Articolo Pubblicato il 21 febbraio, 2020 alle 21:05.

Come si calcola il danno da riduzione della capacità di guadagno? E se e quando si può usare il criterio del “triplo della pensione sociale”?. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2463/20 del 4 febbraio 2020, ha dato al riguardo dei chiarimenti fondamentali.

Il caso in discussione. La Corte d’appello di Bari, in riforma della sentenza di primo grado, e in parziale accoglimento della domanda proposta dal danneggiato, aveva condannato l’azienda del trasporto pubblico barese, la Amtab, e il conducente di un autobus al risarcimento dei danni subiti dal ricorrente a causa di un sinistro occorsogli nel 2004, allorquando viaggiava quale passeggero a bordo del pullman di linea, stabilendo una liquidazione di 267.137 euro, oltre rivalutazione e interessi, per il danno non patrimoniale e 13.451,33 euro per quello patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa specifica.

 

Il criterio di quantificazione del danno della Corte territoriale

A tale quantificazione la Corte territoriale era pervenuta sulla base di una serie di considerazioni: a causa dell’incidente l’utente aveva riportato la frattura composta dello scafoide del polso sinistro, successivamente esitata in pseudoartrosi (quindi, in una distrofia simpatica riflessa che aveva completamente compromesso la funzionalità dell’arto); il periodo di incapacità totale era stato di 90 giorni, seguito da una incapacità parziale al 50% di giorni 280, con un danno biologico permanente nella misura del 40%, con una marcatissima compromissione della specifica capacità lavorativa del soggetto.

Ancora, a causa di tali lesioni il danneggiato, che all’epoca lavorava come domestico alle dipendenze di terzi, non era stato più in grado di svolgere le proprie mansioni lavorative ed era stato licenziato: stando alle buste paga di luglio e agosto 2003, la retribuzione percepita era di 186,48 euro mensili, potendosi quindi presumere una retribuzione annua di 13 mensilità per complessivi 2.424,24 euro.

La Corte d’Appello ha posto tale importo a base della capitalizzazione anticipata del danno reddituale, applicando il coefficiente di capitalizzazione corrispondente a soggetto di anni 44 (15,413), moltiplicando il risultato per la percentuale di invalidità del 40% e decurtando infine il prodotto del 10%, per lo scarto tra vita fisica e vita lavorativa.

Il danneggiato ricorre per Cassazione

Contro questa decisione il passeggero ha proposto ricorso per Cassazione, ritenendo in difetto il calcolo del risarcimento spettantegli, e articolandolo in nove motivi. Quelli che qui interessano, e che sono stati accolti dalla Suprema Corte, riguardano appunto la determinazione dell’importo liquidato a titolo di risarcimento del danno patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa specifica, di cui il ricorrente ha sostenuto l’erroneità, sotto vari profili, in relazione ai diversi passaggi o elementi di calcolo: individuazione del reddito da porre a base del calcolo, mancata considerazione dei presumibili incrementi futuri, erronea considerazione del reddito netto anziché al lordo delle detrazioni e deduzioni; applicazione di una percentuale di riduzione errata, erronea individuazione dell’età della vittima; mancata quantificazione del danno attuale e inadeguatezza dei parametri utilizzati per la capitalizzazione.

 

Il criterio del triplo della pensione sociale

La tesi di fondo sostenuta dal ricorrente a fondamento di questi motivi di doglianza era che il danno da riduzione della capacità di guadagno andasse liquidata in base al triplo della pensione sociale (oggi l’assegno sociale), considerata la misura assai modesta del reddito comprovato dalle buste paga, anche in ragione del limitato numero di ore e di giorni lavorativi (quattro ore al giorno, tre giorni la settimana) tale da rendere la sua situazione parificabile a quella di un disoccupato.

La Cassazione accoglie questi motivi ma precisa

Il nocciolo della questione, dunque, era dunque la possibilità o meno di fare ricorso alla presunzione di legge di cui all’articolo 137 del Codice delle assicurazioni, secondo cui il danno patrimoniale non può essere liquidato al di sotto del triplo della pensione sociale, ogni qual volta il reddito sia inferiore a detta soglia (si può infatti dubitare che il danneggiato non avrebbe mai potuto guadagnare di più, ed in tal caso l’applicazione del triplo della pensione sociale costituirebbe un illecito arricchimento), o solo quando il reddito sia, sì, inferiore a detta soglia, ma, al contempo, sia destinato a crescere, perché non rappresenta il massimo frutto possibile delle potenzialità produttive del danneggiato,

La Suprema Corte evidenza come il fondamento normativo del principio del triplo della pensione sociale non sarebbe individuato dall’art. 137 cod. ass., quanto piuttosto dall’art. 1226 del codice civile, che impone al giudice di liquidare il danno con valutazione equitativa, quando lo stesso non possa essere provato nel suo preciso ammontare.

L’accertamento di postumi incidenti sulla capacità lavorativa specifica, sottolineano ancora i giudici del Palazzaccio, non comporta l‘automatico obbligo del danneggiante di risarcire il pregiudizio patrimoniale, dovendosi dimostrare che il soggetto leso svolgesse – o presumibilmente avrebbe svolto – un’attività produttiva di reddito.

Tale principio, prosegue la Cassazione, è però temperato dal rilievo per cui il ricorso al triplo della pensione sociale può essere consentito quando il giudice di merito accerti che la vittima al momento dell’infortunio godeva, sì, un reddito, ma talmente modesto o sporadico da renderla sostanzialmente equiparabile a un disoccupato: tuttavia questo sotto-principio, secondo la Suprema Corte, va correttamente interpretato.

 

Il criterio si può usare se si presume che con il tempo lo scarso reddito sarebbe cresciuto

Come già ricordato sopra, la Cassazione aveva già precedentemente indicato che l’art. 137 cod. ass. non contiene alcuna regola secondo la quale, se il reddito della vittima è modesto, il danno si liquida col triplo della pensione sociale: infatti, anche un reddito modesto può essere stabile e permanente, e costituire effettivamente il massimo frutto possibile delle potenzialità produttive del danneggiato.

Quindi, il corretto principio in iure è un altro: il reddito modesto o saltuario può costituire un fatto noto, dal quale risalire al fatto ignorato che il danneggiato, se fosse rimasto sano, non avrebbe continuato a percepire quel reddito per tutta la vita, ma avrebbe prima o poi beneficiato di un reddito maggiore.

Il principio di diritto

La Cassazione, confermando quindi il precedente orientamento (Cass. n. 8896 del 2016), detta infine regula iuris che non è: “il danno alla capacità di lavoro si liquida col triplo della pensione sociale se la vittima è un lavoratore dal reddito esiguo“, bensì questa: “il danno alla capacità di lavoro si liquida col triplo della pensione sociale quando la vittima al momento del sinistro ha un reddito che non esprime la sua reale capacità lavorativa, e sia quindi impossibile stabilire o presumere il reddito reale della vittima“.