Articolo Pubblicato il 12 settembre, 2020 alle 11:30.

Non è un mistero che le compagnie di assicurazione non solo cerchino di risarcire il meno possibile ma mettano anche in atto delle autentiche ed estenuanti “meline” per liquidare le somme dovute il più tardi possibile, facendo aspettare anche per anni i danneggiati.

Ma questa grave condotta è perseguibile per quanti ne stanno pagando le conseguenze denunciando la “mala gestio” dell’impresa, denuncia che deve ritenersi implicita e automatica ogni qual volta la vittima abbia richiesto la condanna al pagamento degli interessi e della rivalutazione.

Lo ha ben chiarito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14494/20 depositata il 9 luglio 2020, a seguito della quale ha confermato la condanna, per l’appunto, per mala gestio nei confronti di Generali Italia (in foto, la sede di Mogliano Veneto).

 

Un grave incidente con un veicolo rimasto sconosciuto

La vicenda. Nel 2008 un automobilista aveva citato in giudizio la compagnia Assitalia s.p.a., in qualità di impresa designata per la regione Calabria per la gestione del Fondo di Garanzia Vittime della Strada, per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti a seguito di un sinistro stradale avvenuto nel 2005: il danneggiato aveva sostenuto che, mentre era alla guida della sua vettura, percorrendo la Strada Statale 19, in direzione Cosenza, aveva incrociato una macchina non identificata proveniente dall’opposto senso di marcia, che procedeva a zig zag, ad alta velocità e con abbaglianti accesi. Per evitare l’impatto, l’automobilista aveva sterzato bruscamente impattando contro un bidone della spazzatura e poi contro un muro, e finendo la sua corsa in un prato a ridosso della sede stradale. A causa del rovinoso incidente, il conducente aveva riportato gravissime lesioni fisiche e l’auto pesanti danni. L’assicurazione si era costituita in giudizio chiedendo il rigetto della domanda e, in subordine, il riconoscimento di un concorso di colpa.

Il Tribunale di Cosenza, con sentenza del 2014, aveva accertato l’esclusiva responsabilità del conducente del veicolo non identificato e, per l’effetto, aveva condannato il fondo di Garanzia per le Vittime della Strada al pagamento della somma di quasi un milione di euro: più precisamente, 913.331,61 euro, oltre gli accessori e spese di giudizio.

Generali Italia s.p.a., già Assitalia s.p.a., però, aveva appellato la sentenza, insistendo sul riconoscimento del concorso di colpa, nella misura del 50%, a carico di ciascuno dei conducenti dei veicoli. Inoltre, aveva chiesto che che venisse accertata l’illegittima liquidazione dei danni in quanto oltre il massimale di legge.

 

La Corte d’appello conferma la condanna e aggiunge quella per mala gestio

La Corte d’Appello di Catanzaro, con sentenza del 2017, aveva rigettato il ricorso e, in parziale riforma della sentenza di prima grado, aveva condannato Generali al pagamento delle ulteriori somme dovute a titolo di risarcimento danni per mala gestio. La Corte territoriale aveva in pratica confermato la sentenza impugnata nella parte in cui aveva ritenuto come unico responsabile, nella causazione del sinistro, il conducente dall’autovettura rimasta sconosciuta per l’imprudente condotta di guida, mentre, al contrario, aveva riconosciuto che il danneggiato procedeva ad una velocità commisurata allo stato dei luoghi, ed era stato costretto ad effettuare una manovra evasiva andando a sbandare contro un muro di delimitazione della strada.

Il giudice di seconde cure aveva ritenuto che, seppure il Fondo di Garanzia risponde nei limiti del massimale, ex artt. 128 e 283 D.Igs 7.9.2005, n. 209, la compagnia assicuratrice, nel caso di specie, fosse incorsa in mala gestio, avendo messo a disposizione del danneggiato l’importo complessivo liquidandolo soltanto a distanza di molti anni dalla data del sinistro.

 

La compagnia ricorre per Cassazione, che però respinge le doglianze

Generali Italia s.p.a. ha dunque proposto ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, lamentando in primis la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2054, secondo comma, c.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c., per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti.

La Corte, secondo la compagnia, aveva omesso di esaminare sia la prova testimoniale di una teste sia la documentazione relativa alla comunicazione della notizia di reato resa ai carabinieri. Tali prove, ove esaminate, avrebbero portato, secondo la ricorrente, ad una diversa ricostruzione del sinistro ed avrebbero provato il concorso di colpa dell’automobilista. Motivo, questo, dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte, in quanto volto ad ottenere una nuova e diversa valutazione dei fatti processuali: com’è noto infatti, la Cassazione, in quanto Corte di legittimità, non ha il potere di compiere una rivalutazione dei fatti e degli atti processuali né un riesame delle prove. Per inciso, comunque, gli Ermellini sottolineano che nella motivazione della sentenza redatta dalla Corte di Appello “non si rinvengono vizi logico giuridici idonei a inficiare la validità della sentenza e tali da richiedere un sindacato in sede di legittimità sul giudizio dalla stessa emesso”.

Generali contesta (anche) la condanna per mala gestio

Quello che qui preme, tuttavia, è il secondo motivo di ricorso, con il quale Generale si doleva della “violazione e falsa applicazione degli artt. 283 D.Lgs. 20972005 in combinato disposto con l’art. 128 D. I,gs. 209/2005 — superamento del massimale di legge; Violazione e falsa applicazione degli artt. 145 e 148 D. Lgs. 209/2005 — Erroneo riconoscimento di inala ,gestio, in relazione all’art. 360 n.3 c.p.c.“.

Secondo la compagnia, sia il Tribunale sia la Corte d’appello avrebbero violato gli artt. 283 e 128 del D. Lgs. 209/2005 laddove l’hanno condannata a corrispondere al danneggiato somme che superavano il massimale di legge. In particolare, la Corte territoriale, adducendo una mala gestio della compagnia, avrebbe violato anche il principio iura novit curia in quando il danneggiato avrebbe dovuto farla valere in primo grado. Pertanto, la domanda sarebbe stata formulata tardivamente, e come tale soggetta alle ordinarie preclusioni processuali ex art. 345 c.p.c.

 

Per la Suprema Corte, invece, è legittima

Ma anche questo secondo motivo è inammissibile per gli Ermellini. “In sostanza – spiega la Cassazione – il ricorrente lamenta la tardività della domanda da parte del danneggiato tesa a far rilevare la mala gesto dell’impresa assicuratrice poiché fatta valere solo in secondo grado.

Ma sul punto ha correttamente risposto la Corte d’appello di Catanzaro, la quale nella sentenza riporta correttamente la ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte nel ritenere che, in caso di responsabilità civile per circolazione dei veicoli, la domanda di condanna dell’assicuratore al risarcimento del danno per “male gestio” cosiddetta impropria deve ritenersi implicitamente formulata tutte le volte in cui la vittima abbia domandato la condanna al pagamento di interessi e rivalutazione, anche senza riferimento al superamento del massimale o alla condanna renitente dell’assicuratore.

Ne consegue che non costituisce domanda nuova quella con cui in appello i danneggiati chiedono la condanna dell’assicuratore al pagamento della differenza tra danno liquidato e superamento del massimale di polizza, che va intesa quale riproposizione della domanda originaria nei limiti del riconoscimento di interessi moratori e rivalutazione oltre il massimale di legge”.

Il ricorso è stato pertanto respinto ed è stata confermata la condanna non solo al risarcimento della vittima ma anche per la mala gestio.