Articolo Pubblicato il 14 ottobre, 2020 alle 11:30.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28304/20 depositata il 12 ottobre, è tornata – il che conferma anche quanti siano ancora i casi sul genere – sui reati di fuga e omissione di soccorso, a pochi giorni da un altro pronunciamento, il n. 27241/20, nel quale, pur confermando la condanna dell’imputato, la Suprema Corte gli aveva riconosciuto la non punibilità per la particolare tenuità del fatto.

In quest’ultima circostanza, tuttavia, erano stati desunti una serie di elementi del tutto particolari (le lesioni minime riportate dalla vittima e la loro non evidente visibilità, la presenza “minacciosa” di diversi connazionali attorno al ciclista investito, la sua mancata costituzione di parte civile e il risarcimento già avvenuto), che invece mancavano nella nuova vicenda affrontata dagli Ermellini, i quali non hanno invece riconosciuto la particolare tenuità del fatto, anche se l’automobilista in questione, dopo un certo lasso di tempo, era tornato sui suoi passi.

 

Un automobilista condannato per il reato di fuga

L’episodio in questione era accaduto nel Vicentino. Un automobilista era stato condannato dal Tribunale berico per aver provocato un sinistro allontanandosi dal luogo dell’incidente, senza ottemperare all’obbligo di fermarsi e fornire le proprie generalità.

Con sentenza del 2019 la Corte d’appello di Venezia, in parziale riforma della decisione di prime cure, aveva assolto l’imputato dal reato di cui all’art. 189, comma 7 C.d.S. (omissione  di soccorso) per non avere commesso il fatto, dichiarando l’estinzione per prescrizione del reato di cui all’art. 186, comma 2, lett. c) C.d.S., ma ne aveva confermato la responsabilità per il reato di cui all’art. 189, comma 6 C.d.S. (fuga appunto) per avere provocato un sinistro stradale, allontanandosi dal luogo dell’incidente, senza ottemperare all’obbligo di fermarsi e fornire le proprie generalità.

L’imputato ricorre per Cassazione per il mancato riconoscimento della tenuità del fatto

L’imputato ha quindi proposto ricorso per Cassazione affidandolo a due motivi, strettamente connessi, con i quali si doleva della violazione dell’art. 125 cod. proc. pen. e dell’omessa motivazione in ordine al motivo di appello, specificamente proposto, inerente alla richiesta di proscioglimento per tenuità del fatto, ex art. 131 bis cod. pen.

A suo dire la Corte territoriale non aveva neppure affrontato la doglianza introdotta con l’atto di gravame, limitandosi ad affermare che il reato era integrato anche in ipotesi di sosta momentanea, senza tuttavia affrontare la questione della lievità del fatto, e senza tenere in considerazione l’assoluta modestia delle lesioni riportate dalla persona offesa.

La Cassazione rigetta il ricorso

Ma secondo la Cassazione, la Corte d’appello, pur non affrontando in modo diretto la questione dell’applicabilità dell’art. 131 bis cod. pen. al caso di specie, ha tuttavia chiarito con motivazioni più che sufficienti l’insussistenza delle condizioni di applicabilità della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto.

L’imputato, dopo avere soccorso la persona offesa, aiutandola a sedersi sul ciglio della strada, ed averla affidata a un’altra persona, si era allontanato dai luoghi, per poi tornarvi dopo un certo lasso di tempo, giustificando il suo comportamento con la volontà di cercare aiuto da un conoscente che abitava lì vicino.

La Corte territoriale, tuttavia, non ha ritenuto di valorizzare la circostanza del ritorno dell’imputato, dal momento che egli poteva benissimo cercare aiuto attraverso una semplice chiamata telefonica.

 

Il ripensamento per i giudici non giustificava la causa di esclusione della punibilità

In definitiva, quindi, il giudice di appello ha escluso che il ripensamento potesse costituire elemento valutabile ai fini della configurabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, e questo – sancisce la Cassazione – sulla base del principio secondo cui “non rileva il comportamento tenuto dall’agente post delictum, atteso che la norma di cui all’art. 131-bis cod. pen. correla l’esiguità del disvalore ad una valutazione congiunta delle modalità della condotta, del grado di colpevolezza da esse desumibile, dell’entità del danno o del pericolo, da apprezzare in relazione ai soli profili di cui all’art. 133, comma primo, cod. pen., e non invece con riguardo a quelli, indicativi di capacità a delinquere, di cui al secondo comma, includenti la condotta susseguente al reato”.

E l’assenza dei presupposti per l’applicabilità della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto, secondo la Cassazione, può benissimo essere rilevata anche con motivazione implicita.

Dunque, ricorso rigettato e condanna confermata.