Articolo Pubblicato il 20 luglio, 2020 alle 10:30.

Non ha alcuna ragion d’essere, da parte di un padre, chiedere un risarcimento maggiore per la perdita a causa di un incidente della propria figlia in quanto donna, l’unica progenie di sesso femminile, e, come tale, considerata “il bastone” della sua vecchiaia: a prendersi cura dei genitori anziani possono essere anche i figli maschi.

Con l’ordinanza n. 14477/20 depositata il 9 luglio 2020 la Cassazione ha deliberato su caso che ha fatto molto parlare. All’apparenza, si trattava di una causa come tante su fatti tragici sul genere, incentrata sulla quantificazione del danno.

 

I familiari di una ragazza morta in un sinistro citano in causa l’assicurazione di controparte

Nel 2000 il padre, la madre e i due fratelli di una minore avevano citato in causa avanti il Tribunale di Matera la compagnia La Piemontese (che in seguito avrebbe mutato ragione sociale in Italiana Assicurazioni), chiedendone la condanna in solido con il proprietario del veicolo assicurato, responsabile dell’incidente, al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un sinistro stradale in cui la loro cara aveva perso la vita.

Il Tribunale nel 2012 aveva accolto la domanda ma la sentenza era stata appellata dai familiari della vittima che avevano ritenuto erronea, per difetto, la stima del danno compiuta dai giudici. Con sentenza del 2017 la Corte d’appello di Potenza aveva accolto parzialmente il gravame, accordando agli appellanti una più cospicua liquidazione del danno non patrimoniale, sia pure non nella misura che essi avevano invocato.

 

Ricorso per Cassazione sul “quantum” del risarcimento

Il papà della giovane ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione e sono appunto i motivi di doglianza addotti dal genitore ad aver fatto discutere. Egli ha lamentato innanzitutto il fatto che la Corte d’appello, nel liquidare il danno non patrimoniale sofferto, avesse applicato le tabelle diffuse dal Tribunale di Milano scegliendo per tutti i congiunti della vittima il valore medio della “forbice” suggerita nelle stesse tabelle eccezion fatta per lui, a cui era stato accordato un risarcimento inferiore alla misura media: una decisione motivata dal fatto che il padre della minore deceduta risiedeva da tempo in un altro comune.

Il ricorrente sosteneva invece che, così giudicando, i giudici territoriali avrebbero “erroneamente de-valorizzato l’intensità affettiva tra padre e figlia sulla base soltanto del dato anagrafico di residenza”: a suo dire non era ragionevole “ritenere un minus affettivo nel rapporto tra padre e figlia minorenne per il semplice fatto che quest’ultima risulti residente in luogo diverso dal proprio padre”. Motivo ritenuto però inammissibile dalla Suprema Corte, perché, hanno ribadito gli Ermellini, “stabilire se la vittima di un fatto illecito abbia sofferto un danno non patrimoniale e quale ne sia stata l’intensità costituiscono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, e non sindacabili in questa sede. Allo stesso modo, lo stabilire se la morte d’una figlia abbia provocato nei genitori della vittima una sofferenza di pari intensità o di intensità differente, così come lo stabilire se esistesse e quanto intenso fosse il rapporto affettivo tra la vittima e il padre, costituiscono accertamenti di fatto, non valutazioni in punto di diritto”.

 

Il ricorrente lamenta anche la perdita di un aiuto materiale e morale per la sua vecchiaia

Ma il padre, con il secondo motivo, che è quello che qui preme, ha soprattutto lamentato, ai sensi dell’articolo 360, n. 5, c.p.c., l’omesso esame di tutta una serie di fatti decisivi. La Corte d’appello avrebbe trascurato di considerare che in realtà la coabitazione tra padre e figlia era dimostrata da un certificato storico di famiglia allegato al fascicolo di primo grado, dal quale risultava che la vittima e il padre coabitavano al momento del sinistro.

Ancora, non avrebbe tenuto conto del rapporto di filiazione tra la vittima ed il superstite, la sua giovane età e che la vittima era la sua unica figlia di sesso femminile, “e quindi – testuali parole – idonea a costituire un valido aiuto morale e materiale durante l’età senile del padre come notoriamente avviene nei piccoli paesi del Meridione“.

 

La Suprema Corte rigetta il ricorso

Ma anche qui la Cassazione rigetta il motivo. Quanto alla asserita coabitazione tra padre e figlia, al momento della morte di quest’ultima, i giudici rilevano come questo certificato anagrafico mancasse negli atti del fascicolo e quindi, di fatto, venisse meno “non solo la prova dell’esistenza del documento, ma anche quella dell’avvenuto rituale deposito di esso”.

Quanto poi all’omesso esame della circostanza rappresentata dal fatto che la vittima era l’unica figlia del ricorrente, dalla quale egli si attendeva assistenza e conforto negli anni della vecchiaia, il motivo è del tutto infondato secondo i giudici del Palazzaccio, che osservano: “la circostanza che il ricorrente assume erroneamente trascurata (il sesso della vittima) è infatti privo di decisività. Né, infatti, il ricorso al fatto notorio, né una massima di esperienza, né le prove raccolte nel corso del giudizio (del tutto carenti in tal senso) avrebbero consentito al giudice di merito di affermare che solo le figlie, e non i figli, possano accudire i genitori anziani, e che di conseguenza l’odierno ricorrente, pur avendo altri due figli, abbia perduto per effetto della morte dell’unica figlia la ragionevole probabilità di un mutuum adiutorium negli anni a venire”.

Per la cronaca, respinto anche il motivo relativo alla liquidazione in misura dirotta delle spese legali e pertanto confermata la liquidazione del danno stabilito in appello.