Articolo Pubblicato il 23 ottobre, 2020 alle 15:00.

Con l’ordinanza n. 22859/20 depositata il 20 ottobre 2020 la Corte di Cassazione è tornata sul delicatissimo e doloroso tema della morte intrauterina, definizione nella quale rientrano le morti dei feti nella seconda metà della gestazione, dopo il 180. giorno ma comunque prima della nascita.

Un fenomeno tutt’altro che residuale, e che lascia pesanti strascichi anche psicologici nei genitori, mamme in primis: in Italia il tasso di morte in utero si aggira attorno al 3 per mille, una gravidanza su 350, il che significa oltre 1.200 casi all’anno, non proprio pochi.

La Suprema Corte ha dovuto dare un valore alla vita in utero perduta nell’ambito di un contenzioso per malpractice medica e, con una decisione che farà discutere, ha ritenuto che il risarcimento per la perdita del feto derivante da responsabilità sanitaria possa andare dimezzato rispetto ai parametri delle tabelle di Milano perché l’affettoè solo potenziale”, sancendo quindi che la morte di un feto non può essere equiparata alla morte di un figlio.

 

La causa per un bimbo nato morto

Una coppia aveva citato in giudizio davanti al Tribunale di Siena l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese Santa Maria alle Scotte in conseguenza della morte del piccolo che la mamma teneva in grembo verificatesi nella notte tra il 4 e 5 aprile 2010. I due genitori prospettavano la responsabilità dei sanitari che avevano sottoposto a visita ginecologica la puerpera la quale, dopo l’esame medico, era rincasata, salvo poi tornare in ospedale nella tarda mattinata dello stesso 4 aprile essendosi accorta di avere perdite ematiche: gli operatori peraltro erano perfettamente informati che si trattava di una gravidanza a rischio, in quanto ottenuta attraverso una tecnica di riproduzione assistita.

Il tracciato cardiotocografico eseguito nel pomeriggio di quella giornata aveva poi evidenziato un grave stato di sofferenza del feto e la paziente accusava forti dolori all’addome, contrazioni e gonfiore. Ma nonostante ciò era stata nuovamente dimessa senza prescrizioni.

In primo grado la domanda di risarcimento viene respinta

I giudici, con sentenza del 17 luglio 2013, avevano tuttavia rigettato la domanda di risarcimento del danno patrimoniale e non, derivato dalla morte intrauterina del feto, rilevando che non erano emersi elementi di responsabilità dell’azienda.

Secondo il tribunale senese, la circostanza che l’esame strumentale effettuato nel pomeriggio del 4 aprile fosse andato smarrito non era dimostrata, e soprattutto la consulenza medico legale avrebbe acclarato che la causa della morte era da riferire all‘inserzione velamentosa del funicolo, avvenuta al momento della rottura delle membrane, vale a dire a un evento distinto rispetto a quello lamentato nelle ore pomeridiane della giornata. In sostanza, sarebbe mancato il nesso eziologico tra evento dannoso e prestazione sanitaria.

La Corte d’appello dà ragione ai genitori ma li risarcisce “a metà”

I genitori hanno quindi appellato la sentenza avanti la Corte d’Appello di Firenze, che ha disposto una nuova consulenza medico legale all’esito della quale, con sentenza del 2018, i giudici di secondo grado, riformando la decisione di primo grado, hanno condannato l’azienda sanitaria al risarcimento dei danni nella misura di euro 82mila ciascuno in favore dei genitori ed 11.350 euro ciascuno anche in favore dei tre nonni, oltre a rivalutazione.

 

Il ricorso per Cassazione per violazione delle Tabelle di Milano

I familiari del bimbo nato morto hanno tuttavia proposto ricorso anche per Cassazione, lamentando in primis la violazione delle tabelle di Milano, che, com’è noto, sono da considerarsi norme di diritto, e degli articoli 2056, 2059, 1226 e 1223 c.c., nonché dei principi giurisprudenziali richiamati nella stessa sentenza impugnata, in relazione all’articolo 360, n. 3 c.p.c.

La Corte d’Appello di Firenze, nel quantificare il danno, aveva richiamato la sentenza n. 12717 del 19 giugno 2015 della stessa Corte di Cassazione, con riferimento al danno per perdita del rapporto parentale nel caso di figlio nato morto, ma a detta dei ricorrenti avrebbe erroneamente inteso il principio affermato in quel pronunciamento.

Secondo tale decisione, in un caso in cui era stata assimilata la situazione del feto nato morto a quella del decesso di un figlio, occorreva considerare che solo nel secondo caso era ipotizzabile il venir meno di una relazione affettiva concreta, sulla quale parametrare il risarcimento, nell’ambito della forbice di riferimento indicata nelle tabelle di Milano.

 

I genitori rivendicano anche l’esistenza di una relazione affettiva concreta con il nascituro

Da questa affermazione, invece, la Corte territoriale fiorentina aveva fatto discendere la possibilità di dimezzare i parametri minimi previsti dalle tabelle milanesi, applicazione che, sempre secondo i ricorrenti, sarebbe contraria al criterio indicato dalla Corte di legittimità la quale avrebbe invece lasciato intendere che la liquidazione del danno per un figlio nato morto si sarebbe comunque dovuta collocare all’interno della forbice stabilita dalle tabelle milanesi e cioè, al più, nel parametro minimo.

Non solo. Con un ragionamento che implica aspetti etici, la famiglia ha asserito che anche il considerare come parametro di riferimento quello minimo sarebbe stato sbagliato, perché, quanto meno per la mamma e per il padre, era affermabile l’esistenza di una relazione affettiva concreta con il nascituro, avendolo la prima portato in grembo per nove mesi e trattandosi di una gravidanza fortemente voluta da entrambi i genitori tanto da essere stata ottenuta tramite inseminazione artificiale e quindi da qualificarsi come “preziosa”. Insomma, tanto più nel caso di specie,  i ricorrenti avrebbero subito la perdita di un “bambino”, non di un “feto”.

La Cassazione respinge le doglianze

Nel difficile giudizio la Cassazione evidenzia in primis che la gradazione espressa dalla forbice tabellare che individua un minimo e un massimo (per il danno per la morte di un congiunto, le tabelle milanesi del 2014, l’anno in questione, prevedevano in favore di ciascun genitore per la morte di un figlio, un importo da euro 163.990 ad euro 327.990), va determinata “tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto, ivi compresa la qualità dell’intensità della relazione affettiva che caratterizza il rapporto parentale“. E, soprattutto, precisa che nella citata sentenza della Suprema Corte del 2015 si faceva presente che, nel caso di “feto nato morto”, era ipotizzabile “solo il venir meno di una relazione affettiva potenziale (che, cioè, avrebbe potuto instaurarsi, nella misura massima del rapporto genitore-figlio, ma che è mancata per effetto del decesso anteriore alla nascita)”, ma non anche una relazione affettiva concreta sulla quale parametrare il risarcimento, all’interno della forbice di riferimento”.

 

La morte di un feto non è calcolata nelle tabelle di Milano

Pertanto, proseguono gli Ermellini, “l’indicazione fornita in quella decisione al giudice del rinvio riguardava la possibilità di parametrare il risarcimento all’interno della forbice di riferimento, nel caso di relazione affettiva concreta, mentre la diversa ipotesi di figlio nato morto, esprime il differente caso della relazione affettiva potenziale, rispetto alla quale non vi è una tabellazione espressa da parte del Tribunale di Milano”. In pratica, la quantificazione del valore della vita di un feto non è “tabellata” – una grave lacuna del sistema -, il che supera le eccezioni mosse dai ricorrenti.

Questo, spiega pertanto la Cassazione, consente al giudice di merito di operare sulla base di un criterio equitativo che, nel caso di specie, “proprio in considerazione del mancato instaurarsi di un oggettivo (fisico e psichico) rapporto tra nonni, genitori e nipote, figlio”, al Tribunale è apparso equo “liquidare a ciascun genitore e a ciascun nonno nella misura della metà del minimo riconoscibile sulla base di dette tabelle”: dunque, le censure sono state considerate infondate.

Le tabelle milanesi di liquidazione del danno non patrimoniale – sottolineano i giudici del Palazzaccio – “si sostanziano in regole integratrici del concetto di equità, atte quindi a circoscrivere la discrezionalità dell’organo giudicante, sicché costituiscono un criterio guida e non una normativa di diritto.

Pertanto, va precisato che la violazione di legge si riferisce alla norma codicistica in tema di liquidazione equitativa (articolo 1226 c.c.) e non alle tabelle di Milano “da considerarsi norma di diritto”, così come erroneamente riportato dai ricorrenti. I motivi pertanto sono infondati, non ricorrendo alcuna violazione di legge”.

 

In casi particolare si possono superare i parametri minimi e massimi

La Cassazione aggiunge anche, a supporto della sua decisione e contro-deducendo agli altri motivi di ricorso, che va applicato il principio “secondo cui, in tema di danno non patrimoniale, qualora il giudice, nel soddisfare esigenze di uniformità di trattamento su base nazionale, proceda alla liquidazione equitativa in applicazione delle “tabelle” predisposte dal Tribunale di Milano, nell’effettuare la necessaria personalizzazione di esso, in base alle circostanze del caso concreto, può superare i limiti minimi e massimi degli ordinari parametri previsti dalle dette tabelle solo quando la specifica situazione presa in considerazione si caratterizzi per la presenza di circostanze di cui il parametro tabellare non possa aver già tenuto conto, in quanto elaborato in astratto in base all’oscillazione ipotizzabile in ragione delle diverse situazioni ordinariamente configurabili secondo l'”id quod plerumque accidit“, dando adeguatamente conto in motivazione di tali circostanze e di come esse siano state considerate”.

Nel caso specifico questo rilevante elemento di diversità è costituito proprio dalla circostanza “di essere al di fuori del parametro tabellare, ricorrendo l’ipotesi di mancata instaurazione di un rapporto oggettivo, fisico e psichico, tra i parenti e la situazione del feto nato morto”.

Il ricorso è stato pertanto respinto.