Articolo Pubblicato il 28 maggio, 2020 alle 10:30.

Nel malaugurato caso in cui, per evitare il ramo di un albero pubblico crollato sulla strada, si perda il controllo del veicolo andando a sbattere contro un altro ostacolo, vi è almeno la “consolazione” che l’Ente proprietario della pianta dovrà risarcire i danni fisici e materiali.

A riaffermare con forza la responsabilità della pubblica amministrazione in queste circostanze la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 9674/20 depositata il 26 maggio 2020, ha condannato Roma capitale al risarcimento in favore di un automobilista, risultato peraltro privo di patente.

Automobilista va a sbattere per evitare un ramo caduto in strada

Il malcapitato, mentre percorreva con la sua auto una via di Roma, si era improvvisamente ritrovato davanti un grosso ramo di pino ed era stato costretto a effettuare una manovra di emergenza per evitare l’impatto, finendo però, in questo modo, per urtare la recinzione metallica posta al lato della carreggiata.

Il danneggiato aveva citato in causa il Comune capitolino chiedendo i danni ma in primo grado, nel 2010, il Tribunale di Ostia aveva respinto la domanda. La Corte d’Appello di Roma, invece, in totale riforma di quest’ultima sentenza, aveva ritenuto l’Amministrazione comunale civilmente responsabile dell’illecito oggetto di giudizio condannandola a risarcire all’automobilista una somma di quasi 18mila euro, oltre agli interessi, più le spese di giudizio.

 

Comune ricorre per Cassazione e rileva che il danneggiato era senza patente

Roma capitale tuttavia ha proposto ricorso per Cassazione eccependo anzitutto sull’accertamento del nesso di causalità tra il sinistro e il fatto che l’automobilista avesse la patente scaduta. In buona sostanza, secondo il Comune, la Corte di merito avrebbe dovuto verificare se il danneggiato avesse effettivamente il divieto di guidare con la patente scaduta e quindi appurare, in caso positivo, se il fatto non sarebbe accaduto.

Questo proprio perché, secondo il ragionamento del ricorrente, l’obbligo di guidare con la patente valida ha la sua ragione nella prevenzione dei danni, in mancanza di un accertamento di idoneità del guidatore.

La Corte territoriale, affermando che la guida senza patente o con la patente scaduta non fosse un fattore idoneo a interrompere il nesso di causalità, avrebbe violato il combinato disposto degli artt. 116, 119 e 126 del Codice della Strada perché questi regolamentano il rilascio delle patenti di guida dal punto di vista non esclusivamente amministrativo, ma inibiscono la circolazione a chi non abbia ottenuto il rinnovo della patente a seguito di una verifica di idoneità psicofisica al fine di non causare danni.

Insomma in presenza di un divieto di guidare, quando l’evento sia stato direttamente causato dalla guida, cioè nella sua dinamica e quindi in sua connessione, il nesso di causalità sarebbe interrotto dal comportamento illegittimo del danneggiato.

 

Per il ricorrente, ostacolo visibile e velocità elevata

Ma Roma Capitale ha ritenuto contraddittoria la sentenza impugnata anche laddove la Corte di merito aveva dato atto della presenza, al centro della carreggiata, da un lato, di un ostacolo di grandi dimensioni e, dall’altro, di un ingombro inopinato, quindi imprevedibile in condizioni di limitata visibilità. Il Comune ha obiettato che un ostacolo di grandi dimensioni non sarebbe mai imprevedibile proprio perché la visibilità sarebbe insita nelle sue stesse dimensioni e, in quanto visibile, poteva essere evitato, per cui non sussisterebbe alcuna responsabilità da parte del custode.

Infine, il Comune ricorrente ha totalmente dissentito dal modo in cui la Corte territoriale aveva affrontato d’ufficio, ex art. 1227 cod. civ., la questione dell’eventuale concorso di colpa del debitore, non tenendo contro dell’intero verbale della Polizia Municipale e, in particolare, di quanto in esso descritto circa la dinamica dell’incidente, che a detta del ricorrente avrebbe dovuto necessariamente attribuire la totale responsabilità al guidatore, alla luce della violenza dell’impatto della vettura contro la banchina: la macchina aveva abbattuto dieci metri di rete metallica e otto pali di legno, dopo aver roteato su sé stessa più volte da sinistra a destra della carreggiata, riportando danni materiali per 13mila euro.

Tutte circostanze che avrebbero dimostrato come la velocità tenuta dal danneggiato non sarebbe stata consona alla strada, alla forte pioggia che cadeva al momento e all’orario notturno.

In conclusione, e riassumendo, quindi, secondo Roma Capitale la velocità elevata, che la Corte di merito, pur esaminando il verbale, avrebbe omesso di considerare, e il fatto pacifico che si trattava di un ostacolo visibile, perché grande, in una strada notoriamente in rettilineo come la via Cristoforo Colombo, avrebbero dovuto portare la Corte d’appello a una diversa ricostruzione del fatto, tanto da esimere del tutto il custode “da colpe”.

La Suprema Corte rigetta le doglianze

Ma per la Cassazione i motivi sono inammissibili.

Il criterio di imputazione della responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ. ha carattere oggettivo – ricordano gli Ermellini -, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno, mentre sul custode grava l’onere della prova liberatoria del caso fortuito, inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno, ed è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell’art. 1227, comma 1, cod. civ., e deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull’evento dannoso, che può anche essere esclusiva”.

 

Il concorso di colpa

Inoltre, aggiunge la Suprema Corte, sempre secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, “la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227, comma 1, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost.”: vale a dire, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro

 

Il ricorrente non aveva allegato alcun “fattore imprevedibile”

Fatte queste premesse, tuttavia, la Cassazione osserva come la Corte di merito, “in base ad un accertamento in fatto, che non può più essere rimesso in discussione in questa sede”, abbia ritenuto che la mancanza di rinnovo della patente al momento del sinistro non costituisse fattore idoneo a interrompere il nesso di causalità e come, in mancanza di allegazione, in secondo grado, di un fattore imprevedibile ed assolutamente eccezionale avente impulso causale autonomo (e come tale estraneo alla sfera di custodia), il Comune doveva “essere ritenuto responsabile dei danni derivati nell’incidente occorso all’automobilista a causa dell’inopinato ingombro verificatosi, in condizioni di limitata visibilità, data l’ora serale, sulla carreggiata”: in appello, infatti, non era più stata riproposta dal Comune di Roma, ex art. 345 cod. proc. civ., l’eccezione relativa alla forza maggiore come causa di esclusione del nesso di causalità, cioè il vento forte che avrebbe inopinatamente provocato la caduta del ramo sulla strada.

I giudici del Palazzaccio hanno poi aggiunto che non era neppure dedotto tempestivamente che il sinistro fosse da addebitare a un errore di guida dell’automobilista, “a meno che non si voglia ricomprendere in ciò la velocità eccessiva cui sembra farsi riferimento, però, solo in questa sede di legittimità, non essendo stato riferito in ricorso quando e in quali termini l’attuale ricorrente abbia precedentemente, nei gradi di merito, richiamato specificamente tale circostanza”.

In conclusione, secondo la Cassazione, le motivazioni della sentenza censurata risultano “del tutto idonee ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione adottata”: il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile e rigettato ed è stato confermato il risarcimento a favore del danneggiato.