proseguono i giudici del Palazzaccio, “il giudice del merito non ha esercitato il legittimo potere di riduzione delle liste testimoniali sovrabbondanti, perché non si è limitato a ridurre, a due, il numero di testimoni ma ha escluso persone, tra coloro che erano stati indicati dal difensore, al di fuori dei limiti consentiti dall’art. 245 cod.proc.civ”.

 

Anche i soggetti legati alle parti da vincoli parentali possono essere sentiti

Infatti, “venuto meno il divieto di testimoniare previsto dall’art. 247 cod.proc.civ. per effetto della sentenza della Corte Cost. nr. 248 del 1974, i soggetti che, come nella specie, sono legati alle parti processuali dai vincoli di parentela o affinità possono (e devono) essere sentiti in qualità di testimoni, restando ovviamente salva, al di là della ricorrenza dell’ipotesi di cui all’art. 246 cod.proc.civ., la successiva valutazione di attendibilità dei testimoni, all’esito del loro esame”.

Al riguardo la Cassazione ricorda il principio della stessa Suprema Corte secondo cui, “in materia di prova testimoniale, non sussiste alcun principio di necessaria inattendibilità del testimone che abbia vincoli di parentela o coniugali con una delle parti: l’attendibilità del teste legato da uno dei predetti vincoli non può essere esclusa aprioristicamente in difetto di ulteriori elementi dai quali il giudice del merito desuma la perdita di credibilità”.

Pertanto – concludono gli Ermellini -, “si espone alle denunciate criticità l’ordinanza che, ai sensi dell’art. 245 cod.proc.civ., ai fini di riduzione delle liste testimoniali sovrabbondanti, escluda quali testimoni coloro che sono legati alle parti processuali dai vincoli indicati all’art. 247 cod.proc.civ. – e per il solo fatto di detti vincoli – in quanto espressione di un pregiudizio e di un aprioristico giudizio di inattendibilità che non trova alcun fondamento nel dettato normativo e nei principi della Suprema Corte”.

La sentenza è stata pertanto cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Milano, che, in diversa composizione, dovrà procedere ad un nuovo esame della fattispecie concreta, nel rispetto degli esposti principi.