Articolo Pubblicato il 13 giugno, 2020 alle 10:00.

L’augurio è ovviamente di non dover mai vivere la brutta esperienza di essere abbandonati davanti all’altare, ma siccome i ripensamenti dell’ultim’ora non sono una rarità, la domanda è più che pertinente: si può essere risarciti dei danni (almeno) economici causati dal futuro coniuge che ha mandato a monte il matrimonio, e con esso pranzo e viaggio di nozze già prenotati e pagati? La risposta, questa volta, è un fatidico sì.

Con l’ordinanza n. 10926/20 depositata il 9 giugno 2020 la terza sezione civile della Cassazione ha definitivamente condannato il marito “sfumato” in extremis, responsabile della “rottura” della promessa di matrimonio, a risarcire alla sua ex tremila euro.

 

La coppia “scoppia” poco prima del matrimonio a causa di… lui

Il “dramma rosa” si consuma in Sicilia. Due giovani progettano di unirsi in matrimonio: la relazione è ostacolata dalla famiglia di lui, che in un primo tempo recede dal proposito, ma dal momento che la fidanzata è rimasta incinta acconsente alle nozze.

I due procedono alle pubblicazioni di rito, fissano la data e il luogo del ricevimento, ma alla fine il fidanzato fa un nuovo dietrofront, giustificato dal fatto – stando alla sua versione – che la futura sposa sarebbe stata spinta a sposarsi solo da ragioni economiche, al punto che egli le aveva chiesto anche di sottoporsi all’esame del Dna per accertare l’effettiva paternità del bebè in arrivo.

A suo dire, la decisione di lasciarsi sarebbe stata presa di comune accordo.

 

La mancata sposa cita il suo ex per danni e in appello la domanda viene accolta

Ma la “controparte” la pensava diversamente e lo ha citato in causa per danni per rottura della promessa di matrimonio. In primo grado il tribunale aveva rigettato la domanda sul presupposto che la sposa mancata non avesse dimostrato la tempestività della proposizione della domanda, entro un anno dalla rottura della promessa, com’è previsto dall’art. 81 del codice civile.

In secondo grado tuttavia la Corte d’Appello di Palermo ha riformato la precedente decisione condannando il mancato sposo a pagare tremila euro a rifusione delle spese sostenute dalla sua ex fidanzata in vista del matrimonio (acquisto dell’abito ed altro), ritenendo che l’onere della prova della consensualità della risoluzione ricadesse sul giovane.

Era infatti emerso, al contrario, dalle varie testimonianze raccolte che la decisione di non contrarre matrimonio, presa dal ricorrente e non di comune accordo, “era stata esplicitata all’esterno solo sei o sette giorni prima della data fissata per le nozze, e che egli non avesse provato la sussistenza di un giustificato motivo per il suo ripensamento, tale da sottrarlo all’obbligo non di risarcire i danni, atteso che la contrazione del matrimonio risponde ad una libera scelta incoercibile, ma a rifondere all’altro soggetto le spese sostenute e a dotarlo della provvista per adempiere, in tutto o in parte, alle obbligazioni assunte in funzione del prossimo matrimonio”.

Lo “sposo” sfumato ricorre per Cassazione

Di qui il ricorso in Cassazione del giovane contro la sentenza di condanna al risarcimento dei danni per rottura ingiustificata della promessa di matrimonio, sulla scorta di due motivi di doglianza.

Il ricorrente ha continuato a sostenere come la domanda della sua ex fosse stata proposta, in violazione dell’art. 81 c.c., oltre un anno dopo la rottura, dovuta alla volontà consensuale delle parti, della promessa di matrimonio, e che la decisione di non arrivare alle nozze sarebbe intervenuta dopo le pubblicazioni, ma almeno venti giorni prima della data fissata per il matrimonio.

 

La Suprema Corte rigetta il ricorso dello sposto

Ma per la Cassazione, oltre a tutta una serie di altri vizi formali, il ricorso è inammissibile. “Il ricorrente – spiegano gli Ermellini – torna sulla prescrizione dell’azione non per contestare la ricostruzione in diritto della corte d’appello, ma l’accertamento in fatto, affermando che la rottura fosse avvenuta almeno 20 giorni prima delle nozze (il che avrebbe condotto all’intempestività della introdotta domanda). Quindi, poiché è risultato accertato che la domanda fosse stata proposta entro l’anno, è l’accertamento in fatto che il ricorrente – inammissibilmente – contesta”.

Respinta anche la contestazione relativa all’importo, giudicato eccessivo, da liquidare alla ex, proposta attraverso il rifacimento di alcuni conteggi,quindi con una metodologia completamente estranea al giudizio di legittimità – sottolinea la Suprema Corte -, cui non compete la quantificazione diretta dei danni o degli indennizzi oggetto di causa, ed in più introducendo circostanze e dati che non sono neppure riportati nella sentenza di appello.

Egli non rivolge effettivamente la sua critica nei confronti di particolari passi di motivazione della sentenza impugnata, ma ripropone la sua diversa ricostruzione dei fatti, seguita nella difesa di merito e non pertinente né con le censure da svolgersi in sede di legittimità, né con la motivazione della sentenza impugnata, e neppure con il decisum, che lo condanna al pagamento di una somma ben inferiore a quelle originariamente richieste”.

Dunque, ricorso giudicato improcedibile e respinto e sposo mancato condannato a pagare anche le spese di giudizio.