Articolo Pubblicato il 29 gennaio, 2020 alle 10:41.

Una grave menomazione, subita nello specifico in seguito ad un incidente stradale e a cure mediche non adeguate, non è un dramma solo per la vittima ma anche per i suoi familiari che lo vedono soffrire e lo devono assistere.

Secondo un orientamento che si va sempre più consolidando, la Corte di Cassazione, con l’esemplare sentenza n. 1640/20 depositata il 24 gennaio 2020, ha affermato il diritto ad un congruo risarcimento per il danno non patrimoniale anche per i genitori di un ragazzo siciliano a cui era stata amputata una gamba.

 

Un ragazzo perde la gamba a causa di un incidente e di cure mediche non adeguate

Il giovane era rimasto coinvolto in un grave sinistro riportando ferite pesantissime, soprattutto all’arto inferiore sinistro: era stato a lungo ricoverato in una clinica trapanese ma alla fine i sanitari avevano optato per l’amputazione.

I genitori, ravvisando che le cure non fossero state appropriate, hanno quindi citato in causa, unitamente al figlio, l’Asl di Trapani e i medici che avevano avuto in cura il paziente.

Accertata la responsabilità professionale dei dottori, il Tribunale di Marsala, nel contraddittorio esteso ai terzi chiamati in garanzia, ossia le compagnie assicurative Aviva e Allianz, aveva accolto anche la domanda di risarcimento dei genitori, oltre a quella del ragazzo, ma la Corte d’Appello di Palermo aveva riformato la sentenza non rilevando specifica prova del pregiudizio patito dalla mamma e dal papà del macroleso.

 

Il risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale

I genitori hanno quindi proposto ricorso per Cassazione prospettando la violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2727, 2729 del codice civile, e 2, 29, 30, 31 della Costituzione, poiché la corte di appello avrebbe errato “nell’omettere di considerare che dalla gravità della lesione e dalla pacifica convivenza con il figlio avrebbe dovuto evincersi necessariamente la fondatezza del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale subìto e chiesto iure proprio”.

La Cassazione accoglie il ricorso

Ebbene, per la Cassazione il ricorso è manifestamente fondato “poiché il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva, tipicamente integrata dalla gravità delle lesioni e dalla convivenza familiare strettissima normalmente propria del rapporto tra genitori e figlio, circostanze nel caso accertate già in primo grado e non ridiscusse” scrivono i giudici del Palazzaccio.,

 

Per dimostrare la sofferenza morale del congiunto basta la “prova presuntiva”

La corte territoriale, richiedendo una specifica prova ulteriore e affermando che, diversamente, si farebbe un uso “disinvolto” delle presunzioni, “è incorsa – sottolineano gli Ermellini – in palese violazione di legge per erronea sussunzione della fattispecie concreta (quale accertata dal tribunale e non riesaminata in fatto dal collegio di appello) nel regime legale delle presunzioni (il collegio di merito, inoltre, parla di lesioni “non gravissime”, mentre tali non possono non essere, sia in ottica civile che penale, quelle esitate nella definitiva perdita di un arto); altro, infatti, è la prova specifica di un pregiudizio eccezionalmente aggravato rispetto alle normali conseguenze di un fatto quale quello oggetto di accertamento, altro sono queste ultime che, quindi, possono e debbono essere presunte appartenendo, in difetto di prove contrarie qui neppure ipotizzate, alla regolarità delle descritte relazioni umane”.

Il principio di diritto

Nel cassare la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello palermitana per la definizione della causa, la Cassazione quindi ribadisce e specifica il principio di diritto di cui dovranno tenere conto i giudici del rinvio e, in generale, quanti si troveranno a decidere su situazioni simili: “il danno non patrimoniale consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa dall’altrui illecito, può essere dimostrato ricorrendo alla prova presuntiva, tipicamente integrata dalla gravità di lesioni quali la perdita di un arto inferiore, in uno alla convivenza familiare strettissima propria del rapporto filiale”.