Articolo Pubblicato il 17 novembre, 2020 alle 10:00.

L’autonoma valutazione della sofferenza interiore patita a causa della lesione del diritto alla salute non fa scattare una duplicazione del risarcimento.

La Corte di Cassazione, con la rilevante sentenza n. 24473/20 depositata il 4 novembre 2020, ha chiarito un fondamentale principio a tutela dei danneggiati giudicando del tutto legittima la quantificazione al rialzo del pregiudizio morale, se il danno permanente alla salute va oltre i criteri standard stabiliti per il danno biologico dalle tabelle milanesi.

 

La causa per il risarcimento di un lavoratore vittima di un grave infortunio

Il caso. Un elettricista installatore aveva citato giudizio avanti il tribunale di Verona la proprietaria di un’abitazione e l’impresario edile che vi aveva montato un ponteggio chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa di una rovinosa caduta appunto da quel ponteggio, di cui era rimasto vittima nell’esecuzione di lavori di installazione di pannelli solari nel tetto dell’edificio. I giudici, in parziale accoglimento della domanda, avevano liquidato i danni nel complessivo ammontare di 749.194 euro (di cui 600mila per danno biologico da invalidità permanente, applicato l’aumento del 15% per la ritenuta “necessaria personalizzazione” sull’importo risultante dalle tabelle di Milano, in relazione all’accertata invalidità del 65%), ridotto a 559.396 euro per il riconosciuto concorso del fatto colposo del danneggiato e detratto il valore capitalizzato della rendita Inail, nell’importo, comunicato dallo stesso istituto, di 253.280,34 euro . E avevano pertanto condannato i convenuti, in solido, al pagamento, in favore del lavoratore, del residuo importo di 306.116 euro, oltre rivalutazione e interessi secondo le modalità di calcolo specificate in sentenza.

Entrambe le parti avevano quindi appellato la sentenza ma la Corte d’appello di Venezia aveva integralmente confermata tale decisione, respingendo le censure mosse dai “danneggianti” sia per quanto riguarda la personalizzazione del danno, sia per il calcolo dell’importo della rendita Inail portato in detrazione. Secondo la Corte territoriale, la personalizzazione del danno, pur non specificamente motivata dalla decisione di primo grado, si dimostrava “corretta analizzando la tipologia e la gravità dei postumi e delle conseguenze riportate dal (omissis) nell’incidente per cui è causa. Invero, nel caso di specie, vanno valorizzate le indubitabili conseguenze sulla sfera personale del soggetto leso, sia dal punto di vista della sofferenza, sia del pregiudizio esistenziale e relazionale conseguenti ai postumi fisici descritti dal Consulente Tecnico d’Ufficio”.

Dalla perizia erano infatti emersi gravi deficit residuati: del VII nervo cranico che determinava “lagoftalmo, anestesia dell’emivolto destro, deviazione della rima orale”, della spalla destra e deambulatorio, per un complessivo quadro di emiplagia destra con astenia ingravescente. L’installatore manifestava difficoltà ad espletare “anche i più comuni atti della vita quotidiana i quali, seppur autonomamente, non sempre riescono a essere compiuti in modo corretto, abbisognando quindi dell’aiuto di terze persone”.

 

Per i giudici di seconde cure la grave limitazione subita coinvolgeva anche la sfera relazionale

Da questi elementi la Corte d’appello lagunare aveva convenuto che non poteva non riconoscersi “una grave limitazione non solo della sfera del danno alla salute e all’integrità fisica ma, altresì, della sfera, relazionale, morale e, più in generale, del complesso “valore uomo” che travalica, nel caso di specie, la componente media del danno biologico rappresentato dal valore del punto di cui alle tabelle applicate”.

La personalizzazione del risarcimento operata dal giudice di primo grado, pertanto – aveva osservato la Corte territoriale – non si appalesa quale duplicazione di una medesima voce di danno ma come liquidazione esaustiva e mirata del danno patito dallo specifico soggetto vittima dell’infortunio, in considerazione della gravità delle lesioni subite, dell’alto grado di sofferenza patito attese la durata e le complicanze della malattia ed il pregiudizio complessivo subito dal soggetto nell’esplicazione della sua esistenza quotidiana”.

Ai fini della quantificazione del valore della rendita riconosciuta al danneggiato, poi, secondo la Corte d’Appello il giudice di primo grado non poteva che attenersi a quanto indicato dall’Inail a seguito dell’esplicita richiesta del giudice e tale dato “non può essere superato neppure in questa sede a fronte di risultanze di un atto giudiziale afferente al altro e diverso giudizio”.

L’imprenditore edile e la proprietaria dell’abitazione hanno quindi proposto ricorso anche per Cassazione con due motivi. Quello che interessa nello specifico (l’altro concerneva la rendita Inail) riguarda appunto la personalizzazione del danno “in aumento” che secondo i ricorrenti sarebbe stata indebita e accordata in mancanza di allegazioni specifiche e sulla base di valutazioni del tutto impersonali, non tenendo conto del fatto che certamente lesioni che coinvolgono la capacità di parlare o camminare incidono sulla vita personale del danneggiato. Proprio perché tale incidenza è ovvia, secondo l’imprenditore condannato al risarcimento sarebbe altrettanto ovvio che di essa le tabelle già tengono conto, nel quantificare il danno “medio” derivante da tali lesioni.

 

La Suprema Corte rigetta la doglianza: nel danno morale le tabelle non sono vincolanti

Ma per la Cassazione (che ha invece accolto l’altra doglianza) questo motivo è infondato. Secondo la Suprema Corte, la motivazione della sentenza giustifica l’operata personalizzazione facendo riferimento non solo alle conseguenze sulla sfera “relazionale ed esistenziale” ma anche alle gravi conseguenze subite dal danneggiato sul piano delle sofferenze morali o soggettive. “Ancorché generiche – scrivono i giudici del Palazzaccio -, tali indicazioni motivazionali valgono a sottrarre la sentenza ad una censura di erronea personalizzazione”.

Un problema di personalizzazione, invero – prosegue la Suprema Corte – si pone solo per il danno biologico, proprio in quanto soggetto a liquidazione tabellare standardizzata, ma non anche invece per il danno morale, per il quale le tabelle di Milano non possono ritenersi vincolanti. Sotto tale profilo può, pertanto, ritenersi che legittimamente la Corte di merito, sia pure impropriamente parlando di «personalizzazione», abbia inteso dare congruo apprezzamento al danno morale”.

 

I principi del risarcimento del danno alla persona

Gli Ermellini, a supporto di questa considerazione, richiamano la più recente e ormai consolidata giurisprudenza della Suprema Corte in tema di risarcimento del danno alla persona e ribadiscono alcuni principi chiave, che vale la pena di esporre integralmente.

Il primo. “Sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante e del danno non patrimoniale” (art. 2059 c.c.; art. 185 c.p.).

Due: “La natura unitaria ed onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte deve essere interpretata, sul piano delle categorie giuridiche (anche se non sotto quello fenomenologico) rispettivamente nel senso: a. di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica; b. di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative in pejus della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di articolata, compiuta ed esaustiva istruttoria, ad un accertamento concreto e non astratto del danno, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni”.

 

Il danno dinamico relazionale e quello morale

Terzo. “Nel procedere all’accertamento ed alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito, alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale e del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209 (Codice delle assicurazioni private), modificati dall’art. 1, comma 17, della legge 4 agosto 2017, n. 124 – la cui nuova rubrica («danno non patrimoniale», sostitutiva della precedente, «danno biologico»), ed il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale causato dalle lesioni da quello morale – deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la reale fenomenologia della lesione non patrimoniale e, cioè, tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (c.d. danno morale, sub specie del dolore, della vergogna, della disistima di sé, della paura, della disperazione), quanto quello dinamico-relazionale (destinato ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto)”.

Quattro: “Nella valutazione del danno alla salute, in particolare – ma non diversamente che in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore/interesse costituzionalmente protetto (Cass. nn. 8827-8828 del 2003; Cass. Sez. U. n. 6572 del 2006; Corte cost. n. 233 del 2003) – il giudice dovrà, pertanto, valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale — che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con sé stesso – quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce «altro da sé)”.

 

Quando si parla di duplicazione e quando no

Cinque: “In presenza di un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali ed affatto peculiari: le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

Sei: “Nel caso di lesione della salute, costituisce, pertanto, duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico – inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali – e del danno cd. esistenziale, appartenendo tali c.d. «categorie» o «voci» di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale”

Sette: “Non costituisce duplicazione risarcitoria, di converso, la differente e autonoma valutazione compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute, come stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 235 del 2014, e come oggi normativamente confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138 lett. e), cod. ass., introdotta — con valenza evidentemente interpretativa — dalla legge di stabilità del 2016”.

Alla luce di tali principi la decisione impugnata, secondo la Suprema Corte, si sottrae pertanto alla censura mossa, in quanto “essenzialmente basata sull’invocazione di un criterio standard di liquidazione del danno morale, allo stato non predicabile alla stregua degli indici di diritto positivo sopra richiamati e, per il resto, risolventesi nella mera generica contestazione di una valutazione di merito che, in quanto motivata, non è sindacabile in questa sede”.