Articolo Pubblicato il 25 febbraio, 2020 alle 14:04.

E’ un pronunciamento particolarmente significativo quella pronunciato dalla Corte di Cassazione su un gran brutto fatto di cronaca subito da una donna, stuprata da due colleghi di lavoro suoi superiori: primo, perché gli Ermellini hanno confermato la condanna al risarcimento del datore di lavoro, Costa Crociere; secondo perché, pur riconoscendo che l’attribuzione congiunta del danno esistenziale e del danno biologico (inteso come danno che incide sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico-relazionali) costituisce una duplicazione risarcitoria, hanno chiarito in via generale che il giudice può comunque compiere una differente ed autonoma valutazione circa la sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza ad una lesione di un suo diritto.

 

Risarcimento danni per molestie sessuali

Il riprovevole caso. Con sentenza del 26 settembre 2014, la Corte d’Appello di Genova, in parziale riforma della decisione del locale Tribunale, aveva aumentato a 97.185 euro l’importo (pari ad euro 69.110) riconosciuto a titolo di risarcimento del danno in favore di una donna, condannando altresì in solido la Costa Crociere S.p.A. e la Cruise Ships Catering and Service International alla rifusione delle spese di lite.

La lavoratrice era stata oggetto di molestie sessuali da parte di due colleghi, suoi superiori gerarchici, e uno dei due l’aveva anche stuprata.

La Corte d‘Appello ribadisce la condanna del datore di lavoro al risarcimento 

Il giudice di secondo grado aveva ritenuto, confermando sul punto la decisione del Tribunale, che la responsabilità indiretta del datore di lavoro ex art. 2049 cod. civ., per il fatto dannoso commesso dal dipendente, non richiedesse che fra le mansioni affidate all’autore dell’illecito e l’evento dovesse sussistere un nesso di causalità, essendo sufficiente un nesso di occasionalità necessaria, essendo irrilevante che il dipendente avesse agito con dolo o per finalità strettamente personali.

La Corte d’appello aveva, tuttavia, ritenuto insufficiente la somma quantificata in primo grado per il risarcimento del danno subito dalla lavoratrice, in considerazione della gravità del pregiudizio fisico e psichico riportati, e aveva ritenuto equo aumentare del 50% l’importo riconosciuto a titolo di danno non patrimoniale, per consentire un pieno ristoro del pregiudizio subìto dalla ricorrente.

 

Ricorso per Cassazione per mancato riconoscimento della sofferenza interiore

La vittima ha proposto ricorso anche per Cassazione, affidandolo a un unico motivo e lamentando in particolare un difetto di valutazione delle risultanze della Ctu medico legale del primo grado, che riconoscevano un danno alla vita di relazione in misura equivalente al danno biologico, e il mancato riconoscimento di una voce di danno.

La Suprema Corte accoglie il ricorso

Ebbene, secondo la Suprema Corte il motivo è fondato. La Cassazione fa notare come il consulente tecnico d’ufficio avesse infatti riconosciuto esiti di carattere permanente, rappresentati dal disturbo post traumatico da stress, con stato depressivo, quantificati in misura pari al 15% specificando, altresì, che i postumi in questione incidevano negativamente in misura equivalente sul danno biologico sulla vita di relazione della ricorrente.

In buona sostanza, erano state determinate due “poste”, una di danno biologico pari al 15% (secondo le tabelle del risarcimento del danno) e l’altra di danno non patrimoniale alla vita di relazione, riconosciuto in egual misura rispetto al danno biologico e, pertanto, pari anch’esso al 15%.

 

Il danno patrimoniale e non patrimoniale

Sul piano del diritto positivo – spiegano i giudici del Palazzaccio -, l’ordinamento riconosce e disciplina esclusivamente le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 cod. civ.) e del danno non patrimoniale (art. 2059 cod. civ.; art. 185 cod. pen.).

La natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, implica innanzitutto l’unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica ed inoltre, l’onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze che abbiano inciso “in peius” sulla precedente situazione del danneggiato derivanti dall’evento di danno, affiancata dal limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di compiuta istruttoria, a un accertamento concreto e non astratto del danno, e dando quindi ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, fra cui il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni il cui contenuto consenta di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale

 

I doveri del giudice: va valutata sia la componente “interiore” che quella dinamico-relazionale

Il compito del giudicante è, pertanto quello di valutare congiuntamente, ma in modo distinto, la “compiuta fenomenologia della lesione non patrimoniale”, e, cioè, “tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (il danno definito morale, da identificarsi con il dolore, come in ipotesi della vergogna, della disistima di sé, della paura, ovvero della disperazione) quanto quello dinamico-relazionale (atto ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto)

Nella valutazione di questa fattispecie di danno, come peraltro in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore/interesse costituzionalmente protetto, il giudice dovrà, pertanto “valutare, a fini risarcitori, tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale – che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con sé stesso – quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita – che si muovono nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da sé”. La misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema cosiddetto del punto variabile) può essere poi aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e del tutto peculiari, quali quelle ritenute sussistenti nel caso di specie”.

La Cassazione conclude ribadendo quindi che costituisce una “duplicazione risarcitoria” la congiunta attribuzione del danno biologico – inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali – e del danno cosiddetto esistenziale, “appartenendo tali “categorie” o “voci” di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (art. 32 Cost.). Tuttavia, “una differente ed autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute, peraltro oggi alla luce dalla nuova formulazione dell’art. 138 del c.d.a., alla lettera e). Conseguentemente, il danno biologico, rappresentato dall’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, è pregiudizio ontologicamente diverso dal cosiddetto danno morale soggettivo, inteso come sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute: entrambi devono essere risarciti”

Pertanto, sebbene il giudice debba provvedere ad una liquidazione unitaria di tale danno, allo stesso modo di ciò che avviene con riguardo al danno patrimoniale, “dovrà essere riconosciuta al danneggiato una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subìto, tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua componente, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche”.

 

Le omissioni della Corte d’Appello

Alla luce di questo “panorama normativo e giurisprudenziale”, secondo la Cassazione la Corte di merito è incorsa in un’evidente omissione. I giudici di seconde cure avevano correttamente affermato che “il danno non patrimoniale va ben al di là del pregiudizio fisico psichico, deve comprendere e con percentuale molto significativa anche i suddetti pregiudizi e non può essere liquidato, come giustamente rilevato dall’appellante principale, applicando rigidamente, sia pure nei valori massimi, tabelle formate essenzialmente sulla responsabilità civile legata alla circolazione stradale”, facendo riferimento proprio a quelle conseguenze psichiche che rientrano nell’ambito del danno biologico (appunto danno fisico-psichico per stessa ammissione della Corte d’Appello).

Di più, i giudici d’appello avevano riconosciuto l’esigua determinazione da parte del giudice di primo grado, statuendone un incremento nella misura del 50% onde procedere a quello che riteneva il massimo ristoro possibile della lesione subita dalla ricorrente. Ma nonostante questo, hanno completamente omesso, in questa tale liquidazione, “la voce del danno morale inteso come sofferenza intrinseca ed ulteriore del danneggiato stricto sensu e che in modo inesatto il Ctu denomina danno alla vita di relazione – osserva la Cassazione – In questo senso, è evidente che la personalizzazione del danno con l’aumento in misura del 50% non soddisfa i canoni risarcitori normativamente e giurisdizionalmente previsti, atteso che una voce, il danno morale, quale lesione intima, interiore, la sofferenza interna come componente indefettibile del danno non patrimoniale in determinate circostanze, peraltro particolarmente rilevante nel caso di specie, oggetto di domanda sia in primo che in secondo grado, è stata del tutto omessa nella motivazione non essendosi in alcun modo provveduto al riguardo”.

Di qui l’accoglimento del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa alla Corte d’appello di Genova, in diversa composizione, che dovrà definirla attenendosi ai principi enunciati dalla Cassazione e, “ferma la voce di danno biologico tout court, riconosciuto nella misura del 15% e congruamente incrementato dalla Corte d’appello nella misura del 50%, dovrà provvedere alla liquidazione di una autonoma voce di danno per il pregiudizio intrinseco, personale, connesso alla sofferenza interiore, valutato in considerazione anche della giovane età della danneggiata e della situazione familiare e personale della stessa ma non quantificato dal giudice di merito”.