Articolo Pubblicato il 10 aprile, 2020 alle 9:00.

E stato proprio un caso seguito con dedizione da Studio3A a fare in qualche modo da apripista per l’affermazione del sacrosanto diritto per i nonni, anche se non conviventi, di essere risarciti per la morte di un nipote, o viceversa.

Non si può quindi che accogliere con estrema soddisfazione il fatto che questo orientamento si possa definire ormai radicato, come conferma l’ordinanza n. 7743/2020 della Corte di Cassazione depositata l’8 aprile 2020.

 

Richiesta di risarcimento per un caso di malasanità

Il caso. Nel 2006 i familiari di un’anziana avevano citato in causa l’azienda sanitaria locale 4 Chiavarese avanti al Tribunale di Chiavari per vedere riconosciuta la condotta omissiva colposa dei medici del reparto di Chirurgia dell’ospedale di Sestri Levante in occasione dell’intervento chirurgico per una diverticolite che aveva causato alla paziente una peritonite acuta da perforazione viscerale determinandone la morte.

I giudici, con sentenza dell’8 febbraio 2012, avevano ritenuto sussistente il nesso causale tra la condotta dei sanitari e il decesso accogliendo le pretese risarcitorie di tutti i familiari.

L’Azienda Sanitaria, però, aveva proposto appello contestando, tra le altre cose, l’accoglimento della domanda di risarcimento del danno proposta da alcuni nipoti della vittima, rilevando che il diritto al risarcimento del danno per la morte della nonna richiedeva l’ulteriore presupposto del rapporto di convivenza. La Corte d’Appello di Genova, con sentenza del 13 aprile 2016, aderiva all’orientamento di legittimità che richiede, per la risarcibilità del danno parentale, oltre al profilo della intensità del legame affettivo, anche il dato oggettivo della convivenza. Conseguentemente aveva accolto l’impugnazione sul punto, escludendo il risarcimento in favore dei nipoti.

 

I nipoti esclusi dal risarcimento ricorrono per Cassazione

Questi ultimi hanno quindi proposto ricorso per Cassazione contro tale decisione affidandosi a due motivi.

Con il primo, i ricorrenti lamentavano, ai sensi dell’articolo 360, n. 5 c.p.c., l’omesso esame del dato storico della convivenza dei nipoti con la nonna, decisivo per il giudizio sul risarcimento del danno iure proprio dei nipoti, che era stato oggetto di discussione tra le parti.

In particolare, l’istruttoria espletata e la documentazione in atti avrebbero acclarato la convivenza dei nipoti con la nonna che la Corte d’Appello di Genova avrebbe omesso di esaminare. Nel caso di due nipoti, l’anziana aveva abitato stabilmente nella loro casa per oltre due anni per aiutare la figlia (la loro mamma) che in quel periodo soffriva di una grave patologia. E aveva convissuto per un certo periodo anche con l’altra sua figlia e con le sue altre due nipoti.

Le figlie della donna non si erano mai avvalse di baby-sitter e i bambini, diventati poi adulti, erano stati cresciuti di fatto dalla nonna.

 

Il requisito sine qua non della convivenza

Ma è cruciale soprattutto il secondo motivo di doglianza, nel quale si lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3 c.p.c. la violazione degli articoli 1223, 1226, 2056 e 2059 c.c., nella parte in cui la Corte d’Appello di Genova aveva ritenuto necessaria la convivenza ai fini del risarcimento del danno iure proprio dei nipoti, a seguito del decesso della nonna.

La Corte territoriale infatti aveva precisato di aderire a un orientamento della giurisprudenza non univoco, senza considerare il recente orientamento che non considera la convivenza un presupposto necessario per il risarcimento del danno non patrimoniale subito iure proprio dai nipoti. Il profilo decisivo, infatti, sarebbe costituito dalla lesione all’integrità familiare e alla rete di relazioni affettive che si creano e si fortificano all’interno della famiglia.

Nello specifico, i ricorrenti hanno fatto specifico riferimento a una sentenza proprio della Cassazione del 2013 che si era espressa, riguardo alla legittimazione dei nonni, per la non necessarietà del requisito della convivenza.

 

Il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla sola convivenza

E riguardo a questa questione di diritto, e cioè l’indispensabilità o meno del dato fattuale della convivenza ai fini della prova della effettività della relazione parentale risarcibile, anche in questo caso la Suprema Corte, citando più sentenze della stessa in merito, ha inteso “dare continuità al recente orientamento secondo cui “in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto”.

Quindi, la Cassazione ha accolto il secondo motivo, ha cassato la sentenza e rinviato la causa alla Corte d’Appello di Genova, in diversa composizione, per la definizione del quantum risarcitorio da riconoscere ai nipoti della vittima sulla base della disamina delle prove testimoniali circa il rapporto affettivo che li legava.