Articolo Pubblicato il 27 novembre, 2020 alle 11:00.

Se la vittima di reati violenti intenzionali non riesce a ottenere un risarcimento dall’autore del reato, sarà lo Stato a doverla indennizzare con una cifra non potrà essere puramente simbolica, ma adeguata e parametrata tenendo conto conto delle peculiarità del crimine e della sua gravità.

Proprio alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 24 novembre 2020 la Corte di Cassazione ha depositato una fondamentale sentenza, la n. 26757/20, rendendo giustizia a una donna stuprata ma con un pronunciamento che va al di là del singolo caso e dalla valenza generale.

La terza sezione civile della Suprema Corte ha definitivamente condannato la Presidenza del Consiglio dei ministri a risarcire la vittima anche in ragione del fatto che lo Stato italiano non aveva recepito in tempo la direttiva dell’Unione Europea per l’indennizzo delle vittime di reati violenti.

 

Una donna stuprata e non risarcita cita in causa lo Stato

La donna, una cittadina italiana di origini rumene, nel 2005, era stata aggredita, sequestrata e costretta con violenze e minacce a praticare e subire ripetutamente atti sessuali. Gli aguzzini, condannati in sede penale per il reato di violenza sessuale, avrebbero dovuto versargli una provvisionale di 50mila euro che, tuttavia, non era mai riuscita ad ottenere in quanto i colpevoli si erano resi latitanti facendo perdere le loro tracce.

La vittima nel 2009 aveva quindi citato in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere il risarcimento del danno da lei subito a causa della mancata trasposizione, in tempo utile, da parte dell’Italia della direttiva 2004/80/CE relativa all’indennizzo delle vittime del reato, che sarebbe stata recepita solo nel 2017: la direttiva stabiliva che gli Stati membri avrebbero dovuto introdurre un sistema generalizzato di tutela indennitaria idoneo a garantire un adeguato ed equo ristoro in favore delle vittime di tutti i reati violenti e intenzionali (compreso quello di violenza sessuale) nelle ipotesi in cui le medesime fossero impossibilitate a conseguire, dai diretti responsabili, il risarcimento integrale dei danni subiti.

 

La direttiva 2004/80/CE vale anche per i cittadini dello Stato membro

La domanda era stata accolta in quanto il Tribunale preso il quale la donna aveva incardinato la causa non aveva potuto che accertare l’inadempimento italiano relativo alla mancata attuazione della direttiva, con la conseguente condanna della Presidenza del Consiglio al pagamento di 90mila euro nei confronti della vittima. Condanna successivamente confermata anche in Corte d’Appello la quale, tuttavia, aveva ridotto la somma dovuta a 50mila euro, ritenendo non dovesse trattarsi di un “pieno risarcimento” del danno in ragione, per l’appunto, della natura indennitaria della responsabilità dello Stato italiano per omessa o tardiva attuazione della direttiva comunitaria.

Il giudizio è infine approdato in Cassazione che ha promosso un rinvio pregiudiziale innanzi alla Corte di giustizia europea sollevando due questioni di fondo. In primis sulla possibile applicazione del regime della responsabilità extracontrattuale di uno Stato membro (a causa della trasposizione tardiva della direttiva 2004/80) nei confronti di vittime di reati intenzionali violenti che non si trovassero in una situazione transfrontaliera, cioè che fossero residenti in quel Paese, dato che alcune interpretazioni della norma la ritenevano limitata ai cittadini comunitari che si trovassero in un altro Stato dell’Unione.

In secondo luogo, la Suprema Corte nutriva dubbi in ordine al carattere “equo e adeguato”, ai sensi della direttiva 2004/80, della somma forfettaria di 4.800 euro prevista dal D.M. 31 agosto 2017 per l’indennizzo delle vittime di violenza sessuale.

Ebbene, la Corte di Giustizia Ue, con pronuncia resa il 16 luglio 2020 (C-129/19), ha dichiarato, in primo luogo, che il regime della responsabilità extracontrattuale di uno Stato membro per danno causato dalla violazione del diritto dell’Unione è applicabile, per il motivo che tale Stato membro non ha trasposto in tempo utile la direttiva 2004/80, anche nei confronti di vittime residenti in detto Stato membro, nel cui territorio il reato intenzionale violento è stato commesso.

In secondo luogo, ha statuito che un indennizzo forfettario concesso alle vittime di violenza sessuale sulla base di un sistema nazionale di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti non può essere qualificato come equo ed adeguato, ai sensi di tale disposizione, qualora sia fissato senza tenere conto della gravità delle conseguenze del reato per le vittime e non rappresenti quindi un appropriato contributo al ristoro del danno materiale e morale subito.

 

La Cassazione rigetta il ricorso della Presidenza del Consiglio che dovrà risarcire la vittima

A fronte di tali chiarimenti, la Suprema Corte, con la sentenza in esame del 24 novembre 2020, ha pertanto respinto quasi integralmente il ricorso della Presidenza del Consiglio e si è allineata alla pronuncia del giudice comunitario, affermando una serie di importanti principi di diritto.

In primo luogo, gli Ermellini chiariscono che alle vittime di reati intenzionali violenti commessi in Italia spetta il risarcimento del danno per tardiva trasposizione, nell’ordinamento interno, dell’art. 12, paragrafo 2, della Direttiva 2004/80/CE, che impone agli Stati Membri, con riguardo ai cittadini UE e con riferimento ai fatti verificatisi nei rispettivi territori, di riconoscere un indennizzo a tali vittime.

Tale indennizzo, sottolineano i giudici, compete alle vittime di ogni reato intenzionale violento commesso nel territorio di uno Stato Membro e, quindi, anche in relazione al delitto di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p. e anche se queste vittime risiedono nel territorio dello Stato Membro (cosiddette vittime non transfrontaliere) ove il crimine è avvenuto, senza che per esse sia necessario instaurare un giudizio civile di responsabilità nei confronti degli autori del fatto, qualora questi ultimi si siano resi latitanti.

Inoltre, l’indennizzo non potrà essere meramente simbolico, ma, se determinato in via forfettaria, dovrà comunque tenere conto delle peculiarità del crimine e della sua gravità.

 

La compensato lucri cum danno

Tuttavia, la Suprema Corte ha reputato corretto che dall’ammontare riconosciuto alle vittime in questione a titolo di risarcimento del danno per la tardiva trasposizione del citato art. 12, paragrafo 2, delle Direttiva 2004/80/CE nell’ordinamento italiano, vada detratta la somma loro corrisposta quale indennizzo ex L. n. 122 del 2016 e successive modifiche, trovando applicazione, in tal caso, l’istituto della “compansatio lucri cum damno” che mira ad evitare che dal pregiudizio possano derivare indebiti guadagni attraverso duplicazioni risarcitorie.

L’indennizzo fissato in 4800 euro, infatti, successivamente, a seguito del D.M 22 novembre 2019, è stato innalzato ad un importo base di 25 mila euro, con la possibilità di un incremento di 10 mila euro per spese mediche e assistenziali.

La Cassazione, dunque, dall’importo risarcitorio liquidato dalla Corte territoriale di euro 50mila, ha ritenuto di detrarre l’importo di 25mila euro a titolo di indennizzo ex lege, erogato alla vittima, nel corso del giudizio di legittimità, a seguito di provvedimento amministrativo assunto dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti del Ministero dell’Interno.

La Presidenza del Consiglio, dunque, è stata condannata a versare oltre 30mila euro alla donna, nonché le spese dell’intero giudizio.