Nell’udienza del 12 marzo l’illustrazione della perizia psichiatrica-bis.

La vedova: “Non mi convincerò mai che è pazzo, non lo perdonerò mai. Dov’è il nostro Stato?”

Seminfermo di mente anche per il consulente del giudice. Nessun (altro) colpo di scena nella perizia psichiatrica bis su Khalid De Greata, il profugo nigeriano di 27 anni che il 15 ottobre 2017, al mercato del libero scambio di Torino, ha accoltellato a morte senza motivo il cinquantunenne di Settimo Torinese Maurizio Gugliotta, ferendo anche l’amico che si trovava con lui.

A fronte di questo raptus, lo stesso Pubblico Ministero della Procura di Torino titolare del procedimento penale a carico del De Greata, il dott. Gianfranco Colace, aveva presentato la richiesta di procedere con incidente probatorio per espletare una perizia psichiatrica e accertare se l’assassino fosse capace di intendere e volere al momento del crimine.

Secondo il consulente tecnico incaricato, il professor Franco Freilone, psichiatra forense e docente di Psicologia all’Università di Torino, l’assassino aveva una “capacità di intendere e volere grandemente scemata”, per infermità individuata in un “disturbo psicotico”, ovvero “con caratteristiche di specie paranoidi”: l’assassino gli è apparso persona socialmente pericolosa, e di una pericolosità elevata, ma comunque in grado di stare in giudizio. Dunque, seminfermità mentale ma capacità di sostenere il processo.

Processo che lo scorso ottobre pareva giunto alle battute finali. Il Pm aveva chiesto l‘ergastolo per l’assassino, contestandogli l’omicidio aggravato dai futili motivi di Gugliotta e il tentato omicidio dell’amico. Richiesta cui si è associata la parte civile che rappresenta la vedova della vittima, Carmela Caruso, e i tre figli: i familiari, per essere assistiti sotto il profilo risarcitorio, tramite il consulente personale dott. Giancarlo Bertolone, si sono affidati anche a Studio 3A-Valore Spa, società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini. Il difensore dell’imputato aveva invece battuto sulla seminfermità mentale riconosciuta al suo assistito, chiedendo che di non considerare l’aggravante dei futili motivi, in quanto il folle gesto sarebbe a suo dire da attribuirsi alla patologia, contestando il reato di tentato omicidio (si sarebbe trattato di tentata lesione) e richiedendo l’applicazione delle attenuanti generiche e dello sconto di pena previsto dal rito abbreviato.

Nell’udienza del 19 ottobre era attesa la sentenza, ma il giudice, dott. Stefano Vitelli, a sorpresa ha deciso di approfondire ulteriormente la questione centrale del dibattimento, ossia lo stato di salute mentale dell’omicida, disponendo una seconda perizia psichiatrica e anche una risonanza magnetica sul capo del giovane nigeriano, per appurare se e quali conseguenze gli avesse lasciato un incidente stradale che ha riferito di aver subìto alcuni anni fa in patria. E ha incaricato a tal fine un altro esperto, il Prof. Gabriele Rocca di Genova, coordinatore dell’Unità di Criminologia e Psichiatria forense al Dipartimento di Scienze della Salute dell’Ateneo genovese: Studio 3A ha messo a disposizione come consulente di parte della famiglia il dott. David De Cori, medico chirurgo specializzato in psichiatria. Alla fine però il Professor Rocca è giunto praticamente alle stesse conclusioni del collega Freilone. Il Ctu sarà ascoltato dal giudice, dal Pm e dai legali delle parti nell’udienza fissata per martedì 12 marzo 2019, dalle 11.30, in Tribunale a Torino, ma la sua perizia, depositata in questi giorni, conferma in buona sostanza sia la seminfermità mentale di De Greata sia il suo elevato livello di pericolosità sociale.

Per i congiunti di Gugliotta, che hanno visto prolungarsi di altri cinque mesi il supplizio di un procedimento nel quale devono rivivere ogni volta la tragedia, cambia poco o nulla. Se non altro – c’era anche questo rischio -, l’imputato non è stato ritenuto del tutto incapace di intendere e volere, ma sul verdetto finale incombe sempre l’incognita di una seminfermità a cui i Gugliotta continuano a non credere. “Voglio sapere su quali basi si è giunti a tali conclusioni e se l’omicida di mio marito sia stato opportunamente seguito ed esaminato, perché non credo che in un paio di sedute, con tutto il rispetto di uno psichiatra forense e delle sue competenze, si possa valutare lo stato di salute mentale di una persona – spiega la vedova, Carmela CarusoIo e i miei figli resteremo sempre convinti che De Greata non è un pazzo e che ha ucciso mio marito perché era intenzionato a farlo, per rabbia, crudeltà o chissà mai cosa”.

Ma la signora Caruso torna a puntare il dito anche contro le istituzioni, nei cui confronti aveva già espresso tutta la sua amarezza, non solo dal punto di vista penale ma anche risarcitorio: la famiglia Gugliotta con Maurizio ha perso anche il suo sostegno economico, l’assassino è nullatenente e si reputa lo Stato in qualche modo responsabile per aver accolto un profugo e averlo lasciato libero di circolare e di colpire nonostante la sua elevata pericolosità sociale. “La nostra giustizia dovrebbe dare delle risposte, non solo a noi ma a qualsiasi persona italiana, che andrebbe tutelata, ma purtroppo noi italiani tutelati non lo siamo. Non si tratta di essere razzisti ma realisti: si fa presto a fare i buonisti se certe cose non le provi sulla tua pelle. Io non ce l’ho con nessuno, solo con chi ha ucciso mio marito: non avrà mai il mio perdono né la mia pietà e penso sia comprensibile. Per me è giusto che resti e marcisca in galera (si trova presso la Casa circondariale di Torino, ndr), dove sta comunque meglio di noi, di me che ho perso per sempre mio marito e dei miei figli, rimasti senza un padre e in una fase della vita in cui ne avevano estremo bisogno. Chiedo solo di avere la “mia” giustizia, ma ormai non mi aspetto molto dalla legge italiana e dal “mio” Stato, a cui pure continuiamo a pagare le tasse ma di cui sono profondamente delusa: non ha impedito ciò che è successo e non si è mai prodigato nei nostri confronti. Dov’è questo Stato?”. Parole che fanno riflettere