“L’incubo” di una donna di Salgareda, nel Trevigiano, rivoltasi a Studio3A: telefonate, lettere e diffide non sono servite. Inevitabile la denuncia penale

Una telefonata allunga la vita, per citare lo slogan del celebre spot dell’allora Sip, ma anche la bolletta – per quanto la linea Tim non la usi più da una… vita – nel caso di una settantaduenne di Salgareda, nel Trevigiano, che non riesce non solo a recuperare i quasi quattromila euro prelevati indebitamente dalla società dal suo conto, ma neanche ad uscire dall’incubo di “fattura pazza”: un autentico stalking per tutelarsi dal quale la ex cliente si è affidata a Studio3A.

La vicenda ha del kafkiano. La signora nel lontano 2009 sottoscrive un contratto con Telecom/Tim per il servizio di Alice Casa Internet relativo alla sua utenza telefonica fissa, salvo chiederne la disattivazione con formale raccomandata con ricevuta di ritorno (regolarmente arrivata) il 22 novembre 2013, semplicemente perché aveva deciso di cambiare gestore: uno dei punti fermi della storia è che non ha mai più consumato un solo byte di traffico dalla vecchia connessione.

Passano sei anni e mezzo e per puro caso suo figlio si accorge che dal conto corrente della madre vengono regolarmente prelevati mediamente oltre 40 euro al mese: ci vuole poco per scoprire che si trattava della bolletta che Tim, mediante Rid, ha continuato ad addebitarle per tutto quel periodo nonostante l’utente avesse chiuso il contratto e non usufruisse di alcun servizio: purtroppo la settantaduenne usava il conto in banca per prelievi al bisogno, non era solita monitorarne tutti i movimenti e dal solo estratto conto qualche decina di euro passava inosservata. Ma moltiplicando la cifra per mesi e poi anni, si è arrivati a sfiorare i quattromila euro.

A quel punto la donna si è vista costretta a bloccare il Rid e il 15 aprile 2020, cioè più di un anno fa, ha inviato una nuova disdetta, ma non c’è stato neanche il tempo di valutare come cercare di recuperare la somma prelevatale indebitamente, perché Tim, trovando il conto “bloccato”, ha cominciato a spedirle a casa le fatture: aprile, maggio, giugno, luglio, mese nel quale, ormai disperata, si è rivolta ai carabinieri che hanno contattato di persona il centro assistenza Tim spiegando la situazione e ottenendo l’impegno da parte dell’operatore a bloccare le richieste di pagamento delle ultime fatture e anche a dare corso al rimborso delle somme incassate negli anni precedenti.

Tutto finito? Neanche per sogno. Nonostante le rassicurazioni fornite ai militari, la signora ha continuato a ricevere le fatture. A quel punto la malcapitata, attraverso il responsabile della sede di San Donà di Piave, Riccardo Vizzi, ha chiesto aiuto a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che, con i propri Servizi Legali, si è subito attivata. E’ stata inviata una formale diffida all’azienda a rimborsare immediatamente alla propria assistita tutti gli importi illegittimamente richiesti e addebitati a decorrere dal 22 novembre 2013 e a interrompere l’invio delle fatture relative ad un servizio disattivato e da allora non più usufruito. Studio3A ha anche chiamato innumerevoli volte il servizio assistenza clienti Tim per verificare lo stato dell’arte relativo alla diffida e aprendo altrettanti reclami, ma la risposta è sempre la stessa: la pratica è in carico all’ufficio Amministrazione, che non è direttamente contattabile, e che da mesi non fornisce alcun riscontro, in barba alle tempistiche previste dalle condizioni generali di contratto.

E intanto non solo le bollette arrivano puntuali ogni mese, ma nei giorni scorsi è giunta alla signora anche la raccomandata di una società di recupero crediti che le intima di saldare il debito nei confronti di Tim “per il mancato pagamento delle fatture relative al servizio di telecomunicazioni usufruito”, provvedendo con sollecitudine al versamento di 154,78 euro. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e che adesso farà scattare una denuncia penale nei confronti della società per stalking, con relativa richiesta non solo di restituzione delle somme indebitamente prelevate per sei anni e mezzo ma anche di risarcimento di tutti i danni morali. Fino all’ultimo cent.