Articolo Pubblicato il 13 gennaio, 2020 alle 17:11.

Per stabilire se il ritardo nell’esecuzione di un intervento chirurgico, nello specifico un parto cesareo, può essere causa dei danni subiti dal bambino o, come in questo caso, dalla partoriente è necessaria una valutazione complessiva anche all’ingresso nella struttura e vanno sempre tenuti in considerazione il cosiddetto “giudizio controfattuale”, sulla base del quale “un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo”, nonché il criterio della causalità adeguata.

A chiarire questi concetti la Corte di Cassazione, nella sentenza n. 122/2020 depositata l’8 gennaio 2020, con la quale la Suprema Corte ha cassato la condanna penale a carico dei medici ritenendo non completo il quadro nosologico su cui la Corte territoriale si era basata per la sua decisione.

 

Una partoriente riporta gravi danni neurologici

Il papà di un neonato aveva chiesto i danni per il ritardo con cui i medici dell’ospedale avevano eseguito il taglio cesareo e la rimozione della placenta a una gestante alla seconda gravidanza per “sospetta preclampsia” evoluta in Hellp Syndrome, che aveva portato ad un’emorragia cerebrale acuta dopo la nascita del feto e determinato nella donna postumi consistiti in “grave deficit neurologico” assimilabile a “demenza completa fronto-parietale”: postumi gravissimi, che in sede civile con ogni probabilità saranno adeguatamente risarciti, ma, com’è noto, in sede penale il discorso è diverso.

Struttura e assicurazione condannate a risarcire

La Corte d’Appello, dopo le perizie del caso, aveva giudicato raggiunta la prova della “difformità della prestazione terapeutica rispetto alle regole dell’arte medica” per l’attesa dei medici di alcune ore prima di intervenire, nel tentativo di stabilizzare la pressione arteriosa, anche se l’evoluzione della patologia presupponeva un cesareo urgente.

Per questo aveva condannato l’assicurazione al risarcimento dei danni subiti.

 

Il ricorso in Cassazione, che accoglie le doglianze

Tuttavia, secondo la Suprema Corte, a cui avevano presentato ricorso l’ospedale dove l’intervento era stato eseguito e la sua assicurazione, le motivazioni addotte dal tribunale di secondo grado non sono sufficienti.

Per gli Ermellini, la decisione “attribuisce rilevanza causale al ritardo, quale fatto determinativo del deficit neurologico, omettendo tuttavia qualsiasi valutazione della incidenza causale delle pregresse gravi condizioni di salute della paziente, rilevate peraltro dal medesimo CTU” , mentre va considerato che “il principio di prevalenza probabilistica – ovvero “del più probabile che non” – deve essere applicato con apprezzamento non isolato, bensì complessivo ed organico di tutti i singoli elementi indiziari o presuntivi a disposizione, atteso che il criterio di preponderanza probabilistica implica l’esclusione di circostanze alternative incompatibili con quella che si intende riconoscere come fattore causale esclusivo dell’evento dannoso”.

 

Non è stato provato che il ritardato cesareo fosse la causa esclusiva

In questo caso secondo la Cassazione “non viene in alcun modo risolto il dubbio della esistenza di una “causa naturale esclusiva incompatibile od invece “concorrente con il ritardato intervento chirurgico”.

Anzi, la Cassazione osserva che, se la situazione era “ampiamente già compromessa ed i danni neurologici verificatisi successivamente al parto, dovevano ascriversi in via esclusiva alla inevitabile evoluzione della patologia che aveva il suo fattore genetico nella lesione, già iniziata, con il sanguinamento cerebrale prima della esecuzione del trattamento chirurgico (taglio cesareo), e se l’inizio dello stillicidio (comparsa delle complicanze emorragiche) era da considerare il preludio della emorragia cerebrale (post partum), verificatasi a distanza di circa 24 ore ed individuata quale causa del danno cerebrale, la Corte d’appello avrebbe dovuto fornire adeguata giustificazione della ragione per cui l’anticipazione di circa due ore della esecuzione dell’intervento chirurgico (ove cioè non si fosse verificato il ritardo tra le ore 24.00 e le ore 02,30 circa) avrebbe – più probabilmente che non – impedito la degenerazione dello stillicidio nella emorragia cerebrale, verificatasi a distanza di ore dopo il parto cesareo”.

In sostanza, per i giudici del Palazzaccio la Corte d’Appello avrebbe dovuto spiegare in che modo “l‘esecuzione di un tempestivo taglio cesareo entro breve tempo avrebbe “più probabilmente che non” interrotto la serie causale naturale ed impedito che il complesso della patologia preeclampsia (PE) severa con complicanze della paziente potesse degenerare nell’emorragia cerebrale con gravi danni sistemici e localistici”.

 

Il giudizio controfattuale

E non è dubbio – prosegue la sentenza – che alla possibile anticipata riconoscibilità della effettiva compresenza degli elementi indicativi di una PE severa con complicanze (sindrome HELLP e CIO), sembra correlarsi anche una differente valutazione della efficienza eziologica dell’intervento chirurgico: se la situazione era, infatti, accertabile già al momento dell’ingresso in ospedale della paziente, eseguendo l’esame di proteinuria, risulta evidente che il giudizio controfattuale di casualità materiale operato sulla condotta omissiva dovrebbe tenere conto del maggior ritardo nella esecuzione dell’intervento”.

Secondo la Cassazione, nel caso in cui il ritardo nella esecuzione del cesareo fosse da qualificarsi come “causa concorrente” con il fattore patogeno primario alla determinazione dell’eventus-damni” (emorragia cerebrale), in quanto quest’ultimo si sarebbe comunque prodotto, se pure in misura “ridotta” (procurando esiti invalidanti permanenti di grado inferiore a quelli riscontrati), “allora appare evidente come, ferma la derivazione causale dell’evento lesivo – anche – dalla ritardata esecuzione dell’intervento, sia difettata del tutto, nella sentenza impugnata, la indagine relativa alla esatta individuazione della quota di “danno-conseguenza” attribuibile, in base al criterio della causalità giuridica ex art. 1223 e.e., alla condotta umana”.

 

Il principio di diritto e la differenza tra processo civile e penale

Su queste basi la Cassazione ha dunque cassato la sentenza rinviando il caso per un suo riesame al Giudice del rinvio il quale “dovrà attenersi al consolidato principio di diritto secondo cui il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano – ad una valutazione ‘ex ante’ – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’, mentre nel processo penale vige la regola della prova ‘oltre il ragionevole dubbio”.

Ciò comporta – conclude la Suprema Corte – un’analisi specifica e puntuale di tutte le risultanze probatorie del singolo processo, nella loro irripetibile unicità, con la conseguenza che la concorrenza di cause di diversa incidenza probabilistica deve essere attentamente valutata e valorizzata in ragione della specificità del caso concreto, senza potersi fare meccanico e semplicistico ricorso alla regola del ‘50% plus unum’”.