Articolo Pubblicato il 23 luglio, 2020 alle 12:00.

La sentenza del tribunale di Brescia è finita sulle prime pagine dei principali giornali, e in effetti il caso e il risarcimento stabilito sono particolari, ma a ben vedere i giudici non hanno fatto che riaffermare con forza un principio ormai assodato, il diritto all’autodeterminazione, la cui lesione va risarcita.

 

Per non avere altri figli una donna si sottopone a una sterilizzazione tubarica ma resta incinta

Questa volta la vicenda non riguarda, come è già avvenuto, una mancata diagnosi ecografica che ha precluso ai futuri genitori la possibilità di decidere se portare avanti o meno una gravidanza a fronte di malformazioni del feto, ma la fase a monte, ossia la stessa possibilità di procreare.    

Una coppia bresciana, infatti, di figli ne aveva già avuti tre e, ritenendo di aver ormai realizzato il suo progetto matrimoniale e genitoriale, per non rischiare di metterne al mondo un quarto avevano deciso di adottare una soluzione drastica: la sterilizzazione tubarica. La signora si era quindi sottoposta all’intervento nel 2011, a 39 anni.

Peccato però che due anni dopo la donna sia rimasta ugualmente incinta e abbia partorito una bambina, bella e sana, ma pur sempre frutto di un parto indesiderato.

 

I genitori citano in causa l’azienda ospedaliera che viene condannata a risarcirli

Di qui la decisione dei genitori di citare in causa l’azienda ospedaliera Spedali Civili di Brescia, dove era stata effettuata l’operazione “sbagliata”, e dopo cinque anni di battaglie legali, nel luglio del 2020 il giudice del tribunale civile cittadino, dott.ssa Elisabetta Arrigoni, ha dato loro ragione, ravvisando la responsabilità dei medici.

Nel contestare la ricostruzione proposta dalla coppia, l’ospedale aveva sostenuto, in particolare, come il mancato esito positivo dell’intervento fosse riconducibile unicamente al margine di fallibilità contemplato per quel tipo di operazioni. Ma nessuna obiezione era stata poi sollevata rispetto alle inequivocabili conclusioni della Ctu medico legale disposta dal giudice in corso di causa, che aveva parlato di “esecuzione tecnica chirurgica inadeguata”. Alla paziente l’asportazione tubarica bilaterale è stata sì effettuata, ma solo in sala parto mentre stava appunto mettendo al mondo la sua quartogenita.

 

L’ospedale dovrà mantenere la figlia “indesiderata” fino al 25esimio anno di età

Di qui dunque la condanna della struttura a pagare alla coppia i danni patrimoniali patiti per il “fallimento dell’intervento”. Danni che sono stati quantificati calcolando le spese di mantenimento della figlia della coppia fino al compimento del 25 anno, età in cui si suppone avrà raggiunto l’indipendenza economica: è stato stimato un “vitalizio” di trecento euro al mese, per un totale di 90mila euro. Insomma, sarà l’azienda ospedaliera a dover mantenere la bambina “indesiderata”.

La mamma ha inoltre ottenuto l’ulteriore somma di 1.513 euro, a titolo di risarcimento del danno subito per la diastasi dei muscoli della parete addominale.

 

Leso il diritto di autodeterminazione

I due coniugi bresciani, oggi di 50 e 48 anni, entrambi a loro volta impiegati in ambito sanitario, hanno così visto riconosciuta dal tribunale la “lesione al loro diritto di autodeterminazione nella scelta di non procreare“. E cioè la violazione degli articoli 2 e 13 della Costituzione sul “diritto alla procreazione cosciente e responsabile”.

Non si tratta peraltro di un caso unico sul genere. Nel 2011 una coppia friulana aveva promosso una causa simile e anche in quell’occasione il Tribunale di Tolmezzo aveva condannando la struttura sanitaria a risarcire il danno.