Articolo Pubblicato il 6 luglio, 2020 alle 11:00.

La cattiva abitudine, soprattutto da parte delle persone di una certa età, di ricopiare il Pin del proprio bancomat, per non scordarlo, e di conservarlo accanto al documento rischia di costare doppiamente cara al possessore in caso di sottrazione indebita: non solo spiana la strada ai ladri per prelievi non autorizzati, ma soprattutto può rappresentare una fondata ragione di esclusione del rimborso da parte dell’istituto bancario.

Ma come può la banca dimostrare che il codice segreto fosse custodito assieme alla carta? Attraverso una presunzione temporale, nel senso che il decorso di un breve spazio di tempo tra il furto di un bancomat e l’operazione di prelievo o di pagamento non autorizzata fa supporre con notevole grado di probabilità che il Pin fosse stato tenuto vicino, fondando quindi la presunzione di sussistenza di colpa grave del titolare e la violazione da parte sua degli obblighi di conservazione e sicurezza, relativamente alle disposizioni di legge e di contratto.

 

Negato il rimborso al cliente di una banca a cui avevano rubato il bancomat

Significativo, a tale proposito, un recente provvedimento dell’Arbitro bancario di Torino che ha respinto il ricorso del titolare di un bancomat che aveva subìto il furto della carta e aveva chiesto alla banca la restituzione degli importi relativi alle operazioni di prelievo e di pagamento eseguite dopo la sottrazione e da lui disconosciute.

L’istituto aveva negato il rimborso, sostenendo che l’utilizzatore aveva violato l’obbligo di diligente custodia dello strumento di pagamento e delle credenziali e che aveva tenuto una condotta gravemente colposa, riconducibile a tre circostanze: quella di aver lasciato incustodita la carta di debito, durante l’operazione di sostituzione dello pneumatico della propria auto, senza preoccuparsi di chiudere la vettura a chiave; di aver custodito la carta di debito rubata insieme ad altre e di aver annotato in stretto abbinamento alla stessa il suo codice segreto, agevolando la commissione del delitto; di non aver bloccato tempestivamente la carta di debito dopo aver ricevuto il primo messaggio di alert della banca (alle ore 18), ma di aver atteso sino alla mattina successiva (alle ore 10), rendendo così possibili più operazioni di prelievo e non circoscrivendo l’ammontare del danno subito.

 

La contestualità tra prelievo indebito e furto è indice di condotta colposa del titolare

Dalla ricostruzione dei fatti, si legge nel provvedimento dell’Abf, è infatti emerso che la prima operazione non autorizzata era stata effettuata in sostanza contestualmente al furto, o comunque poco dopo. In questi casi, il Collegio di coordinamento ha delineato alcuni indici presuntivi che devono guidare l’interprete nella valutazione della condotta delle parti ai fini dell’applicazione delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 11 del 2010 (testo oggi modificato dalla direttiva PSD2), in particolare per quanto riguarda l’elemento soggettivo del comportamento del titolare dello strumento di pagamento.

Fra questi elementi, il Collegio conferisce particolare rilevanza proprio alla contestualità temporale fra la sottrazione della carta e il suo indebito utilizzo. Infatti, secondo il Collegio, la successione temporale degli eventi può far desumere con elevato grado di probabilità che il codice Pin fosse conservato insieme alla carta ed a essa immediatamente associabile, al punto da renderne particolarmente agevole la digitazione per porre in essere le operazioni contestate dal ricorrente.

Il comportamento dell’utilizzatore nel caso di specie evidenziava quindi una violazione gravemente colposa degli obblighi di conservazione e di sicurezza che gravano su di lui, sia in relazione alle disposizioni di legge, sia in relazione alle disposizioni contrattuali (decisione 5304/13 del 17 ottobre 2013).

 

Ogni caso però va esaminato alla luce delle specifiche circostanze

Va però anche evidenziato, come più volte rilevato dai Collegi Abf, che la normativa non fa discendere una presunzione di colpa a carico del cliente rispetto all’omessa diligente custodia dello strumento di pagamento dal semplice fatto che l’operazione sia stata eseguita mediante digitazione del Pin, ma “impone una valutazione caso per caso alla luce delle specifiche circostanze di fatto, valorizzando le singole e specifiche circostanze relative alla fattispecie di volta in volta sottoposte all’esame dell’Abf, in ordine alle quali è necessario verificare se, alla luce degli elementi costitutivi della fattispecie, stretti in intima connessione tra di loro, sia possibile desumere in capo all’utilizzatore un comportamento gravemente colposo”.

In ogni caso, per non subire oltre al danno anche la beffa di non essere rimborsati, non ci si stancherà mai di ripetere che è bene non servire ai ladri su un piatto d’argento il Pin e, appena ci si accorge del furto, la carta va bloccata immediatamente.