Articolo Pubblicato il 9 maggio, 2020 alle 10:10.

Le Tabelle di Milano che, com’è noto, sono divenute nel corso degli anni un riferimento riconosciuto a livello nazionale per la liquidazione del danno non patrimoniale per le lesioni di grave entità, non sono “legge”, ma rappresentano comunque un criterio guida e se un giudice si discosta da esse deve motivare adeguatamente la sua decisione, che viceversa è appellabile e con ampi margini di successo.

Con la sentenza n. 8468/20 depositata il 5 maggio 2020, la Cassazione ha ribadito con forza la valenza del documento realizzato dal Tribunale meneghino (in foto), accogliendo il ricorso dei familiari di una vittima di incidente stradale che la i giudici territoriali avevano risarcito in modo del tutto inadeguato, disapplicando, per l’appunto, le tabelle milanesi.

 

Risarcimento inadeguato per i congiunti di una vittima di incidente stradale

Con pronunciamento del 16 giugno 2017, la Corte d’Appello di Salerno aveva parzialmente accolto l’appello contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Nocera Inferiore proposto dalla moglie e dal figlio di un uomo deceduto in seguito ad un sinistro avvenuto nel 2004 e determinato per esclusiva colpa della controparte.

In secondo grado era stata disposta come risarcimento una somma maggiore rispetto a quella stabilita in origine, ma in buona sostanza in appello era stato riconosciuto in più solo il danno patrimoniale subito dal veicolo della vittima.

Il ricorso in Cassazione per la mancata applicazione delle Tabelle milanesi

I cui congiunti hanno pertanto proposto ricorso per cassazione, lamentando “l’’irrisorietà” della liquidazione del danno non patrimoniale iure proprio da loro sofferto, effettuata dalla Corte di merito non solo in violazione delle Tabelle di Milano ma anche in termini di “puro arbitrio”.

I ricorrenti hanno battuto molto sulla mancata applicazione da parte dei giudici di merito delle Tabelle di Milano, laddove, hanno obiettato, “la recente giurisprudenza nella liquidazione del danno non patrimoniale ha proprio escluso la possibilità di un ricorso ad una liquidazione equitativa pura e definitivamente attribuito al criterio milanese la valenza, in linea generale e nel rispetto dell’art. 3 Cost., di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno non patrimoniale alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c., salva ovviamente l’emersione di concrete circostanze che ne giustifichino l’abbandono”.

 

La Suprema Corte accoglie l’appello

E la Cassazione ha dato loro ragione cogliendo l’occasione per chiarire lo stato dell’arte sulla delicata materia, premettendo innanzitutto che “i criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere idonei a consentire una valutazione che sia equa, e cioè adeguata e proporzionata, in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, mediante la cosiddetta personalizzazione del danno, al fine di addivenirsi a una liquidazione congrua, sia sul piano dell’effettività del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione – nel rispetto delle diversità proprie dei singoli casi concreti – sul territorio nazionale”.

La Suprema Corte ricorda quindi che, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale da sinistro stradale, si è ravvisata essere “soluzione valida” quella costituita dal sistema delle tabelle. Infatti, oltre alla giurisprudenza, vi ha fatto espressamente riferimento lo stesso legislatore, introducendo in tema di responsabilità civile da circolazione stradale, nel d.lgs. n. 209 del 2005, la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidità cosiddette micro-permanenti.

Com’è noto, mancano invece – una lacuna pesante del sistema – delle tabelle normativamente determinate per le lesioni cosiddette macro-permanenti e per le ipotesi diverse da quelle oggetto del succitato decreto legislativo, ma i giudici fanno comunque normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali, “la cui utilizzazione – spiegano gli Ermellini – è stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza

 

La valenza nazionale delle Tabelle milanesi

I giudici del Palazzaccio prendono quindi atto che le Tabelle di Milano “sono andate nel tempo assumendo e palesando una vocazione nazionale, in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equità valutativa, e ad evitare ( o quantomeno ridurre) – al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali – ingiustificate disparità di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell’art. 3, 2° co., Cost.”, e che la Cassazione è giunta a ritenerle “valido criterio di valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. delle lesioni di non lieve entità ( dal 10% al 100%) conseguenti alla circolazione”.

Secondo la Suprema Corte, dunque, le tabelle, “siano esse giudiziali o normative, costituiscono dunque strumento senz’altro idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla clausola generale posta all’art. 1226 c.c.”.

 

La loro mancata adozione integra violazione di norma di diritto

Ma gli Ermellini aggiungono un altro aspetto rilevante. Per lungo tempo era stata esclusa la necessità per il giudice di motivare in ordine all’applicazione delle tabelle in uso presso il proprio ufficio giudiziario, “essendo esse fondate sulla media dei precedenti del medesimo, e avendo la relativa adozione la finalità di uniformare, quantomeno nell’ambito territoriale, i criteri di liquidazione del danno, dovendo per converso adeguatamente motivarsi la scelta di avvalersi di tabelle in uso presso altri”.

Per il fatto che la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale è inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si escludeva inoltre che l’attività di quantificazione fosse di per sé soggetta a controllo in sede di legittimità, “se non sotto l’esclusivo profilo del vizio di motivazione, in presenza di totale mancanza di giustificazione sorreggente la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorietà delle argomentazioni. In particolare laddove la liquidazione del danno si palesasse manifestamente fittizia o irrisoria o simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura e all’entità del danno dal medesimo giudice accertate”.

Successivamente però, aggiungono i giudici del Palazzaccio, la Cassazione ha mutato radicalmente questo orientamento, per cui “la mancata adozione da parte del giudice di merito delle Tabelle di Milano in favore di altre, ivi ricomprese quelle in precedenza adottate presso la diversa autorità giudiziaria cui appartiene, si è ravvisato integrare violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360, 1°co. n. 3, c.p.c. (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408)”.

 

E l’eventuale disapplicazione va sempre motivata

La Suprema Corte precisa che i parametri delle Tabelle di Milano sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, ovvero quale criterio di riscontro e verifica di quella di inferiore ammontare cui sia diversamente pervenuto, “essendo incongrua la motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantificazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parametri esibiti dalle dette Tabelle di Milano consente di pervenire”.

In conclusione, dunque, secondo la Cassazione le Tabelle di Milano si sostanziano in “regole integratrici del concetto di equità, atte a circoscrivere la discrezionalità dell’organo giudicante”, costituendo non una normativa di diritto, ma un criterio guida imprescindibile. Nel caso specifico, invece, nel liquidare il danno non patrimoniale iure proprio subito dai ricorrenti, la corte di merito ha del tutto disatteso questi principi.

La sentenza impugnata è stata  pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Salerno, in diversa composizione, per procedere a nuovo esame sulla scorta delle indicazioni ricevute.