Articolo Pubblicato il 14 giugno, 2020 alle 10:00.

Premesso (con la “P” maiuscola) che le cinture di sicurezza vanno sempre allacciate (e fatte allacciare) per tutelare la propria incolumità e quella altrui, va però sfatato il luogo comune che il loro mancato utilizzo sia motivo tassativo di preclusione del diritto ad essere risarciti in caso di incidente, tanto più per i terzi trasportati, della cui omissione deve rispondere anche il conducente.

A fare chiarezza, per l’ennesima volta, su un aspetto su cui le compagnie di assicurazione “vanno a nozze”, e che i tribunali territoriali spesso interpretano in modo discutibile, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11095/20 depositata il 10 giugno 2020.

 

Respinta la richiesta di risarcimento di una passeggera perché senza cintura

La passeggera di una vettura tamponata aveva citato in giudizio la compagnia assicuratrice dell’auto in cui era trasportata, Sara Assicurazioni, per essere risarcita dei danni patiti a causa del sinistro stradale, accaduto nel 2009, ma la sua domanda era stata respinta sia dal Giudice di Pace di Pace di Foggia, nel 2012, sia, nel 2017, quale giudice d’appello, dal Tribunale di Foggia, che aveva rigettato il gravame interposto nei confronti della sentenza di primo grado.

La danneggiata ricorre per cassazione

La donna ha quindi proposto ricorso per Cassazione lamentando che il giudice d’appello, ponendo a base della propria decisione e come unica fonte di prova la Ctu ergonomica, avesse ravvisato la sua esclusiva responsabilità relativamente alle lesioni subite per non avere allacciato le cinture di sicurezza.

 

Le responsabilità del conducente

La ricorrente ricordava che “il trasportato che ha subito un danno in seguito a un sinistro stradale può ottenere il risarcimento senza dover dimostrare la responsabilità dei conducenti coinvolti nell’incidente”, ribadiva che il mancato utilizzo della cintura poteva avere determinato in parte il danno, il cui risarcimento poteva andare conseguentemente ridotto, ma non poteva pregiudicare in toto il suo diritto al risarcimento del danno.

Sottolineava, poi, che il conducente dell’autovettura su cui era trasportata “aveva accettato la circolazione del mezzo in condizioni di mancata sicurezza”, senza cioè che lei allacciasse le cinture, laddove “prima di partire aveva il dovere di controllare le condizioni del viaggio, accertandosi che lo stesso avvenisse nel rispetto delle norme comuni della prudenza e sicurezza”. Entrambi i soggetti avevano deciso di procedere senza che il trasportato avesse la cintura, concorrendo al verificarsi dell’evento lesivo, per cui si doveva semmai configurare un concorso di colpa con il conducente della macchina e stabilire in che percentuale attribuire in concorso l’evento.

La danneggiata, infine, si soleva del fatto che il giudice d’appello avesse accolto le conclusioni del Ctu secondo il quale, ”considerato che la (omissis) non indossava le cinture, è possibile che abbia urtato il capo contro il poggiatesta del sedile anteriore ma, considerata la minore forza d’urto, è ancora più probabile che abbia subito sì la rottura degli occhiali, ma non quella della protesi dentaria, che avrebbe richiesto un urto più violento di tutto il volto contro il poggiatesta”, mettendo quindi in dubbio quest’ultima lesione denunciata.

Secondo la ricorrente, mancava qualsiasi riferimento tecnico scientifico e supporto di questa tesi, e non veniva fatto alcun accenno alle altre lesioni documentate e oggetto di causa, come il colpo di frusta.

 

La Cassazione conferma la corresponsabilità in capo a chi guida

Motivi di doglianza fondati secondo la Suprema Corte.

Qualora la messa in circolazione dell’autoveicolo in condizioni di insicurezza (e tale è la circolazione senza che il trasportato abbia allacciato le cinture di sicurezza) sia ricollegabile all’azione od omissione non solo del trasportato ma anche del conducente (il quale prima di iniziare o proseguire la marcia deve controllare che essa avvenga in conformità delle normali norme di prudenza e sicurezza) – puntualizza la Cassazione -, fra costoro si è formato il consenso alla circolazione medesima con consapevole partecipazione di ciascuno alla condotta colposa dell’altro ed accettazione dei relativi rischi; pertanto si verifica un’ipotesi di cooperazione nel fatto colposo, cioè di cooperazione nell’azione produttiva dell’evento (diversa da quella in cui distinti fatti colposi convergano autonomamente nella produzione dell’evento)“.

 

Il conducente deve risarcire il danno al terzo trasportato anche se senza cintura

In tale situazione, proseguono i giudici del Palazzaccio, a parte l’eventuale responsabilità verso terzi ex art.2054 c.c., “deve ritenersi risarcibile, a carico del conducente del suddetto veicolo e secondo la normativa generale degli artt. 2043, 2056, 1227 c.c., anche il pregiudizio all’integrità fisica che il trasportato abbia subito in conseguenza dell’incidente, tenuto conto che il comportamento dello stesso, nell’ambito dell’indicata cooperazione, non può valere ad interrompere il nesso causale fra la condotta del conducente ed il danno, né ad integrare un valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili”

Un principio, questo, del tutto disatteso dal giudice dell’appello. La Cassazione riassume le conclusioni a cui era giunto il tribunale, che aveva avallato l’affermazione del giudice di prime cure secondo cui era “emerso dall’istruttoria espletata e alla luce delle risultanze della consulenza ergonomica … l’incidenza nella causazione dei danni di un comportamento negligente della trasportata ( mancato utilizzo delle cinture di sicurezza )”, così come la già ricordata consulenza tecnica, la quale aveva evidenziato “una incongruenza, con riferimento ai danni, tra il sinistro per come descritto ed emerso dalle testimonianze e quello accertato in sede di indagine peritale, ritenendo già nella prima integrazione, dopo aver acquisito la perizia sul veicolo del perito della compagnia, alla luce dei danni materiali emersi, estremamente improbabile, pur se non impossibile, la rottura della protesi amovibile, considerata la capacità di assorbimento degli urti dei materiali di cui sono costituiti i sedili”.

Sulla base di questi elementi il giudice era “pervenuto a ravvisare l’esistenza di danni molto più lievi rispetto a quelli ipotizzati sulla base delle dichiarazioni del teste escusso, ritenendo pertanto, alla luce della minore forza d’urto emersa rispetto a quella calcolata con la prima perizia, a ritenere inverosimile la rottura della protesi dentaria che avrebbe richiesto un urto più violento di tutto il volto contro il poggiatesta.

Tutte conclusione che però sono “viziate”, conclude la Suprema Corte, dalla mancata considerazione che, “ove il conducente avesse ottemperato al proprio obbligo di far allacciare le cinture di sicurezza alla trasportata e non avesse accettato il rischio di una circolazione irregolare l’evento non sarebbe accaduto (quantomeno nelle modalità verificatesi)”.

Di qui l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Foggia che, in diversa composizione, dovrà procedere a un nuovo esame della causa tenendo conto del principio riaffermato della Suprema Corte.